editoriale

La riscoperta dell’altro contro lo spirito di preda e di dominio

02 dicembre 2023

Cuneo

Due mani che si stringono Le cronache degli ultimi tempi paiono un incessante elenco di guerre e violenze. Ci vuole una certa forza d’animo per non scoraggiarsi e cedere alla sfiducia. Eppure, in quanto adulti che vivono in questo tempo, abbiamo, quanto meno, la responsabilità di comprendere quello che sta capitando per poterne individuare le cause sulle quali intervenire. L’omicidio di Giulia Cecchettin ha colpito tutti; l’insensatezza della violenza contro una ragazza così ricca di qualità umane non può che rattristare profondamente. Certo, ogni gesto violento va condannato, ma il vuoto di senso di questo atto si è fatto particolarmente sentire. Il dibattito sulle origini del male che si è abbattuto su una vittima così innocente ha toccato anche la natura asseritamente “patriarcale” di alcune strutture sociali e culturali che, a dire di alcuni, alimentano un modo di sentire che, in casi estremi, può sfociare in tragedie come quelle di Giulia. È possibile. Tuttavia, una eccessiva valorizzazione di questo o di quell’altro tratto della degenerazione alla quale assistiamo, rischia di far passare in secondo piano la visione complessiva della natura oggettivamente violenta e perversa di alcuni importanti processi che connotano questo nostro mondo ferito. Non si possono mettere in relazione l’omicidio di Giulia, la tragedia in atto in Medio Oriente, la guerra scatenata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la strage, quotidiana, di innocenti che intraprendono viaggi della disperazione per bussare alle nostre porte, la sistematica depredazione di risorse naturali, con la negazione del diritto a una vita dignitosa per tutti e per chi verrà dopo di noi. Si tratta di discorsi diversi, anzi, diversissimi che, però, paiono avere un filo conduttore comune e perverso, che si alimenta della negazione della dignità dell’altro e di un delirante spirito di preda e di dominio che lascia solo macerie. L’io malato, narcisista, ipertrofico e arrogante di chi non accetta che una relazione affettiva si costruisca sulla libertà di voler bene e sul dono gratuito e incondizionato di sé all’altro ha qualcosa in comune con quello di chi si ostina a non comprendere che non c’è speranza senza la comprensione del diritto di un altro popolo a convivere in pace e sicurezza su una terra che, per forza di cose, deve essere coabitata. La cecità di chi assolutizza i propri bisogni emotivi fino a soffocare, ferire e uccidere, in fondo, non è una parente così lontana dell’ottusità omicida di chi è disposto a fingere di non vedere i volti dei diseredati che non hanno letteralmente nulla. La bulimia relazionale di chi divora gli affetti per poi distruggerli ha qualcosa in comune con l’innaturale propensione al consumo della nostra società, che di tutto si appropria, anche a costo di annientare il presente di molti e il futuro di chi ancora non c’è. Probabilmente, si tratta di parallelismi forzati. Tuttavia, gli effetti delle derive di coscienze individuali e collettive sempre più collassate su se stesse paiono evidenti. Non sembra azzardato vedere nella negazione dell’altro, vicino o lontano, l’epilogo di un percorso che, oramai, non ha più nulla di autenticamente umano. La riscoperta dell’alterità è un passaggio di consapevolezza necessario per ritrovare vie che restituiscano dignità a tutti. Il carissimo Don Gianni Beraudo amava sottolineare l’effetto liberante dell’abbraccio di un malato. Il contatto autentico con il malato, il povero, l’immigrato libera chi riceve l’abbraccio dalle false rappresentazioni con le quali ci identifichiamo e nelle quali ci perdiamo. Prendere atto dell’umanità dell’altro, soprattutto se ferito o semplicemente vulnerabile, riconduce a verità l’immagine che abbiamo di noi stessi; così facendo, infatti, torniamo ad associare la dignità della nostra stessa umanità a qualcosa di ben più profondo della nostra efficienza fisica, del nostro benessere, della nostra ambizione di diventare il capriccioso centro dell’universo affettivo di chi, nella sua libertà, non può essere un’appendice di noi stessi. Un certo modo di pensare e di agire ci sta privando della possibilità di questo abbraccio liberante, del quale abbiamo sempre più bisogno. La riscoperta della dignità dell’altro è la premessa, necessaria, di ogni percorso di pace e di giustizia.  
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