Il macigno pesa. La parola stessa ha un suono che comunica qualcosa di “schiacciante”, poderoso, tale da ridurre all’impotenza. Impotenti ci sentiamo davanti alle pietre sepolcrali, alle lapidi, pietre posate a segnare il limite tra la vita e la morte, un confine che umanamente percepiamo invalicabile e quindi disperante.
Non è forse l’inconsolabilità di Orfeo a spingerlo a cantare parole così potenti da muovere a compassione il dio dei morti e spingerlo a rompere le leggi ferree dell’Ade, consentendo al poeta innamorato di tentare l’impresa di riportare alla luce del giorno l’amata e defunta Euridice? Non è forse il vuoto lasciato da Beatrice e l’amore incapace di rassegnazione che Dante prova per lei a fargli varcare la soglia delle soglie, l’Aldilà, a penetrare il mistero che alla fine sembra penetrabile solo dalla forza dell’amore? L’amore in effetti sembra non conoscere i limiti dello spazio-tempo e fa sì che possiamo continuare ad amare non solo persone lontane fisicamente, ma anche persone morte, con un sentimento non meno vivo e potente di quello provato mentre erano qui accanto a noi. Non sappiamo spiegarlo, però succede. Non sappiamo spiegarlo probabilmente perché l’amore non l’abbiamo inventato noi, come la morte. Sono misteri con cui il nostro processo di apprendimento è chiamato a confrontarsi. Il macigno pesa. Il macigno rotola. La mattina di Pasqua non solo il sepolcro è vuoto, ma il macigno risulta spostato. Nel testo si racconta di un terremoto e dell’azione di un angelo. Al di là della concretezza narrativa della pagina evangelica, a raggiungerci è il suo significato simbolico, universalmente comprensibile. Il cambiamento di stato irrompe repentino, secondo modalità proprie, non prevedibili. Nella vita di ogni giorno sperimentiamo l’inamovibilità di macigni posti a ostruire passaggi, bloccare strade, gravare spalle, schiacciare cuori, imprigionare anime, ma anche il mistero liberante del loro farsi inaspettatamente più leggeri, sostenibili, e a volta addirittura del loro dissolversi.
editoriale
Il macigno pesa. La parola stessa ha un suono che comunica qualcosa di “schiacciante”, poderoso, tale da ridurre all’impotenza. Impotenti ci sentiamo davanti alle pietre sepolcrali, alle lapidi, pietre posate a segnare il limite tra la vita e la morte, un confine che umanamente percepiamo invalicabile e quindi disperante.
Non è forse l’inconsolabilità di Orfeo a spingerlo a cantare parole così potenti da muovere a compassione il dio dei morti e spingerlo a rompere le leggi ferree dell’Ade, consentendo al poeta innamorato di tentare l’impresa di riportare alla luce del giorno l’amata e defunta Euridice? Non è forse il vuoto lasciato da Beatrice e l’amore incapace di rassegnazione che Dante prova per lei a fargli varcare la soglia delle soglie, l’Aldilà, a penetrare il mistero che alla fine sembra penetrabile solo dalla forza dell’amore? L’amore in effetti sembra non conoscere i limiti dello spazio-tempo e fa sì che possiamo continuare ad amare non solo persone lontane fisicamente, ma anche persone morte, con un sentimento non meno vivo e potente di quello provato mentre erano qui accanto a noi. Non sappiamo spiegarlo, però succede. Non sappiamo spiegarlo probabilmente perché l’amore non l’abbiamo inventato noi, come la morte. Sono misteri con cui il nostro processo di apprendimento è chiamato a confrontarsi. Il macigno pesa. Il macigno rotola. La mattina di Pasqua non solo il sepolcro è vuoto, ma il macigno risulta spostato. Nel testo si racconta di un terremoto e dell’azione di un angelo. Al di là della concretezza narrativa della pagina evangelica, a raggiungerci è il suo significato simbolico, universalmente comprensibile. Il cambiamento di stato irrompe repentino, secondo modalità proprie, non prevedibili. Nella vita di ogni giorno sperimentiamo l’inamovibilità di macigni posti a ostruire passaggi, bloccare strade, gravare spalle, schiacciare cuori, imprigionare anime, ma anche il mistero liberante del loro farsi inaspettatamente più leggeri, sostenibili, e a volta addirittura del loro dissolversi.
Macigno
06 aprile 2024
Cuneo
Il macigno pesa. La parola stessa ha un suono che comunica qualcosa di “schiacciante”, poderoso, tale da ridurre all’impotenza. Impotenti ci sentiamo davanti alle pietre sepolcrali, alle lapidi, pietre posate a segnare il limite tra la vita e la morte, un confine che umanamente percepiamo invalicabile e quindi disperante.
Non è forse l’inconsolabilità di Orfeo a spingerlo a cantare parole così potenti da muovere a compassione il dio dei morti e spingerlo a rompere le leggi ferree dell’Ade, consentendo al poeta innamorato di tentare l’impresa di riportare alla luce del giorno l’amata e defunta Euridice? Non è forse il vuoto lasciato da Beatrice e l’amore incapace di rassegnazione che Dante prova per lei a fargli varcare la soglia delle soglie, l’Aldilà, a penetrare il mistero che alla fine sembra penetrabile solo dalla forza dell’amore? L’amore in effetti sembra non conoscere i limiti dello spazio-tempo e fa sì che possiamo continuare ad amare non solo persone lontane fisicamente, ma anche persone morte, con un sentimento non meno vivo e potente di quello provato mentre erano qui accanto a noi. Non sappiamo spiegarlo, però succede. Non sappiamo spiegarlo probabilmente perché l’amore non l’abbiamo inventato noi, come la morte. Sono misteri con cui il nostro processo di apprendimento è chiamato a confrontarsi. Il macigno pesa. Il macigno rotola. La mattina di Pasqua non solo il sepolcro è vuoto, ma il macigno risulta spostato. Nel testo si racconta di un terremoto e dell’azione di un angelo. Al di là della concretezza narrativa della pagina evangelica, a raggiungerci è il suo significato simbolico, universalmente comprensibile. Il cambiamento di stato irrompe repentino, secondo modalità proprie, non prevedibili. Nella vita di ogni giorno sperimentiamo l’inamovibilità di macigni posti a ostruire passaggi, bloccare strade, gravare spalle, schiacciare cuori, imprigionare anime, ma anche il mistero liberante del loro farsi inaspettatamente più leggeri, sostenibili, e a volta addirittura del loro dissolversi.