Banca d’Italia ha recentemente pubblicato uno studio dal titolo “Stima delle rendite delle abilitazioni professionali: evidenze dall’esame di ammissione alla professione di avvocato”, a cura di Omar Bamieh, Andrea Cintolesi e Mario Pagliero. Nella presentazione, si legge che “Il lavoro studia gli effetti delle abilitazioni professionali sul reddito di chi le ottiene, concentrandosi sul caso degli avvocati. L’analisi considera i candidati che hanno svolto l’esame di Stato per accedere alla professione presso la Corte di appello di Torino tra il 1997 e il 2000”.
Le conclusioni della ricerca sono che“Nei 19 anni seguenti al primo tentativo di accesso alla professione il reddito medio di chi ottiene l’abilitazione da avvocato è più alto di quello dei non abilitati di 21.000 euro lordi all’anno”.
La formula di base utilizzata per elaborare i dati è:
Se la vicinanza territoriale della Corte di appello di Torino potrebbe far sentire familiare l’indagine, a molti avvocati delle nostre parti le conclusioni potrebbero apparire ancora meno comprensibili della formula utilizzata.
21.000 euro lordi all’anno in più di guadagno di un avvocato, rispetto a un laureato non abilitato all’esercizio della professione, paiono una somma francamente eccessiva, sulla quale, verosimilmente, incidono i redditi di alcuni grandi. Si tratta del solito problema delle medie statistiche, plasticamente descritto non solo da Trilussa con il celebre pollo, ma anche in quella macabra ma efficace storiella in cui si racconta di una persona annegata nelle acque di un fiume profonde, mediamente, 30 centimetri.
A ben vedere, però, gli esiti dell’indagine paiono viziati da alcuni travisamenti che emergono già dal titolo del lavoro. Definire “rendita della abilitazione professionale” il compenso che gli avvocati ricevono, se può avere un senso dal punto di vista statistico, certamente non ne ha alcuno nella quotidianità di chi esercita questa professione, se al concetto di “rendita” si associa l’idea di un automatismo tra titolo e compenso. Chi è avvocato, infatti, sa benissimo quale livello di passione, dedizione e fatica richiedano le giornate; così come sa che non solo non c’è alcun automatismo, ma che molto del lavoro svolto non viene, talvolta, neppure percepito come tale dalla generalità delle persone. Le ore di studio e riflessione e alcune notti insonni difficilmente possono essere comprese ragionando in termini puramente contabili.
L’avvocatura è connotata da una forte componente di prossimità, che si esprime nella vicinanza alle persone bisognose di assistenza o consulenza legale nella quotidianità, ed esiste, innanzitutto, perché è animata dal desiderio e dalla passione di essere tale, non diversamente per quanto accade per medici, ingegneri, insegnanti, giornalisti, imprenditori, artigiani e commercianti, ognuno con le proprie specificità.
Quale sia il reale valore di una scelta professionale è cosa ben diversa dal reddito medio associato all’esercizio di quella professione. Per ciò che riguarda l’avvocatura, è facile rendersene conto quando siamo messi di fronte alle immagini, drammatiche, di una nostra connazionale condotta in aula incatenata mani e piedi, oppure siamo scossi dalla notizia dell’ennesimo suicidio in carcere o, anche, apprendiamo che in Iran, gli avvocati e le avvocate che hanno difeso le donne che hanno protestato contro le vessazioni subite sono stati condannati, anche loro, al carcere e a essere frustati, semplicemente per aver difeso chi aveva visti calpestati i propri diritti.
Le grandi vicende internazionali e quelle più vicine a noi pongono domande più complesse di quelle che il documentatissimo lavoro di Banca d’Italia ha affrontato. Quanto vale la dignità di una persona sottoposta a giudizio? Quanto vale la tutela dei diritti di un detenuto, incluso quello a scontare una pena che tenda, davvero, alla sua rieducazione, come sta scritto nella Costituzione? A quanto ammonta il valore della dedizione di chi si siede accanto a una donna che rischia pene pesantissime e inumane perché si è tolta il velo?
Si dirà che l’intento dello studio non era quello di rispondere a queste domande ma, se non si parte da quel tipo di domande, allora le risposte che si avranno saranno talmente parziali da non dire praticamente nulla su quanto vale un avvocato, così come non si capirà quanto vale un medico, un ingegnere, un insegnante, un imprenditore, un infermiere, un artigiano, un educatore professionale o chi, semplicemente, sceglie di dedicarsi alla propria famiglia.
editoriale
Banca d’Italia ha recentemente pubblicato uno studio dal titolo “Stima delle rendite delle abilitazioni professionali: evidenze dall’esame di ammissione alla professione di avvocato”, a cura di Omar Bamieh, Andrea Cintolesi e Mario Pagliero. Nella presentazione, si legge che “Il lavoro studia gli effetti delle abilitazioni professionali sul reddito di chi le ottiene, concentrandosi sul caso degli avvocati. L’analisi considera i candidati che hanno svolto l’esame di Stato per accedere alla professione presso la Corte di appello di Torino tra il 1997 e il 2000”.
Le conclusioni della ricerca sono che“Nei 19 anni seguenti al primo tentativo di accesso alla professione il reddito medio di chi ottiene l’abilitazione da avvocato è più alto di quello dei non abilitati di 21.000 euro lordi all’anno”.
La formula di base utilizzata per elaborare i dati è:
Se la vicinanza territoriale della Corte di appello di Torino potrebbe far sentire familiare l’indagine, a molti avvocati delle nostre parti le conclusioni potrebbero apparire ancora meno comprensibili della formula utilizzata.
21.000 euro lordi all’anno in più di guadagno di un avvocato, rispetto a un laureato non abilitato all’esercizio della professione, paiono una somma francamente eccessiva, sulla quale, verosimilmente, incidono i redditi di alcuni grandi. Si tratta del solito problema delle medie statistiche, plasticamente descritto non solo da Trilussa con il celebre pollo, ma anche in quella macabra ma efficace storiella in cui si racconta di una persona annegata nelle acque di un fiume profonde, mediamente, 30 centimetri.
A ben vedere, però, gli esiti dell’indagine paiono viziati da alcuni travisamenti che emergono già dal titolo del lavoro. Definire “rendita della abilitazione professionale” il compenso che gli avvocati ricevono, se può avere un senso dal punto di vista statistico, certamente non ne ha alcuno nella quotidianità di chi esercita questa professione, se al concetto di “rendita” si associa l’idea di un automatismo tra titolo e compenso. Chi è avvocato, infatti, sa benissimo quale livello di passione, dedizione e fatica richiedano le giornate; così come sa che non solo non c’è alcun automatismo, ma che molto del lavoro svolto non viene, talvolta, neppure percepito come tale dalla generalità delle persone. Le ore di studio e riflessione e alcune notti insonni difficilmente possono essere comprese ragionando in termini puramente contabili.
L’avvocatura è connotata da una forte componente di prossimità, che si esprime nella vicinanza alle persone bisognose di assistenza o consulenza legale nella quotidianità, ed esiste, innanzitutto, perché è animata dal desiderio e dalla passione di essere tale, non diversamente per quanto accade per medici, ingegneri, insegnanti, giornalisti, imprenditori, artigiani e commercianti, ognuno con le proprie specificità.
Quale sia il reale valore di una scelta professionale è cosa ben diversa dal reddito medio associato all’esercizio di quella professione. Per ciò che riguarda l’avvocatura, è facile rendersene conto quando siamo messi di fronte alle immagini, drammatiche, di una nostra connazionale condotta in aula incatenata mani e piedi, oppure siamo scossi dalla notizia dell’ennesimo suicidio in carcere o, anche, apprendiamo che in Iran, gli avvocati e le avvocate che hanno difeso le donne che hanno protestato contro le vessazioni subite sono stati condannati, anche loro, al carcere e a essere frustati, semplicemente per aver difeso chi aveva visti calpestati i propri diritti.
Le grandi vicende internazionali e quelle più vicine a noi pongono domande più complesse di quelle che il documentatissimo lavoro di Banca d’Italia ha affrontato. Quanto vale la dignità di una persona sottoposta a giudizio? Quanto vale la tutela dei diritti di un detenuto, incluso quello a scontare una pena che tenda, davvero, alla sua rieducazione, come sta scritto nella Costituzione? A quanto ammonta il valore della dedizione di chi si siede accanto a una donna che rischia pene pesantissime e inumane perché si è tolta il velo?
Si dirà che l’intento dello studio non era quello di rispondere a queste domande ma, se non si parte da quel tipo di domande, allora le risposte che si avranno saranno talmente parziali da non dire praticamente nulla su quanto vale un avvocato, così come non si capirà quanto vale un medico, un ingegnere, un insegnante, un imprenditore, un infermiere, un artigiano, un educatore professionale o chi, semplicemente, sceglie di dedicarsi alla propria famiglia.
Quanto vale un avvocato?
18 febbraio 2024
Cuneo
Banca d’Italia ha recentemente pubblicato uno studio dal titolo “Stima delle rendite delle abilitazioni professionali: evidenze dall’esame di ammissione alla professione di avvocato”, a cura di Omar Bamieh, Andrea Cintolesi e Mario Pagliero. Nella presentazione, si legge che “Il lavoro studia gli effetti delle abilitazioni professionali sul reddito di chi le ottiene, concentrandosi sul caso degli avvocati. L’analisi considera i candidati che hanno svolto l’esame di Stato per accedere alla professione presso la Corte di appello di Torino tra il 1997 e il 2000”.
Le conclusioni della ricerca sono che“Nei 19 anni seguenti al primo tentativo di accesso alla professione il reddito medio di chi ottiene l’abilitazione da avvocato è più alto di quello dei non abilitati di 21.000 euro lordi all’anno”.
La formula di base utilizzata per elaborare i dati è:
Se la vicinanza territoriale della Corte di appello di Torino potrebbe far sentire familiare l’indagine, a molti avvocati delle nostre parti le conclusioni potrebbero apparire ancora meno comprensibili della formula utilizzata.
21.000 euro lordi all’anno in più di guadagno di un avvocato, rispetto a un laureato non abilitato all’esercizio della professione, paiono una somma francamente eccessiva, sulla quale, verosimilmente, incidono i redditi di alcuni grandi. Si tratta del solito problema delle medie statistiche, plasticamente descritto non solo da Trilussa con il celebre pollo, ma anche in quella macabra ma efficace storiella in cui si racconta di una persona annegata nelle acque di un fiume profonde, mediamente, 30 centimetri.
A ben vedere, però, gli esiti dell’indagine paiono viziati da alcuni travisamenti che emergono già dal titolo del lavoro. Definire “rendita della abilitazione professionale” il compenso che gli avvocati ricevono, se può avere un senso dal punto di vista statistico, certamente non ne ha alcuno nella quotidianità di chi esercita questa professione, se al concetto di “rendita” si associa l’idea di un automatismo tra titolo e compenso. Chi è avvocato, infatti, sa benissimo quale livello di passione, dedizione e fatica richiedano le giornate; così come sa che non solo non c’è alcun automatismo, ma che molto del lavoro svolto non viene, talvolta, neppure percepito come tale dalla generalità delle persone. Le ore di studio e riflessione e alcune notti insonni difficilmente possono essere comprese ragionando in termini puramente contabili.
L’avvocatura è connotata da una forte componente di prossimità, che si esprime nella vicinanza alle persone bisognose di assistenza o consulenza legale nella quotidianità, ed esiste, innanzitutto, perché è animata dal desiderio e dalla passione di essere tale, non diversamente per quanto accade per medici, ingegneri, insegnanti, giornalisti, imprenditori, artigiani e commercianti, ognuno con le proprie specificità.
Quale sia il reale valore di una scelta professionale è cosa ben diversa dal reddito medio associato all’esercizio di quella professione. Per ciò che riguarda l’avvocatura, è facile rendersene conto quando siamo messi di fronte alle immagini, drammatiche, di una nostra connazionale condotta in aula incatenata mani e piedi, oppure siamo scossi dalla notizia dell’ennesimo suicidio in carcere o, anche, apprendiamo che in Iran, gli avvocati e le avvocate che hanno difeso le donne che hanno protestato contro le vessazioni subite sono stati condannati, anche loro, al carcere e a essere frustati, semplicemente per aver difeso chi aveva visti calpestati i propri diritti.
Le grandi vicende internazionali e quelle più vicine a noi pongono domande più complesse di quelle che il documentatissimo lavoro di Banca d’Italia ha affrontato. Quanto vale la dignità di una persona sottoposta a giudizio? Quanto vale la tutela dei diritti di un detenuto, incluso quello a scontare una pena che tenda, davvero, alla sua rieducazione, come sta scritto nella Costituzione? A quanto ammonta il valore della dedizione di chi si siede accanto a una donna che rischia pene pesantissime e inumane perché si è tolta il velo?
Si dirà che l’intento dello studio non era quello di rispondere a queste domande ma, se non si parte da quel tipo di domande, allora le risposte che si avranno saranno talmente parziali da non dire praticamente nulla su quanto vale un avvocato, così come non si capirà quanto vale un medico, un ingegnere, un insegnante, un imprenditore, un infermiere, un artigiano, un educatore professionale o chi, semplicemente, sceglie di dedicarsi alla propria famiglia.