“Polemos è padre di tutte le cose”, secondo Eraclito, filosofo del VI-V secolo a.C. “Polemos”, nel greco antico, è guerra, conflitto, confronto. Secondo i filosofi antichi il conflitto è ineliminabile dall’esistenza e oggi la scienza conferma questa visione. Gli astrofisici descrivono le immani catastrofi che sembrano essere l’ordinaria amministrazione nello spazio cosmico. Anche il Sole è un sistema complesso fatto di innumerevoli esplosioni termonucleari. Ma in questo tipo di “lotta” non c’è odio, così come il lupo che mangia la pecora non odia la pecora, né la pecora odia l’erba di cui si nutre.
Siamo di fronte a una dimensione conflittuale che è parte del loro ciclo vitale. “Nel mondo naturale non vi è odio perché in esso non vi è la condizione necessaria all’odio, cioè l’evoluzione della mente. L’odio è infatti una patologia della mente. Esso consiste nel fatto che essa non è più in grado di reggere il conflitto” (Vito Mancuso). E dunque, ossessionata dal conflitto che vive come inaccettabile e ingestibile, la mente che odia vede come unica via di uscita l’eliminazione e l’annichilimento di chi sente portatore di una visione non integrabile, di una diversità che diventa ossessione. L’odio è ossessivo, termine che deriva da assedio: l’odio come incapacità di accettare e gestire il conflitto fa sentire sotto assedio la mente e il cuore di chi odia. Saper stare nel confronto significa ragionare in termini di et - et, non aut - aut: come potrebbe infatti esistere la sinistra senza la destra, l’ateo senza il credente, il nord senza il sud, la squadra del cuore senza l’eterna rivale? La mente afflitta dalla patologia dell’odio invece non ce la fa a reggere la natura duale della realtà, la pluralità dei punti di vista: l’odio vuole annientare e ”nel suo furore accecante non comprende che l’annientamento del nemico comporta il venir meno anche di sé” (Vito Mancuso, “Etica per giorni difficili”).
editoriale
“Polemos è padre di tutte le cose”, secondo Eraclito, filosofo del VI-V secolo a.C. “Polemos”, nel greco antico, è guerra, conflitto, confronto. Secondo i filosofi antichi il conflitto è ineliminabile dall’esistenza e oggi la scienza conferma questa visione. Gli astrofisici descrivono le immani catastrofi che sembrano essere l’ordinaria amministrazione nello spazio cosmico. Anche il Sole è un sistema complesso fatto di innumerevoli esplosioni termonucleari. Ma in questo tipo di “lotta” non c’è odio, così come il lupo che mangia la pecora non odia la pecora, né la pecora odia l’erba di cui si nutre.
Siamo di fronte a una dimensione conflittuale che è parte del loro ciclo vitale. “Nel mondo naturale non vi è odio perché in esso non vi è la condizione necessaria all’odio, cioè l’evoluzione della mente. L’odio è infatti una patologia della mente. Esso consiste nel fatto che essa non è più in grado di reggere il conflitto” (Vito Mancuso). E dunque, ossessionata dal conflitto che vive come inaccettabile e ingestibile, la mente che odia vede come unica via di uscita l’eliminazione e l’annichilimento di chi sente portatore di una visione non integrabile, di una diversità che diventa ossessione. L’odio è ossessivo, termine che deriva da assedio: l’odio come incapacità di accettare e gestire il conflitto fa sentire sotto assedio la mente e il cuore di chi odia. Saper stare nel confronto significa ragionare in termini di et - et, non aut - aut: come potrebbe infatti esistere la sinistra senza la destra, l’ateo senza il credente, il nord senza il sud, la squadra del cuore senza l’eterna rivale? La mente afflitta dalla patologia dell’odio invece non ce la fa a reggere la natura duale della realtà, la pluralità dei punti di vista: l’odio vuole annientare e ”nel suo furore accecante non comprende che l’annientamento del nemico comporta il venir meno anche di sé” (Vito Mancuso, “Etica per giorni difficili”).
Conflitto
15 marzo 2024
Cuneo
“Polemos è padre di tutte le cose”, secondo Eraclito, filosofo del VI-V secolo a.C. “Polemos”, nel greco antico, è guerra, conflitto, confronto. Secondo i filosofi antichi il conflitto è ineliminabile dall’esistenza e oggi la scienza conferma questa visione. Gli astrofisici descrivono le immani catastrofi che sembrano essere l’ordinaria amministrazione nello spazio cosmico. Anche il Sole è un sistema complesso fatto di innumerevoli esplosioni termonucleari. Ma in questo tipo di “lotta” non c’è odio, così come il lupo che mangia la pecora non odia la pecora, né la pecora odia l’erba di cui si nutre.
Siamo di fronte a una dimensione conflittuale che è parte del loro ciclo vitale. “Nel mondo naturale non vi è odio perché in esso non vi è la condizione necessaria all’odio, cioè l’evoluzione della mente. L’odio è infatti una patologia della mente. Esso consiste nel fatto che essa non è più in grado di reggere il conflitto” (Vito Mancuso). E dunque, ossessionata dal conflitto che vive come inaccettabile e ingestibile, la mente che odia vede come unica via di uscita l’eliminazione e l’annichilimento di chi sente portatore di una visione non integrabile, di una diversità che diventa ossessione. L’odio è ossessivo, termine che deriva da assedio: l’odio come incapacità di accettare e gestire il conflitto fa sentire sotto assedio la mente e il cuore di chi odia. Saper stare nel confronto significa ragionare in termini di et - et, non aut - aut: come potrebbe infatti esistere la sinistra senza la destra, l’ateo senza il credente, il nord senza il sud, la squadra del cuore senza l’eterna rivale? La mente afflitta dalla patologia dell’odio invece non ce la fa a reggere la natura duale della realtà, la pluralità dei punti di vista: l’odio vuole annientare e ”nel suo furore accecante non comprende che l’annientamento del nemico comporta il venir meno anche di sé” (Vito Mancuso, “Etica per giorni difficili”).