Caraglio, San Lorenzo: resti scultorei dell’VIII secolo, forse traccia dell’antica chiesa plebana.
Le vicende relative alla formazione delle prime strutture ecclesiali nell’area pedemontana compresa nel ventaglio delle Alpi Marittime sono evanescenti non solo per la quasi totale assenza di documentazione scritta, ma anche perché restano molto incerte le fasi socio-politiche che hanno modificato nei secoli i fulcri vitali di questo territorio.
Sinteticamente la storiografia, che in questi ultimi decenni ha visto l’impegno di vari studiosi locali, in particolare raccolti nella Società di Studi Storici Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo, individua delle fasi diverse nella lunga stagione alto-medievale, dopo la romanizzazione, collocata dal primo secolo avanti Cristo fino al quinto secolo. I secoli V e VI furono segnati da sconvolgimenti per i passaggi di popolazioni barbariche; nei secoli VII ed VIII prevalsero i ducati longobardi, pur in lotta ancora con i bizantini; nei secoli IX e XI si affermò l’impero di Carlo Magno e dei suoi successori, con ricorrenti turbamenti bellici, in cui si inseriscono le così dette scorrerie saracene. Infine sorsero i comuni, dal secolo XII, con la formazione di nuovi centri urbani.
Le chiese medievali coinvolte nelle alterne vicende socio-politiche
In un precedente passo di questo percorso, si è fatto cenno alla costruzione di chiese, le prime ancora nel secolo V, presso i municipi romani di Pollentia, Augusta Bagiennorum, Pedona e Forum Germa, ricordando che, a parte per i resti di una chiesa ricavata su un tempio romano ad Augusta Bagiennorum, delle altre sedi di antiche pievi (parola indicante la parte di plebs, cioè di popolo cristiano che si radunava nella chiesa) non si conosce nemmeno il sito preciso.
Nonostante non vi siano resti significativi, tuttavia le pievi, come struttura ecclesiale di riferimento per i fedeli, continuarono la loro presenza di poli pastorali al di là del cambiamento di chiesa, perché non erano solo il frutto dell’iniziativa locale, ma erano garantite dal legame con le sedi episcopali che provvedevano a nominare i preti che dovevano prendersene cura; il titolo e la responsabilità pastorale delle pievi passò in chiese diverse, anche spostandosi di chilometri, per collocarsi in posizioni utili alle conformazioni dei nuovi aggregati abitativi.
Le migrazioni della sede della pieve di Santa Maria di Pedona
La sede plebana più peregrina forse è stata quella di Santa Maria di Pedona, che è pure ritenuta la più antica. Il titolo mariano si diffuse rapidamente dopo il concilio di Efeso del 431. Il titolo originario della pieve di Santa Maria potrebbe essere coevo o poco posteriore alla costruzione della chiesa di San Dalmazzo, attribuibile a circa il 450. La specificazione “di Pedona”, che compare nei documenti ufficiali ancora nel 902 e nel 1041, indica che inizialmente la chiesa di Santa Maria doveva sorgere nell’abitato della Pedona romana.
Al riguardo le “Passiones” contengono accenni ambigui: infatti sono indicate tre chiese di Santa Maria, San Giovanni Battista e San Dalmazzo presenti “in loco”, ma si cita pure il “Castrum Auriatensium”. Se la chiesa di Santa Maria fosse stata collocata nel paese, si potrebbe pensare al probabile centro di Pedona, indicato nell’area detta “la freu”, ai piedi della collina, ma non sono mai state eseguite indagini significative. Altro sito, posto a lato del “cardo” romano, potrebbe essere quello in cui nel 1515 venne costruita la cappella della Madonna del Campo, dopo il racconto del ritrovamento in quel punto di un tesoretto e dell’apparizione della Madonna; ma qui sono emersi solo resti di tombe romane.
Il “Castrum Auriatensium” è ipotizzato presso la “Toglia” di Roccavione, nel cuneo rialzato tra la confluenza del Gesso e del Vermenagna. Questo sarebbe stato il centro direttivo del vasto comitato di Auriate, esteso dalla valle Stura a Savigliano, ma si discute ancora dove fosse il capoluogo. Una verifica archeologica non è mai stata fatta, nemmeno in occasione della realizzazione delle recenti strade, che in parte hanno tagliato il sito ed il guado sul Vermenagna, non lontano dalla cappella in ricordo del martirio di San Dalmazzo. Labile conferma starebbe nel ritenere l’attuale parrocchia della Visitazione di Maria Vergine in Roccavione come la continuazione della pieve di Pedona, dopo le incursioni saracene, del 906, quando le Valli Vermenagna e Gesso passarono dalla diocesi di Torino a quella di Asti.
Anche la località scomparsa di Brusaporcello, la cui collocazione incerta è ipotizzata a valle di Fontanelle, vantava di aver accolto la sede plebana di Santa Maria di Pedona. Lo ricorda una lapide, posta nel 1897 sulla facciata della chiesa di San Lorenzo a Fontanelle, in cui si cita la presenza di una chiesa dall’inizio del quarto secolo! La chiesa di Brusaporcello fu distrutta dagli Armagnacchi nel 1400, ma nel 1474 don Ferreolo Loque, parroco di San Bartolomeo di Boves, reclamava il titolo di “pievano” di Boves perché esso è già usato nel 1435 dal suo predecessore don Pietro Paparani. Si tenga presente che nel 1388 venne istituita la diocesi di Mondovì, a cui fino al 1440 non si sottomise Cuneo, dove aveva sede la pieve di Santa Maria, ma vi aderì Boves, ottenendo il titolo di pieve.
Dal 1200 la pieve di Santa Maria aveva sede in Cuneo nella antica chiesa detta appunto Santa Maria della Pieve e tale compare, nel 1345, nel registro del vescovo di Asti, Arnaldo da Roseto, capofila delle chiese soggette al vescovo in Cuneo, Boves e valle Vermenagna. Recentemente parti dell’abside di Santa Maria della Pieve in Cuneo sono venute alla luce con alcune tombe; un’indagine più approfondita avrebbe forse potuto offrire elementi per valutare quando questa chiesa era sorta in Cuneo.
Vicende incerte anche per la pieve di Santa Maria di Caraglio
Il titolo della pieve di Santa Maria di Caraglio conta spostamenti più limitati, ma più incerti nei tempi. La critica storica più prudente ne accettava l’istituzione solo nel IX secolo, ma la presenza di tre epigrafi cristiane, di cui due, una di Marciana e l’altra di Rofia, datate al 658 e 669, inducono a risalire almeno al VII secolo. La terza epigrafe ricorda la tomba del piccolo Evols, di soli tre anni, figlio del conte Hirice, ed è attribuita all’VIII secolo.
Anche in questo caso non si conosce il sito della prima chiesa plebana. Toponimi locali e ritrovamenti archeologici fanno propendere per San Lorenzo, con la vicina casa detta “La pieve”. A poche decine di metri erano stati trovati i resti delle terme romane; non sono rari i riusi di terme ramane, andate in disuso dopo il V secolo ed utilizzate in parte per chiese e battisteri. I resti decorativi di un pluteo e di cornice del VII-VIII si addicono ad una chiesa di buon livello artistico.
Con la rovina della cittadina romana, l’abitato si sviluppò ai piedi della collina col nuovo nome di Cadralium, sotto la protezione del castello. Si avanzò l’ipotesi che la chiesa plebana fosse presso il castello, di cui emersero due pareti con affreschi gotici. Ma né la collocazione, né le dimensioni si addicono ad una sede di pieve; invece è molto attendibile questa funzione per la chiesa di San Giovanni, che emerge sull’abitato, collocata sull’ultimo sperone roccioso verso la pianura. Presso questa chiesa vi fu la canonica dal secolo XIV al 1800. A favore di San Giovanni come sede di pieve può essere anche un curioso particolare (fatto notare da L. Molineris nel suo dettagliato esame delle chiese antiche di Caraglio): nell’elenco delle chiese dipendenti dal vescovo di Torino nel 1386, sotto la pieve di Santa Maria di Caraglio, compare prima San Giovanni che Santa Maria e San Paolo, che erano comparrocchiali ancora nel 1770. Infine prevalse la sede di Santa Maria che è citata come pieve dal 1351 in poi.
Nelle alterne vicende delle pievi, vi fu continuità di istituzioni, ma fragilità delle strutture
Unica chiesa di pieve sopravvissuta al medioevo fu quella di San Giovanni a Demonte, ancora raffigurata dal Boetto nel 1665, anche se ormai la sede della pievania era già passata alla chiesa di San Donato.
Il fatto che non siano rimaste tracce di chiese importanti come sedi di istituzioni fondamentali nella vita ecclesiale di quei secoli, si collega in buona parte a dolorose vicende di invasioni e poi guerre tra cristiani! E forse non tutte furono distrutte violentemente; forse decaddero per abbandono con lo spostamento degli abitanti in altri siti e la successiva ricostruzione in posti nuovi.
D’altro lato la continuità di tali pievi come istituzioni venne garantita dal legame superiore che esse avevano con le sedi vescovili. E sarà pure decisivo il riconoscimento vescovile per le nuove forme di comunità che, come spore di una cellula originaria, si strutturarono dal secolo XII in poi con la formazione delle parrocchie.
La storia si ripete con fenomeni attuali di spopolamento di paesi e nuove periferie frutto di mobilità sociale: i vescovi potranno ridisegnare i confini di nuove istituzioni, ma molte chiese e strutture religiose scompariranno come già era avvenuto.
(continua)
cuneo
Caraglio, San Lorenzo: resti scultorei dell’VIII secolo, forse traccia dell’antica chiesa plebana.
Le vicende relative alla formazione delle prime strutture ecclesiali nell’area pedemontana compresa nel ventaglio delle Alpi Marittime sono evanescenti non solo per la quasi totale assenza di documentazione scritta, ma anche perché restano molto incerte le fasi socio-politiche che hanno modificato nei secoli i fulcri vitali di questo territorio.
Sinteticamente la storiografia, che in questi ultimi decenni ha visto l’impegno di vari studiosi locali, in particolare raccolti nella Società di Studi Storici Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo, individua delle fasi diverse nella lunga stagione alto-medievale, dopo la romanizzazione, collocata dal primo secolo avanti Cristo fino al quinto secolo. I secoli V e VI furono segnati da sconvolgimenti per i passaggi di popolazioni barbariche; nei secoli VII ed VIII prevalsero i ducati longobardi, pur in lotta ancora con i bizantini; nei secoli IX e XI si affermò l’impero di Carlo Magno e dei suoi successori, con ricorrenti turbamenti bellici, in cui si inseriscono le così dette scorrerie saracene. Infine sorsero i comuni, dal secolo XII, con la formazione di nuovi centri urbani.
Le chiese medievali coinvolte nelle alterne vicende socio-politiche
In un precedente passo di questo percorso, si è fatto cenno alla costruzione di chiese, le prime ancora nel secolo V, presso i municipi romani di Pollentia, Augusta Bagiennorum, Pedona e Forum Germa, ricordando che, a parte per i resti di una chiesa ricavata su un tempio romano ad Augusta Bagiennorum, delle altre sedi di antiche pievi (parola indicante la parte di plebs, cioè di popolo cristiano che si radunava nella chiesa) non si conosce nemmeno il sito preciso.
Nonostante non vi siano resti significativi, tuttavia le pievi, come struttura ecclesiale di riferimento per i fedeli, continuarono la loro presenza di poli pastorali al di là del cambiamento di chiesa, perché non erano solo il frutto dell’iniziativa locale, ma erano garantite dal legame con le sedi episcopali che provvedevano a nominare i preti che dovevano prendersene cura; il titolo e la responsabilità pastorale delle pievi passò in chiese diverse, anche spostandosi di chilometri, per collocarsi in posizioni utili alle conformazioni dei nuovi aggregati abitativi.
Le migrazioni della sede della pieve di Santa Maria di Pedona
La sede plebana più peregrina forse è stata quella di Santa Maria di Pedona, che è pure ritenuta la più antica. Il titolo mariano si diffuse rapidamente dopo il concilio di Efeso del 431. Il titolo originario della pieve di Santa Maria potrebbe essere coevo o poco posteriore alla costruzione della chiesa di San Dalmazzo, attribuibile a circa il 450. La specificazione “di Pedona”, che compare nei documenti ufficiali ancora nel 902 e nel 1041, indica che inizialmente la chiesa di Santa Maria doveva sorgere nell’abitato della Pedona romana.
Al riguardo le “Passiones” contengono accenni ambigui: infatti sono indicate tre chiese di Santa Maria, San Giovanni Battista e San Dalmazzo presenti “in loco”, ma si cita pure il “Castrum Auriatensium”. Se la chiesa di Santa Maria fosse stata collocata nel paese, si potrebbe pensare al probabile centro di Pedona, indicato nell’area detta “la freu”, ai piedi della collina, ma non sono mai state eseguite indagini significative. Altro sito, posto a lato del “cardo” romano, potrebbe essere quello in cui nel 1515 venne costruita la cappella della Madonna del Campo, dopo il racconto del ritrovamento in quel punto di un tesoretto e dell’apparizione della Madonna; ma qui sono emersi solo resti di tombe romane.
Il “Castrum Auriatensium” è ipotizzato presso la “Toglia” di Roccavione, nel cuneo rialzato tra la confluenza del Gesso e del Vermenagna. Questo sarebbe stato il centro direttivo del vasto comitato di Auriate, esteso dalla valle Stura a Savigliano, ma si discute ancora dove fosse il capoluogo. Una verifica archeologica non è mai stata fatta, nemmeno in occasione della realizzazione delle recenti strade, che in parte hanno tagliato il sito ed il guado sul Vermenagna, non lontano dalla cappella in ricordo del martirio di San Dalmazzo. Labile conferma starebbe nel ritenere l’attuale parrocchia della Visitazione di Maria Vergine in Roccavione come la continuazione della pieve di Pedona, dopo le incursioni saracene, del 906, quando le Valli Vermenagna e Gesso passarono dalla diocesi di Torino a quella di Asti.
Anche la località scomparsa di Brusaporcello, la cui collocazione incerta è ipotizzata a valle di Fontanelle, vantava di aver accolto la sede plebana di Santa Maria di Pedona. Lo ricorda una lapide, posta nel 1897 sulla facciata della chiesa di San Lorenzo a Fontanelle, in cui si cita la presenza di una chiesa dall’inizio del quarto secolo! La chiesa di Brusaporcello fu distrutta dagli Armagnacchi nel 1400, ma nel 1474 don Ferreolo Loque, parroco di San Bartolomeo di Boves, reclamava il titolo di “pievano” di Boves perché esso è già usato nel 1435 dal suo predecessore don Pietro Paparani. Si tenga presente che nel 1388 venne istituita la diocesi di Mondovì, a cui fino al 1440 non si sottomise Cuneo, dove aveva sede la pieve di Santa Maria, ma vi aderì Boves, ottenendo il titolo di pieve.
Dal 1200 la pieve di Santa Maria aveva sede in Cuneo nella antica chiesa detta appunto Santa Maria della Pieve e tale compare, nel 1345, nel registro del vescovo di Asti, Arnaldo da Roseto, capofila delle chiese soggette al vescovo in Cuneo, Boves e valle Vermenagna. Recentemente parti dell’abside di Santa Maria della Pieve in Cuneo sono venute alla luce con alcune tombe; un’indagine più approfondita avrebbe forse potuto offrire elementi per valutare quando questa chiesa era sorta in Cuneo.
Vicende incerte anche per la pieve di Santa Maria di Caraglio
Il titolo della pieve di Santa Maria di Caraglio conta spostamenti più limitati, ma più incerti nei tempi. La critica storica più prudente ne accettava l’istituzione solo nel IX secolo, ma la presenza di tre epigrafi cristiane, di cui due, una di Marciana e l’altra di Rofia, datate al 658 e 669, inducono a risalire almeno al VII secolo. La terza epigrafe ricorda la tomba del piccolo Evols, di soli tre anni, figlio del conte Hirice, ed è attribuita all’VIII secolo.
Anche in questo caso non si conosce il sito della prima chiesa plebana. Toponimi locali e ritrovamenti archeologici fanno propendere per San Lorenzo, con la vicina casa detta “La pieve”. A poche decine di metri erano stati trovati i resti delle terme romane; non sono rari i riusi di terme ramane, andate in disuso dopo il V secolo ed utilizzate in parte per chiese e battisteri. I resti decorativi di un pluteo e di cornice del VII-VIII si addicono ad una chiesa di buon livello artistico.
Con la rovina della cittadina romana, l’abitato si sviluppò ai piedi della collina col nuovo nome di Cadralium, sotto la protezione del castello. Si avanzò l’ipotesi che la chiesa plebana fosse presso il castello, di cui emersero due pareti con affreschi gotici. Ma né la collocazione, né le dimensioni si addicono ad una sede di pieve; invece è molto attendibile questa funzione per la chiesa di San Giovanni, che emerge sull’abitato, collocata sull’ultimo sperone roccioso verso la pianura. Presso questa chiesa vi fu la canonica dal secolo XIV al 1800. A favore di San Giovanni come sede di pieve può essere anche un curioso particolare (fatto notare da L. Molineris nel suo dettagliato esame delle chiese antiche di Caraglio): nell’elenco delle chiese dipendenti dal vescovo di Torino nel 1386, sotto la pieve di Santa Maria di Caraglio, compare prima San Giovanni che Santa Maria e San Paolo, che erano comparrocchiali ancora nel 1770. Infine prevalse la sede di Santa Maria che è citata come pieve dal 1351 in poi.
Nelle alterne vicende delle pievi, vi fu continuità di istituzioni, ma fragilità delle strutture
Unica chiesa di pieve sopravvissuta al medioevo fu quella di San Giovanni a Demonte, ancora raffigurata dal Boetto nel 1665, anche se ormai la sede della pievania era già passata alla chiesa di San Donato.
Il fatto che non siano rimaste tracce di chiese importanti come sedi di istituzioni fondamentali nella vita ecclesiale di quei secoli, si collega in buona parte a dolorose vicende di invasioni e poi guerre tra cristiani! E forse non tutte furono distrutte violentemente; forse decaddero per abbandono con lo spostamento degli abitanti in altri siti e la successiva ricostruzione in posti nuovi.
D’altro lato la continuità di tali pievi come istituzioni venne garantita dal legame superiore che esse avevano con le sedi vescovili. E sarà pure decisivo il riconoscimento vescovile per le nuove forme di comunità che, come spore di una cellula originaria, si strutturarono dal secolo XII in poi con la formazione delle parrocchie.
La storia si ripete con fenomeni attuali di spopolamento di paesi e nuove periferie frutto di mobilità sociale: i vescovi potranno ridisegnare i confini di nuove istituzioni, ma molte chiese e strutture religiose scompariranno come già era avvenuto.
(continua)
Quale fine hanno fatto le chiese del primo millennio?
12 novembre 2023
Cuneo
Caraglio, San Lorenzo: resti scultorei dell’VIII secolo, forse traccia dell’antica chiesa plebana.
Le vicende relative alla formazione delle prime strutture ecclesiali nell’area pedemontana compresa nel ventaglio delle Alpi Marittime sono evanescenti non solo per la quasi totale assenza di documentazione scritta, ma anche perché restano molto incerte le fasi socio-politiche che hanno modificato nei secoli i fulcri vitali di questo territorio.
Sinteticamente la storiografia, che in questi ultimi decenni ha visto l’impegno di vari studiosi locali, in particolare raccolti nella Società di Studi Storici Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo, individua delle fasi diverse nella lunga stagione alto-medievale, dopo la romanizzazione, collocata dal primo secolo avanti Cristo fino al quinto secolo. I secoli V e VI furono segnati da sconvolgimenti per i passaggi di popolazioni barbariche; nei secoli VII ed VIII prevalsero i ducati longobardi, pur in lotta ancora con i bizantini; nei secoli IX e XI si affermò l’impero di Carlo Magno e dei suoi successori, con ricorrenti turbamenti bellici, in cui si inseriscono le così dette scorrerie saracene. Infine sorsero i comuni, dal secolo XII, con la formazione di nuovi centri urbani.
Le chiese medievali coinvolte nelle alterne vicende socio-politiche
In un precedente passo di questo percorso, si è fatto cenno alla costruzione di chiese, le prime ancora nel secolo V, presso i municipi romani di Pollentia, Augusta Bagiennorum, Pedona e Forum Germa, ricordando che, a parte per i resti di una chiesa ricavata su un tempio romano ad Augusta Bagiennorum, delle altre sedi di antiche pievi (parola indicante la parte di plebs, cioè di popolo cristiano che si radunava nella chiesa) non si conosce nemmeno il sito preciso.
Nonostante non vi siano resti significativi, tuttavia le pievi, come struttura ecclesiale di riferimento per i fedeli, continuarono la loro presenza di poli pastorali al di là del cambiamento di chiesa, perché non erano solo il frutto dell’iniziativa locale, ma erano garantite dal legame con le sedi episcopali che provvedevano a nominare i preti che dovevano prendersene cura; il titolo e la responsabilità pastorale delle pievi passò in chiese diverse, anche spostandosi di chilometri, per collocarsi in posizioni utili alle conformazioni dei nuovi aggregati abitativi.
Le migrazioni della sede della pieve di Santa Maria di Pedona
La sede plebana più peregrina forse è stata quella di Santa Maria di Pedona, che è pure ritenuta la più antica. Il titolo mariano si diffuse rapidamente dopo il concilio di Efeso del 431. Il titolo originario della pieve di Santa Maria potrebbe essere coevo o poco posteriore alla costruzione della chiesa di San Dalmazzo, attribuibile a circa il 450. La specificazione “di Pedona”, che compare nei documenti ufficiali ancora nel 902 e nel 1041, indica che inizialmente la chiesa di Santa Maria doveva sorgere nell’abitato della Pedona romana.
Al riguardo le “Passiones” contengono accenni ambigui: infatti sono indicate tre chiese di Santa Maria, San Giovanni Battista e San Dalmazzo presenti “in loco”, ma si cita pure il “Castrum Auriatensium”. Se la chiesa di Santa Maria fosse stata collocata nel paese, si potrebbe pensare al probabile centro di Pedona, indicato nell’area detta “la freu”, ai piedi della collina, ma non sono mai state eseguite indagini significative. Altro sito, posto a lato del “cardo” romano, potrebbe essere quello in cui nel 1515 venne costruita la cappella della Madonna del Campo, dopo il racconto del ritrovamento in quel punto di un tesoretto e dell’apparizione della Madonna; ma qui sono emersi solo resti di tombe romane.
Il “Castrum Auriatensium” è ipotizzato presso la “Toglia” di Roccavione, nel cuneo rialzato tra la confluenza del Gesso e del Vermenagna. Questo sarebbe stato il centro direttivo del vasto comitato di Auriate, esteso dalla valle Stura a Savigliano, ma si discute ancora dove fosse il capoluogo. Una verifica archeologica non è mai stata fatta, nemmeno in occasione della realizzazione delle recenti strade, che in parte hanno tagliato il sito ed il guado sul Vermenagna, non lontano dalla cappella in ricordo del martirio di San Dalmazzo. Labile conferma starebbe nel ritenere l’attuale parrocchia della Visitazione di Maria Vergine in Roccavione come la continuazione della pieve di Pedona, dopo le incursioni saracene, del 906, quando le Valli Vermenagna e Gesso passarono dalla diocesi di Torino a quella di Asti.
Anche la località scomparsa di Brusaporcello, la cui collocazione incerta è ipotizzata a valle di Fontanelle, vantava di aver accolto la sede plebana di Santa Maria di Pedona. Lo ricorda una lapide, posta nel 1897 sulla facciata della chiesa di San Lorenzo a Fontanelle, in cui si cita la presenza di una chiesa dall’inizio del quarto secolo! La chiesa di Brusaporcello fu distrutta dagli Armagnacchi nel 1400, ma nel 1474 don Ferreolo Loque, parroco di San Bartolomeo di Boves, reclamava il titolo di “pievano” di Boves perché esso è già usato nel 1435 dal suo predecessore don Pietro Paparani. Si tenga presente che nel 1388 venne istituita la diocesi di Mondovì, a cui fino al 1440 non si sottomise Cuneo, dove aveva sede la pieve di Santa Maria, ma vi aderì Boves, ottenendo il titolo di pieve.
Dal 1200 la pieve di Santa Maria aveva sede in Cuneo nella antica chiesa detta appunto Santa Maria della Pieve e tale compare, nel 1345, nel registro del vescovo di Asti, Arnaldo da Roseto, capofila delle chiese soggette al vescovo in Cuneo, Boves e valle Vermenagna. Recentemente parti dell’abside di Santa Maria della Pieve in Cuneo sono venute alla luce con alcune tombe; un’indagine più approfondita avrebbe forse potuto offrire elementi per valutare quando questa chiesa era sorta in Cuneo.
Vicende incerte anche per la pieve di Santa Maria di Caraglio
Il titolo della pieve di Santa Maria di Caraglio conta spostamenti più limitati, ma più incerti nei tempi. La critica storica più prudente ne accettava l’istituzione solo nel IX secolo, ma la presenza di tre epigrafi cristiane, di cui due, una di Marciana e l’altra di Rofia, datate al 658 e 669, inducono a risalire almeno al VII secolo. La terza epigrafe ricorda la tomba del piccolo Evols, di soli tre anni, figlio del conte Hirice, ed è attribuita all’VIII secolo.
Anche in questo caso non si conosce il sito della prima chiesa plebana. Toponimi locali e ritrovamenti archeologici fanno propendere per San Lorenzo, con la vicina casa detta “La pieve”. A poche decine di metri erano stati trovati i resti delle terme romane; non sono rari i riusi di terme ramane, andate in disuso dopo il V secolo ed utilizzate in parte per chiese e battisteri. I resti decorativi di un pluteo e di cornice del VII-VIII si addicono ad una chiesa di buon livello artistico.
Con la rovina della cittadina romana, l’abitato si sviluppò ai piedi della collina col nuovo nome di Cadralium, sotto la protezione del castello. Si avanzò l’ipotesi che la chiesa plebana fosse presso il castello, di cui emersero due pareti con affreschi gotici. Ma né la collocazione, né le dimensioni si addicono ad una sede di pieve; invece è molto attendibile questa funzione per la chiesa di San Giovanni, che emerge sull’abitato, collocata sull’ultimo sperone roccioso verso la pianura. Presso questa chiesa vi fu la canonica dal secolo XIV al 1800. A favore di San Giovanni come sede di pieve può essere anche un curioso particolare (fatto notare da L. Molineris nel suo dettagliato esame delle chiese antiche di Caraglio): nell’elenco delle chiese dipendenti dal vescovo di Torino nel 1386, sotto la pieve di Santa Maria di Caraglio, compare prima San Giovanni che Santa Maria e San Paolo, che erano comparrocchiali ancora nel 1770. Infine prevalse la sede di Santa Maria che è citata come pieve dal 1351 in poi.
Nelle alterne vicende delle pievi, vi fu continuità di istituzioni, ma fragilità delle strutture
Unica chiesa di pieve sopravvissuta al medioevo fu quella di San Giovanni a Demonte, ancora raffigurata dal Boetto nel 1665, anche se ormai la sede della pievania era già passata alla chiesa di San Donato.
Il fatto che non siano rimaste tracce di chiese importanti come sedi di istituzioni fondamentali nella vita ecclesiale di quei secoli, si collega in buona parte a dolorose vicende di invasioni e poi guerre tra cristiani! E forse non tutte furono distrutte violentemente; forse decaddero per abbandono con lo spostamento degli abitanti in altri siti e la successiva ricostruzione in posti nuovi.
D’altro lato la continuità di tali pievi come istituzioni venne garantita dal legame superiore che esse avevano con le sedi vescovili. E sarà pure decisivo il riconoscimento vescovile per le nuove forme di comunità che, come spore di una cellula originaria, si strutturarono dal secolo XII in poi con la formazione delle parrocchie.
La storia si ripete con fenomeni attuali di spopolamento di paesi e nuove periferie frutto di mobilità sociale: i vescovi potranno ridisegnare i confini di nuove istituzioni, ma molte chiese e strutture religiose scompariranno come già era avvenuto.
(continua)