editoriale
“Con i bravi ragazzi non si vincono le partite”: ma è proprio così?
10 dicembre 2023
Cuneo
In una recente intervista, una persona mai banale come Gennaro “Rino” Gattuso ha detto: “Con i bravi ragazzi non si vincono le partite”. Al nostro “Ringhio” (questo il suo soprannome”) si perdona praticamente tutto. Una carriera da calciatore ricca di trionfi, culminati con la vittoria del campionato mondiale di calcio del 2006, garantisce al nostro una sorta di immunità totale, rafforzata da quella istintiva simpatia che suscita l’attuale allenatore dell’Olympique Marsiglia.
Eppure, questa frase, certamente da inquadrare nel discorso generale dell’intervista, è rivelatrice di un modo di pensare che attraversa il calcio a molti livelli, non escluso il settore giovanile. L’idea di fondo è che, alla fine, un certo modo di stare in campo fatto di educazione, rispetto, onestà, trasparenza ed equilibrio, sia da lodare fino a quando non si devono vincere le partite perché, a quel punto, i bravi ragazzi devono lasciare spazio ad altri.
L’affermazione di Gattuso va contestualizzata, se non altro perché ogni appassionato potrebbe indicare non poche brave persone con carriere ricche di successi. L’occasione consente, però, di fare un discorso più generale se è vero, come si dice, che il calcio riflette modi di pensare e di agire diffusi anche in altri ambiti, incluso quello economico.
In quest’ultimo caso, i bravi ragazzi che non vincono sono i cittadini che pagano le imposte, i datori di lavoro che assumono regolarmente i propri lavoratori, le persone che non chiedono nulla a cui non hanno diritto, quelle che chiedono i dovuti permessi edilizi prima di costruire, e via discorrendo. Forse in modo meno dichiarato di una volta, ma ancora presente e strisciante, l’idea è che, se si rispettano le regole, allora non si prospera o, addirittura, non si sopravvive. I meccanismi autoassolutori, che supportano simili sottoculture, si alimentano anche in questo modo. Una certa politica, poi, non manca di strizzare l’occhio a questo sottobosco, figlio dell’idea del successo riservato a chi non si comporta come un bravo ragazzo. I condoni fiscali, quelli edilizi, una certa affezione al contante e all’anonimato che può garantire, una certa allergia a sanzioni davvero efficaci per chi evade, oppure in ambito fallimentare o contro l’inquinamento, per certi aspetti, manifestano un modo di ragionare con molti punti di contatto con la teoria della inettitudine alla vittoria dei bravi ragazzi.
A chiudere il cerchio c’è, infine, l’immancabile plauso a chi “ce l’ha fatta” anche se il percorso, “ di successo”, è connotato da passaggi non esattamente virtuosi e qualche scheletro non è neppure riposto nel proverbiale armadio, ma fa bella mostra di sé sotto gli occhi di tutti, quando non viene esibito con un certo orgoglio.
Senza con ciò voler indulgere su una certa propensione all’autoflagellazione del modo di essere di noi italiani, pare indubbio che a noi, in fondo, i furbacchioni piacciono e chi si fa strada in modi e con mezzi anche ben oltre il limite del lecito, bene o male, viene perdonato e, per certi aspetti, ammirato o invidiato.
L’affermazione di Gattuso, si diceva, è piuttosto fragile ed è facile richiamare alla mente splendidi esempi di persone magnifiche che sono stati campioni autentici (incluso, in fin dei conti, lo stesso Gattuso e molti dei suoi compagni di trionfi).
La vera domanda da porsi, però, è se davvero è lungimirante alimentare questo tipo di approccio e se le vittorie dei “furbetti” sono autenticamente tali. Quello che viene da notare rispetto ad alcuni modi di fare e di agire è l’individualismo esasperato e l’incuranza degli effetti sugli altri e sul futuro di certe vittorie, palesemente effimere e troppo costose. Oramai dovrebbe essere chiaro a chiunque che le vittorie individuali e senza una apertura verso il futuro non sono tali. Si può davvero essere contenti di un benessere non condiviso quando i disperati intorno a noi sono sempre di più? Si può veramente valutare con ammirazione il comportamento di chi non ha dato il proprio giusto contributo, sotto forma di imposte, a una sanità pubblica che viene smantellata e, più in generale, a uno stato sociale che arretra e che arranca? Se la risposta è no, allora se ne deve concludere che è il momento che i bravi ragazzi scendano in campo e ci rimangano, perché solo così è possibile vincere la partita.