editoriale

È sempre più “economia di guerra”: affare per pochi, disastro per tanti

01 aprile 2024

Cuneo

Guerra in Ucraina: Mykolaiv, attacco missilistico (Foto STWN - AgenSir) Guerra in Ucraina: Mykolaiv, attacco missilistico (Foto STWN - AgenSir) Spaventa l’apparente leggerezza con la quale vengono prospettati scenari terribili senza che, per quanto si comprende, le grandi voci della politica internazionale diano un contributo serio a esplorare tutte le possibili alternative alla prosecuzione di un conflitto sempre più cruento. Così, i nostri vicini d’oltralpe pongono il tema dell’invio di truppe di terra, nella civilissima Danimarca si estende la leva militare obbligatoria alle donne, in Italia (e non solo) la spesa militare lievita; tutto questo, in un incomprensibile contesto di relativa indifferenza. Nemmeno il Papa può più permettersi di sottolineare la dignità di una soluzione negoziata al conflitto senza essere oggetto di pesanti critiche, mentre le istituzioni europee paiono continuare a non prendere neppure in considerazione l’idea di un fattivo tentativo nella direzione del negoziato. In questo scenario dai tratti surreali, c’è anche chi, negli ambiti specialistici, ha cominciato a parlare di “economia di guerra”. In termini tecnici, come è intuibile, con questa espressione si indicano tutte quelle misure di politica economica che vengono adottate per preparare il sistema nazionale a rispondere alle esigenze che derivano dalla partecipazione a un conflitto bellico, con una forte restrizione dell’economia di mercato in favore di quella pianificata dallo Stato. Le principali necessità sono quelle di adeguato rifornimento di armamenti e munizioni e di approvvigionamento dell’esercito e della popolazione con i beni di consumo necessari. Uno dei problemi di queste misure sta nell’equilibrio che si deve raggiungere tra la conversione industriale dell’apparato produttivo e necessità di garantire la produzione dei beni che soddisfino le necessità primarie. Storicamente, le economie di guerra sono spesso state accompagnate da fenomeni quali, da un lato, il forte indebitamento dello Stato (solitamente attraverso emissione di titoli del debito pubblico) per fare fronte allo sforzo produttivo bellico e, dall’altro, a spirali inflazionistiche dovute all’eccesso di domanda di beni prodotti in quantità non più sufficiente per soddisfare le richieste della popolazione. Se, infatti, in molti continuano a richiedere beni prodotti in quantità minore perché il sistema industriale è assorbito dalla produzione di armi e munizioni, la domanda superiore all’offerta provocherà un aumento dei prezzi di quei beni; se si tratta di beni di largo consumo, l’aumento dei prezzi diventerà presto generalizzato, con conseguente innesco della spirale inflazionistica. In linea generale, l’economia di guerra non è affatto uno scenario auspicabile, per lo meno per la generalità delle persone e delle realtà produttive. Per alcuni, invece, la prospettiva del business della produzione degli armamenti e della ricostruzione post-bellica è quanto mai allettante. Non occorre essere degli espertissimi di queste cose per immaginare quanto signori della guerra, speculatori e specialisti della ricostruzione sono soliti guadagnare da conflitti che, per tutti gli altri, lasciano solo macerie umane, sociali ed economiche. E’ sempre stato così. Fino ad oggi, ci siamo limitati a prendere atto con sufficienza dell’esistenza di conflitti in luoghi lontani, ma il meccanismo che si ripete è sempre lo stesso: due Stati, o due o più etnie rivali, o due o più fazioni opposte vengono armate fino ai denti dai grandi produttori di armi (inclusi quelli del Belpaese), con conseguente deflagrazione del conflitto e annesse atrocità e devastazioni ai danni delle popolazioni civili. Esaurite le risorse per acquistare armi, o quando le grandi potenze globali decidono che può bastare, vengono decisi e messi in atto piani di pace (in molti casi piuttosto fragili) che prevedono l’immancabile presenza di forze armate internazionali, con ulteriore giovamento per i già floridi bilanci dell’industria delle armi. Parallelamente, grandi imprese su scala globale si assicurano i lauti compensi legati alla ricostruzione delle aree devastate, i cui oneri vengono sostenuti dalle già provate economie dei territori belligeranti sotto forma di debito, che verrà saldato anche attingendo alle risorse naturali del malcapitato Stato “generosamente aiutato”. Il cinismo di chi ha finto di non sapere e di non vedere sta silenziosamente diventando l’ottusa inerzia di chi non coglie la gravità delle conseguenze che ogni scelta di guerra e di morte porta con sé. Non è troppo tardi per invertire la rotta, ma è adesso il momento del coraggio di scelte di pace.  
Francia Guerra Danimarca truppe leva obbligatoria spesa militare economia di guerra