editoriale

Omero

16 febbraio 2024

Cuneo

Omero (Foto Pixabay) Omero (Foto Pixabay) All’origine della letteratura occidentale c’è lui, il leggendario cantore cieco, della cui esistenza non sappiamo nulla in modo certo. Quello che sappiamo è che riusciva a raccontare il dramma della vita, che si organizza intorno all’archetipo della lotta nell’Iliade e intorno all’archetipo del viaggio nell’Odissea. Quello che sappiamo è che conosceva il cuore dell’uomo, le sue contraddizioni, le sue risorse. Ulisse sa sopportare e questo lo aiuta a resistere alle avversità e a garantirsi il ritorno a Itaca. Achille invece paga caro il prezzo della sua disregolazione emotiva (un’ira senza freni, che conosce la sola risposta della vendetta): perde l’amico amato, Patroclo, colpito dal troiano Ettore, e su Ettore sfoga il suo dolore uccidendolo e facendo scempio del suo corpo. L’Iliade si conclude con due uomini, nemici, che abbracciati piangono le loro perdite irreparabili: il greco Achille piange l’amico Patroclo e il troiano Priamo il figlio Ettore. Il poema omerico alla fine ci dice che sono perdenti e vinti entrambi, nonostante la vittoria dei Greci. Omero posa il suo sguardo di pietà su entrambi i popoli, senza fare differenze, senza stabilire gerarchie di valore, legate ai loro dei o alle cause scatenanti il conflitto decennale. Riserva dignità ed esprime empatia agli uni e agli altri. Il poema racconta le conseguenze nefaste delle logiche aggressive, predatorie, della reattività vendicativa. Ieri come oggi: al di là delle strategie, delle analisi geopolitiche, delle armi e dei bunker, ci sono padri e madri che piangono, bambini senza un domani, abbruttimento e ferocia, che non renderanno questo mondo un posto migliore. A Gaza e in Ucraina, in Russia e in Israele, alla fine di tutto c’è sempre e solo l’umano che piange le sue perdite irreparabili.
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