(foto Pixabay)
Il Monte dei Paschi di Siena spa (MPS) è la più antica banca in attività, nata nel 1472, come Monte di Pietà per prestare aiuto alle classi disagiate della città di Siena. Siena era ancora una città retta a repubblica, quando a Firenze dominava Lorenzo il Magnifico. Quell’anno truppe fiorentine saccheggiarono e sottomisero la città di Volterra. Dovevano passare vent’anni prima dell’avventura di Cristoforo Colombo, ma per l’intanto, sempre quell’anno, i portoghesi scoprirono le isole Principe, Annobòn e Sao Tomé nel golfo di Guinea.
Al secolo nostro, la Monte Paschi raggiunse il sesto posto tra i gruppi bancari italiani, il quarto per raccolta alla fine del secolo precedente, ma il 2016 segnò una data storica infausta. La Banca Centrale Europea, a seguito di una verifica tra diversi istituti di credito, rilevò che Monte dei Paschi stava affondando in un cumulo di crediti deteriorati o “marci”. Parliamo di crediti concessi con scarse garanzie e con criteri clientelari, che non verranno mai recuperati: non più poste attive di bilancio, ma “buchi”. L’autorità europea impose alla banca di ricapitalizzare per cinque milioni di euro al fine di coprire parte delle perdite e dotarsi di liquidità per continuare ad operare. L’offerta di azioni per equivalente valore (figurarsi!) vide il fuggi fuggi degli operatori finanziari. L’alternativa al fallimento fu l’acquisto delle azioni da parte dello Stato. Sborsò 5,4 miliardi, per una media di 7 euro ad azione, ricavando la soddisfazione di trovarsi azionista al 68,24% di tale disastro. Normale fenomeno di privatizzazione degli utili e pubblicizzazione delle perdite. Eppure quali maggiori costi avrebbe causato ad operatori economici e risparmiatori, non solo toscani, il fallimento di un tale colosso del credito? In questi giorni apprendiamo che la vendita sul mercato da parte dello Stato del 25% delle proprie azioni ha avuto una risposta positiva, comportando un recupero di 728 milioni di euro per un prezzo di 2,89 euro per azione.
In questi giorni apprendiamo anche del tentativo del governo di applicare alle banche una tassazione straordinaria sui cosiddetti “extraprofitti”. Al fine di combattere la fiammata inflazionistica, la Banca Centrale Europea ha, via via, elevato il costo del denaro (di cui rifornisce le Banche nazionali). Queste ultime, di riflesso, hanno fatto impennare il tasso dei mutui e dei finanziamenti, senza remunerare in proporzione i depositi ed i conti bancari dei clienti. Il differenziale tra il ricavo dai tassi attivi (prestiti) ed il pagamento dei tassi passivi (remunerazione dei depositi e dei conti bancari) costituisce un profitto e l’eccezionale disallineamento tra i due valori, verificatosi dal 2021 ad oggi, costituisce un profitto extra. In un “decreto omnibus” del 8 agosto è stata inserita una norma che prevede una tassa straordinaria per il 2023, nella misura del 40%, appunto, sul quel differenziale tra i due interessi. Strepiti delle banche, cali consistenti in borsa delle azioni bancarie, rimbrotti della Banca Centrale Europea. La conversione in legge del 9 ottobre ritocca al ribasso la base di calcolo dell’imponibile, ma soprattutto consente alle banche di sottrarsi all’onere fiscale, qualora destinino un valore pari a due volte e mezzo l’ammontare della tassa a loro riserva non distribuibile. Così faranno presumibilmente quasi tutti gli istituti bancari – come già agevolmente praticato da Intesa San Paolo e Unicredit. La previsione di un incasso di 3,95 miliardi, da destinare a sostegno di cittadini gravati dai tassi dei mutui e da altri oneri fiscali, come preannunciato con gran schiamazzo da qualche ministro, difficilmente si avvererà. Non sarebbe male, per operazioni che colpiscono le silenziose stanze dei centri del potere economico e finanziario, seguire la sobrietà comunicativa di Mario Draghi, allorché tassò gli extraprofitti delle società energetiche. All’Italia, invece, s’ispireranno i banchieri di Spagna, Repubblica Ceca, Ungheria, Olanda, Irlanda, Lituania, gravati di tassa sugli extraprofitti.
editoriale
(foto Pixabay)
Il Monte dei Paschi di Siena spa (MPS) è la più antica banca in attività, nata nel 1472, come Monte di Pietà per prestare aiuto alle classi disagiate della città di Siena. Siena era ancora una città retta a repubblica, quando a Firenze dominava Lorenzo il Magnifico. Quell’anno truppe fiorentine saccheggiarono e sottomisero la città di Volterra. Dovevano passare vent’anni prima dell’avventura di Cristoforo Colombo, ma per l’intanto, sempre quell’anno, i portoghesi scoprirono le isole Principe, Annobòn e Sao Tomé nel golfo di Guinea.
Al secolo nostro, la Monte Paschi raggiunse il sesto posto tra i gruppi bancari italiani, il quarto per raccolta alla fine del secolo precedente, ma il 2016 segnò una data storica infausta. La Banca Centrale Europea, a seguito di una verifica tra diversi istituti di credito, rilevò che Monte dei Paschi stava affondando in un cumulo di crediti deteriorati o “marci”. Parliamo di crediti concessi con scarse garanzie e con criteri clientelari, che non verranno mai recuperati: non più poste attive di bilancio, ma “buchi”. L’autorità europea impose alla banca di ricapitalizzare per cinque milioni di euro al fine di coprire parte delle perdite e dotarsi di liquidità per continuare ad operare. L’offerta di azioni per equivalente valore (figurarsi!) vide il fuggi fuggi degli operatori finanziari. L’alternativa al fallimento fu l’acquisto delle azioni da parte dello Stato. Sborsò 5,4 miliardi, per una media di 7 euro ad azione, ricavando la soddisfazione di trovarsi azionista al 68,24% di tale disastro. Normale fenomeno di privatizzazione degli utili e pubblicizzazione delle perdite. Eppure quali maggiori costi avrebbe causato ad operatori economici e risparmiatori, non solo toscani, il fallimento di un tale colosso del credito? In questi giorni apprendiamo che la vendita sul mercato da parte dello Stato del 25% delle proprie azioni ha avuto una risposta positiva, comportando un recupero di 728 milioni di euro per un prezzo di 2,89 euro per azione.
In questi giorni apprendiamo anche del tentativo del governo di applicare alle banche una tassazione straordinaria sui cosiddetti “extraprofitti”. Al fine di combattere la fiammata inflazionistica, la Banca Centrale Europea ha, via via, elevato il costo del denaro (di cui rifornisce le Banche nazionali). Queste ultime, di riflesso, hanno fatto impennare il tasso dei mutui e dei finanziamenti, senza remunerare in proporzione i depositi ed i conti bancari dei clienti. Il differenziale tra il ricavo dai tassi attivi (prestiti) ed il pagamento dei tassi passivi (remunerazione dei depositi e dei conti bancari) costituisce un profitto e l’eccezionale disallineamento tra i due valori, verificatosi dal 2021 ad oggi, costituisce un profitto extra. In un “decreto omnibus” del 8 agosto è stata inserita una norma che prevede una tassa straordinaria per il 2023, nella misura del 40%, appunto, sul quel differenziale tra i due interessi. Strepiti delle banche, cali consistenti in borsa delle azioni bancarie, rimbrotti della Banca Centrale Europea. La conversione in legge del 9 ottobre ritocca al ribasso la base di calcolo dell’imponibile, ma soprattutto consente alle banche di sottrarsi all’onere fiscale, qualora destinino un valore pari a due volte e mezzo l’ammontare della tassa a loro riserva non distribuibile. Così faranno presumibilmente quasi tutti gli istituti bancari – come già agevolmente praticato da Intesa San Paolo e Unicredit. La previsione di un incasso di 3,95 miliardi, da destinare a sostegno di cittadini gravati dai tassi dei mutui e da altri oneri fiscali, come preannunciato con gran schiamazzo da qualche ministro, difficilmente si avvererà. Non sarebbe male, per operazioni che colpiscono le silenziose stanze dei centri del potere economico e finanziario, seguire la sobrietà comunicativa di Mario Draghi, allorché tassò gli extraprofitti delle società energetiche. All’Italia, invece, s’ispireranno i banchieri di Spagna, Repubblica Ceca, Ungheria, Olanda, Irlanda, Lituania, gravati di tassa sugli extraprofitti.
Banche, dalla storia travagliata di Monte dei Paschi di Siena agli extraprofitti
02 dicembre 2023
Cuneo
(foto Pixabay)
Il Monte dei Paschi di Siena spa (MPS) è la più antica banca in attività, nata nel 1472, come Monte di Pietà per prestare aiuto alle classi disagiate della città di Siena. Siena era ancora una città retta a repubblica, quando a Firenze dominava Lorenzo il Magnifico. Quell’anno truppe fiorentine saccheggiarono e sottomisero la città di Volterra. Dovevano passare vent’anni prima dell’avventura di Cristoforo Colombo, ma per l’intanto, sempre quell’anno, i portoghesi scoprirono le isole Principe, Annobòn e Sao Tomé nel golfo di Guinea.
Al secolo nostro, la Monte Paschi raggiunse il sesto posto tra i gruppi bancari italiani, il quarto per raccolta alla fine del secolo precedente, ma il 2016 segnò una data storica infausta. La Banca Centrale Europea, a seguito di una verifica tra diversi istituti di credito, rilevò che Monte dei Paschi stava affondando in un cumulo di crediti deteriorati o “marci”. Parliamo di crediti concessi con scarse garanzie e con criteri clientelari, che non verranno mai recuperati: non più poste attive di bilancio, ma “buchi”. L’autorità europea impose alla banca di ricapitalizzare per cinque milioni di euro al fine di coprire parte delle perdite e dotarsi di liquidità per continuare ad operare. L’offerta di azioni per equivalente valore (figurarsi!) vide il fuggi fuggi degli operatori finanziari. L’alternativa al fallimento fu l’acquisto delle azioni da parte dello Stato. Sborsò 5,4 miliardi, per una media di 7 euro ad azione, ricavando la soddisfazione di trovarsi azionista al 68,24% di tale disastro. Normale fenomeno di privatizzazione degli utili e pubblicizzazione delle perdite. Eppure quali maggiori costi avrebbe causato ad operatori economici e risparmiatori, non solo toscani, il fallimento di un tale colosso del credito? In questi giorni apprendiamo che la vendita sul mercato da parte dello Stato del 25% delle proprie azioni ha avuto una risposta positiva, comportando un recupero di 728 milioni di euro per un prezzo di 2,89 euro per azione.
In questi giorni apprendiamo anche del tentativo del governo di applicare alle banche una tassazione straordinaria sui cosiddetti “extraprofitti”. Al fine di combattere la fiammata inflazionistica, la Banca Centrale Europea ha, via via, elevato il costo del denaro (di cui rifornisce le Banche nazionali). Queste ultime, di riflesso, hanno fatto impennare il tasso dei mutui e dei finanziamenti, senza remunerare in proporzione i depositi ed i conti bancari dei clienti. Il differenziale tra il ricavo dai tassi attivi (prestiti) ed il pagamento dei tassi passivi (remunerazione dei depositi e dei conti bancari) costituisce un profitto e l’eccezionale disallineamento tra i due valori, verificatosi dal 2021 ad oggi, costituisce un profitto extra. In un “decreto omnibus” del 8 agosto è stata inserita una norma che prevede una tassa straordinaria per il 2023, nella misura del 40%, appunto, sul quel differenziale tra i due interessi. Strepiti delle banche, cali consistenti in borsa delle azioni bancarie, rimbrotti della Banca Centrale Europea. La conversione in legge del 9 ottobre ritocca al ribasso la base di calcolo dell’imponibile, ma soprattutto consente alle banche di sottrarsi all’onere fiscale, qualora destinino un valore pari a due volte e mezzo l’ammontare della tassa a loro riserva non distribuibile. Così faranno presumibilmente quasi tutti gli istituti bancari – come già agevolmente praticato da Intesa San Paolo e Unicredit. La previsione di un incasso di 3,95 miliardi, da destinare a sostegno di cittadini gravati dai tassi dei mutui e da altri oneri fiscali, come preannunciato con gran schiamazzo da qualche ministro, difficilmente si avvererà. Non sarebbe male, per operazioni che colpiscono le silenziose stanze dei centri del potere economico e finanziario, seguire la sobrietà comunicativa di Mario Draghi, allorché tassò gli extraprofitti delle società energetiche. All’Italia, invece, s’ispireranno i banchieri di Spagna, Repubblica Ceca, Ungheria, Olanda, Irlanda, Lituania, gravati di tassa sugli extraprofitti.