editoriale

L’euro, lo sviluppo economico e la pace

03 febbraio 2024

Cuneo

euro (foto Pixabay) (foto Pixabay) Venerdì 26 gennaio scorso, a Tallin, si è tenuta una conferenza organizzata dalla Commissione Europea e dalla banca centrale lettone per celebrare il decimo anniversario dell’adozione dell’euro in Lettonia. Il momento storico non è dei più semplici e l’enfasi data alla ricorrenza potrebbe anche essere stata maggiore di quello che sarebbe capitato in altri momenti. È evidente, infatti, che il valore anche simbolico dell’appartenenza all’eurozona è diventato un prezioso riferimento per chi, come i lettoni, vive, sempre più, nel timore nei confronti della leadership del vicino russo. Tra gli invitati alla conferenza, c’è stato anche il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che ha succintamente ripercorso alcune delle vicende della storia monetaria mondiale, soffermandosi, in particolare sugli avvicendamenti tra sterlina e dollaro e, poi, sull’affiancamento dell’euro alla divisa statunitense. “L’ascesa e il declino delle valute globali sono spesso considerate fasi di cambiamenti strutturali che avvengono nel tempo in modo lento, ordinato” ha affermato Panetta, proseguendo: “La storia ci dice però che non è così. Nel secolo scorso il dollaro soppiantò la sterlina come principale valuta di fatturazione degli scambi commerciali internazionali all’indomani della Prima guerra mondiale, eguagliando la valuta inglese intorno al 1929 anche nelle emissioni globali di obbligazioni. La sua ascesa si interruppe con la Grande Depressione, e le due valute convissero fino agli anni cinquanta al vertice di un sistema monetario bipolare. Il successo – o la crisi – di una valuta internazionale è quindi un fenomeno complesso, discontinuo, non lineare e meno prevedibile di quanto si creda”. Al di là delle lucidissime analisi del Governatore, ciò che pare opportuno ricordare, in questi tempi non semplici e alla vigilia della scadenza elettorale europea, è che il ruolo della moneta e della circolazione monetaria non è mai un fatto puramente tecnico o contabile. La sterlina inglese è stato un formidabile strumento di controllo dei traffici internazionali in mano all’Inghilterra negli anni della sua affermazione come superpotenza egemone a livello mondiale. Il declino della moneta inglese è coinciso con la disgregazione dell’impero. Discorso analogo vale per il dollaro, la cui irresistibile ascesa è andata in parallelo con la conquista della supremazia economica, politica e militare a livello internazionale. La conferenza di Bretton Woods del luglio 1944 ha rappresentato il momento in cui gli equilibri economici e commerciali sono stati, anche for malmente, ridisegnati. Tra le novità introdotte con gli accorsi vi fu il cosiddetto “gold exchange standard”, vale a dire quel sistema basato su cambi fissi (abbandonato dagli Stati Uniti nel 1971) nel quale tutte le monete degli stati occidentali erano legate, con un rapporto prestabilito, al dollaro statunitense, a sua volta agganciato all’oro. Il dollaro divenne la valuta di riferimento a livello mondiale, poiché tutte le banche centrali potevano affiancare le riserve in dollari a quelle in oro. Ancora una volta (e non è un caso) l’egemonia politica, militare, economica e monetaria andarono di pari passo. Dopo il 1971 è cominciata una fase di grande instabilità monetaria che, in Europa è stata superata da quando è stato rafforzato il percorso verso la moneta comune. Il resto del processo è noto, e porta all’espansione dell’eurozona fino ai giorni nostri. Nonostante alcune, minoritarie, opinioni in senso contrario, pare incontestabile che all’euro si debba molto. La stabilità monetaria di questi anni non sarebbe stata possibile senza una moneta unica e senza gli indispensabili interventi a sostegno dell’economia, per contenere gli effetti delle crisi internazionali che si sono verificate. Ora più che mai, però, è il momento della complessità. Le tensioni internazionali stanno mettendo a dura prova l’unità raggiunta con tanta fatica e la tentazione dell’ognuno per sé è sempre dietro l’angolo. La via, invece, è quella del passaggio successivo, quella della responsabilità delle nazioni che nell’euro hanno visto la via dello sviluppo e del benessere. Per la democrazia, per la pace e per la dignità delle persone non basta una moneta. Serve riscoprire quell’identità basata su una comunanza di valori e di principi che ci ha dato quasi ottant’anni di pace e di sviluppo. Dimenticarlo sarebbe un errore imperdonabile.
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