editoriale

L’istruzione universitaria, leva fondamentale per favorire l’occupazione femminile

11 novembre 2023

Cuneo

Anche in questi giorni non sono mancate le notizie con le quali è stata sottolineata la difficoltà delle donne nell’accesso e permanenza nel mondo del lavoro. Agenzie specializzate nella ricerca di personale hanno affermato di ricevere indicazioni, da parte delle aziende, di selezionare solamente uomini per i posti vacanti. Le ragioni sono note: non poche realtà lavorative vedono con sfavore la gravidanza, la maternità e le esigenze legate alla famiglia, soprattutto ai figli. In un contesto culturale in cui il rispetto delle donne pare diventare una questione di “politicamente corretto”, con la tentazione di esaurire la tutela della dignità della donna nell’uso al femminile di alcuni vocaboli, uno sguardo sui dati può dare utili strumenti di comprensione. Ad esempio, l’accuratissimo rapporto sul mercato del lavoro, trimestralmente elaborato dall’Istat, riporta numeri piuttosto eloquenti. Dall’ultima ricerca pubblicata, relativa al secondo semestre del 2023, si evince che l’istruzione universitaria è un formidabile strumento di promozione dell’occupazione femminile. Secondo quanto riportato dall’Istat, nel periodo esaminato, per le laureate si riscontra un tasso di occupazione di oltre due volte e mezzo superiore a quello di chi ha un basso titolo (79,4% contro 30,4%) e di 22 punti superiore a quello delle diplomate (57,2%). Nel Mezzogiorno, dove la percentuale di donne occupate tra i 15 e i 64 anni è del 35,8% il totale, tra le laureate raggiunge il 69,9%. Anche il divario con gli uomini in termini di tasso di occupazione diminuisce all’aumentare del livello di istruzione e nel passaggio tra Mezzogiorno e Nord: nell’Italia settentrionale è del 4,3% tra laureati e laureate, del 7,4 al Centro e del 9,8 nel Mezzogiorno. La differenza tra uomini e donne è massima (30,5 punti) tra chi ha conseguito un titolo non superiore alla licenza media e risiede nel Mezzogiorno, oltre il triplo rispetto ai laureati. L’occupazione delle donne, come è facile immaginare, è legata ai carichi familiari ma, anche in questo caso, il divario a sfavore delle madri si riduce (e non di poco) all’aumentare del titolo di studio: su base nazionale, tra le laureate il tasso di occupazione è superiore al 70% indipendentemente dal ruolo in famiglia e dalla ripartizione di residenza. “Se torturi i dati abbastanza, alla fine confesseranno quello che vuoi”, diceva Darrell Huff, scrittore americano autore di “Mentire con le statistiche”, profetico volume del 1954 (!). In questo caso, tuttavia, i dati sono talmente eclatanti che parrebbe davvero complicato contestare l’evidentissimo legame tra istruzione universitaria e occupazione femminile. In tempi in cui tutto appare sempre più complesso, talmente complicato da suscitare un senso di impotenza, il ritorno a un pensiero lineare, pulito, che certamente non brilla per originalità, può essere prezioso. Il caro vecchio “pezzo di carta” ha un significato estremamente attuale e, se si vuole davvero contrastare la disoccupazione femminile, allora la leva degli studi universitari rappresenta uno strumento indispensabile. Evidentemente, ciò presuppone un efficace contrasto alla dispersione scolastica ma, anche, una presa di posizione seria di fronte a certe tendenze disfattiste rispetto all’impegno negli studi. Sono decenni, oramai, che vengono proposti modelli, anche femminili, di successo sociale, mediatico ed economico costruiti, letteralmente, sul nulla. Nel web e nei media spopolano personaggi maschili e femminili la cui massima ambizione è l’aumento del numero dei followers, ai quali propinare suggerimenti per gli acquisti o promuovere tendenze per nulla disinteressate. Al di là delle molte altre riflessioni che si potrebbero fare, questo tipo di messaggi rappresentano un continuo, a tratti esplicito, svilimento di tutto ciò che lo studio rappresenta. Questi modelli diventano dei riferimenti soprattutto per i ragazzi e le ragazze maggiormente vulnerabili, perché sprovvisti di adeguati meccanismi di difesa, sociali e culturali. Proprio chi avrebbe più bisogno di dedicarsi agli studi viene, così, più indotto a trascurarli. Sarà un pochino retorico, ma una società civile degna di questo nome dovrebbe occuparsi dei più vulnerabili. Il Lucignolo di collodiana memoria ha assunto fattezze più accattivanti, ma gli esiti sono sempre gli stessi.  
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