editoriale
Il capitale umano la forza dei piccoli nella competizione con i colossi
20 gennaio 2024
Cuneo
Recentemente, Google ha dato seguito alla decisione di licenziare centinaia di dipendenti nei settori dell’assistenza digitale e della progettazione di componenti elettronici.
La motivazione è stata indicata nella concorrenza dell’intelligenza artificiale di altri colossi come Microsoft e OpenAI (società ideatrice di ChatGPT, piattaforma di dialogo con sistemi di intelligenza artificiale). Nel comunicato con il quale sono stati annunciati i licenziamenti si legge: “Stiamo investendo in modo responsabile sulle priorità principali dell’azienda e sulle significative opportunità che vediamo per il nostro futuro”. Il colosso californiano ha anche tenuto a precisare che continuerà “a sostenere i dipendenti impattati da queste modifiche mentre cercano nuovi ruoli qui in Google o altrove.”
La notizia è di quelle che colpiscono, dato che (per lo meno nell’immaginario della persona comune), di questi tempi, non dovrebbe esserci nulla di più sicuro di un impiego nell’ambito delle nuove tecnologie, tanto meno presso realtà come Google, tra le primissime a livello mondiale.
C’è da dire che il mondo lavorativo statunitense è molto più dinamico di quello europeo e italiano e che le possibilità di ricollocamento dei lavoratori che hanno perso il posto paiono decisamente buone.
Purtroppo, però, esperienze anche recenti hanno mostrato una certa tendenza a importare da oltreoceano mode e stili di vita dei quali in molti farebbero a meno. Così è stato, ad esempio, per il credito al consumo, che sta generando un debito privato delle famiglie sempre più preoccupante o, ancora, per politiche di vendita di prodotti di qualità notevolmente inferiore a quelli nostrani ma che, soprattutto in tempi di crisi, possono apparire più appetibili rispetto ad altri, più qualitativi e durevoli, ma più costosi nell’immediato.
L’operazione di Google, infatti, non brilla per attenzione nella gestione del capitale umano. Senza voler entrare nei piani di sviluppo imprenditoriale del gigante del web, pare un dato di fatto che qualcuno, nell’organizzazione, abbia affrontato l’impasse di mercato andando a incidere dove è più semplice, vale a dire sui costi e, nello specifico, sui costi del personale.
L’auspicio è che il taglio del personale come misura di contenimento dei costi non diventi un’opzione di moda anche in situazioni vicine a noi. Al di là di valutazioni di ordine etico e di giustizia sociale, infatti, a scoraggiare pratiche di questo tipo dovrebbe bastare la constatazione che il taglio del personale, in molte situazioni, è semplicemente un modo per disperdere risorse. Ogni lavoratore, infatti, rappresenta un patrimonio, non riproducibile, di esperienza, passione, competenze tecniche e relazionali che è opportuno valutare con una attenzione che va oltre la sterile comparazione costi/benefici nel breve o brevissimo termine.
Ciò vale, tanto più, in realtà come la nostra, dove il capitale umano è il vero elemento di forza sul quale puntare nella competizione con i grandi o grandissimi concorrenti. Andiamo verso un mercato sempre più affollato di attori con notevoli risorse tecnologiche, formative e finanziarie. Pensare di competere con questi colossi sul terreno dei costi del personale significa perdere la partita prima ancora di cominciare. Se neppure Google ha retto su questo piano, men che meno possono farlo realtà commerciali e industriali, anche di grandi dimensioni, che operano nel nostro territorio. Per avere successo, però, il capitale umano e tutta la sua insostituibile ricchezza devono essere valorizzati a partire dal modello organizzativo e, prima ancora, dalla stessa cultura aziendale. Da tempo, in molti parlano di “customer centricity”, cioè di centralità del cliente. Se l’attenzione al cliente è la chiave di volta del successo, viene da chiedersi come sia possibile che una realtà produttiva vada in questa direzione se viene a mancare, prima di tutto, la centralità delle persone che lavorano nella struttura lavorativa. Nel nostro territorio abbiamo ben presenti aziende locali anche di grandi dimensioni che continuano a generare sviluppo e benessere proprio a partire dalla cura delle relazioni con i propri dipendenti e del benessere di queste persone considerate come tali, e non come semplici risorse. La speranza è che questi percorsi vengano imitati il più possibile, per il bene dell’intero sistema economico e sociale.