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Mario Collino, in arte Prezzemolo

05 novembre 2023

Cuneo

Mario Collino (Prezzemol) Mario Collino è da tutti conosciuto con il soprannome di Prezzemolo per la realizzazione a mano dei giocattoli che poi presenta durante le fiere o nelle scuole o nelle case di riposo, in Italia e all’estero. Attraverso il “ri-utilizzo” di materiali di scarto, Prezzemolo mantiene in vita e rende speciale sia il rifiuto sia il nuovo giocattolo; e, se ora ha raggiunto la libertà e la gratificazione personale, le sue origini non sono facili, ma il percorso di crescita è stato un po’ meno faticoso avendo accanto le persone speciali, che ricorda con tanto affetto.   Come ricorda la sua infanzia? Per certi aspetti, l’avrebbe voluta diversa? No, non cambierei nulla di ciò che ho vissuto. La mia famiglia era nullatenente e sono tuttora dell’idea che chi possiede qualcosa, come la casa, sia ricco: infatti, sono in affitto. A casa mia, si lavorava per mangiare: non riuscivamo a mettere nulla da parte, soprattutto quando mio padre ha avuto una paresi e, per diciassette mesi, non ha lavorato. Non potendomi mantenere, i miei genitori mi hanno iscritto alla Città dei ragazzi, il cui fondatore era don Andrea Gasparino, per me un vero maestro di vita. Lì, i bambini scrivevano con penna e calamaio ed io ancora con il lapis, macchiando il quaderno, quindi il maestro mi puniva con la bacchetta e io ogni volta mi ribellavo. Così, sono stato trasferito alla scuola differenziale, dove c’erano i disadattati sociali. Non so come nasca un Santo, ma lì, il maestro Sergio Griseri lo è stato per me: per due anni, mi chiese di scortare un ragazzo con problemi seri, nel tragitto scuola-casa e ritorno e, quando compii 10 anni, mi consegnò il “Premio della bontà”, che consisteva in 5 mila lire (che non vidi mai, perché le prese mia madre) e in un diploma. Dopo la quinta elementare, ho iniziato il corso di avviamento commerciale, ma sono stato bocciato; allora, don Gasparino disse che mi vedeva bene come tipografo e con il diploma di compositore a mano. Spesso, mi sono sentito in difetto: non povero, ma percepivo che i miei compagni non mi ritenevano al loro livello. Non potevo mai invitare a casa un compagno per studiare: vivevamo tutti insieme, in un’unica stanza, con una tenda che divideva il letto matrimoniale da quello in cui dormivamo in tre o quattro. La mattina, dovevo scegliere se avere la colazione o il foglio da disegno, mentre loro avevano addirittura un intero album, e andavo a scuola con i pantaloni rattoppati sul sedere, non con quelli belli e tutt’interi. La Città dei ragazzi non è stato un mero collegio, ma un luogo in cui ho imparato a vivere: lì, ero qualcuno, valevo qualcosa, nessuno mi diceva come agire, ma mi venivano dati consigli. Sempre lì, ho sposato l’unica ragazza con cui sia mai stato, Ombretta Audisio, che mi ha accettato per com’ero. Ritiene che il piccolo Mario, oggi, sarebbe soddisfatto di chi è diventato o le rimprovererebbe qualcosa? In alcune occasioni, ho dovuto impormi: il mondo non mi era favorevole ma, crescendo, ho imparato ad apprezzare quello che mi guadagnavo. Verso i 16 anni, mi innamorai di una bicicletta metallizzata, bianca e rossa, ma costava 45mila lire. Per due anni, misi da parte i soldi: ogni volta che avevo 500 lire, le portavo al venditore fino a quando, preso dal logoramento perché non aveva mai visto nessuno pagare in quel modo, me la diede per 43mila lire. Allora, mi sentii fin migliore degli altri ragazzi: a loro l’avevano regalata, ma io me l’ero pagata da solo! Tuttavia, mia madre pretese che la restituissi: non le avevo chiesto il permesso di acquistarla. Lì, mi ribellai: dissi chiaramente che se la bici usciva dal cortile, me ne sarei andato con lei. Non sono un uomo che “si è fatto da sé”: ho avuto la fortuna di incontrare diverse persone speciali, come quelle che ho ricordato, e di vivere l’avventura dei giocattoli, iniziata nel ’94, quando non sapevo ancora scrivere. Allora, una maestra cuneese, Chiara Andreis, scrisse per me una lettera a La Guida, presentando me, ancora come Mario Collino, e i giocattoli che realizzavo dal 1989 e per prima mi fece entrare nella ex Scuola di Sant’Antonio. A volte, magari nel cuore della notte, ci si lascia cullare dal ricordo di alcuni momenti, belli o tristi che siano. Quali sono i suoi? Sin da piccolo, la sera, recito le preghiere: prima, era un’imposizione, adesso, un mio bisogno. Adoro mia moglie, ma non abbiamo le medesime convinzioni ed è giusto così, se si è liberi. Prima di recitare le preghiere, ci ringraziamo l’un l’altro per avere cucinato, lavato e perché ci siamo voluti bene tutto il giorno. Dopodiché, ognuno si gira dal proprio lato del letto e, in silenzio, prega. Sì, queste sono preghiere recitative, non personali, ma don Griseri mi ha insegnato che le formule religiose non si imparano a memoria: bisogna saperle dire con le proprie parole, se n’è compreso il significato; quindi, mi capita di dare del tu a Nostro Signore con preghiere non di richiesta, ma di ringraziamento.    Molti dei suoi giocattoli sono in legno, un materiale degradabile. Pensa che anche le intenzioni con cui sono realizzati, in un mondo tecnologico e consumista, siano destinate a sgretolarsi? I giocattoli che costruisco e che non ho mai venduto nascono dalle idee che mi dà la gente durante le fiere, nei centri di vacanza o nelle case di riposo. Mai dirò che i videogiochi sono il male o che “una volta, si stava meglio”: preferisco divertirmi, giocare e non competere, e attirare la tua attenzione senza sgridarti, ma incantandoti. Tutti i giocattoli sono realizzati con materiali di scarto: legno, ferro, cartone, spago del salame, tappi di sughero… Sì, si deteriorano, ma anche la nostra vita: prima o poi si passa dall’altra parte! Se un giocattolo si rompe, lo aggiusto; se mi rompo una gamba, vado in ospedale a farmi curare. Il giocattolo è vivo e io mi sento vivo e mi diverto ad usarlo e la gente, a sua volta, gioisce nel vedere che si può essere felici con un semplice pezzo di stoffa. Oggi, ho 76 anni e inizio a chiedermi che fine faranno i giocattoli quando non ci sarò più, ma poi ripenso a quando, in Liguria, un bambino ha spento il videogioco: era più interessato al mio giocattolo e a me che vivevo il momento.  Con il tempo, ci si accorge che le cose importanti della vita non sono cose. Quali sono le sue non-cose? Agire in libertà senza infastidire le persone, ma sapere anche quando è necessario partecipare alla vita sociale e imparare a dire le cose, in modo educato e gentile. Poi, riuscire a trasmettere un insegnamento, senza imporre nulla a nessuno; imparare ad ascoltare l’altro, senza dare consigli sul modo di agire, ma offrendo solo la propria lettura della realtà.   Mario Collino nel giorno della sua Prima Comunione Mario Collino nel giorno della sua Prima Comunione
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