Le antiche pievi nel territorio della diocesi di Cuneo
Le lunghe premesse relative alle strade antiche nel territorio cuneese non sono solo la base della rete su cui si sono intessute le strutture ecclesiali nei secoli, ma sono un esplicito richiamo alla natura iniziale del cristianesimo, indicato come “Via”. La strada, infatti, è una struttura da percorrere ed è costruita per collegare dei luoghi verso cui si tende; non è pensabile che qualcuno si fermi sulla strada occupandola come dimora. D’altro lato le strade sono costruite per unire i luoghi, siano paesi e città o spazi di lavoro e di risorse vitali. Così la chiesa venne strutturata con poli molteplici uniti da segni di comunione espressi dai vescovi, a loro volta inseriti nella tradizione apostolica.
Le prime comunità cristiane nelle città romane ed il sorgere delle “pievi” ed il legame con i vescovi
Spesso si afferma che nella diffusione del cristianesimo dopo l’epoca costantiniana si formarono le pievi, come unità basilari dell’organizzazione ecclesiale, nei centri dei municipi romani. Per il Piemonte non si dispone di un quadro completo ed attendibile del sorgere delle pievi. Ed è in discussione se vi siano state delle pievi prima dell’istituzione delle diocesi, di cui nessuna in Piemonte sarebbe stata istituita prima dell’editto di Milano del 313 con la libertà del culto cristiano. Come dato più attendibile si parte con Sant’Eusebio vescovo a Vercelli dal 354 al 371.
Dei quattro municipi romani, di cui si è fatto cenno nei precedenti articoli sulle strade antiche, solo per Augusta Bagiennorum si ha la conferma archeologica di una chiesa costruita sui resti di un tempio romano nel centro cittadino antico, tra il V ed il VI secolo, riconducibile alla pieve di Sancta Maria di Baiennis. Della pieve di San Vittore di Pollenzo e di Santa Maria di Caraglio sono incerte le possibili ubicazioni. Della pieve di Santa Maria di Pedona si conosce l’ubicazione solo dopo la sua ultima fase, quando aveva ormai sede a Cuneo, dopo il secolo XII. Nelle valli cuneesi sorse, probabilmente in epoca longobarda nell’ottavo secolo, la pieve di San Giovanni di Demonte, la cui chiesa, ora scomparsa, risulta nel disegno del Boetto del 1566.
Pur nelle incertezze dell’esatta ubicazione, le pievi antiche erano in connessione con la rete viaria romana, in punti nodali sul territorio in collegamento con i centri diocesani che nel frattempo si andavano strutturando. Va ricordato che il legame con una sede episcopale era condizione vitale per il riconoscimento dell’esistenza della pieve. Infatti, non erano i vescovi ed il clero che provvedevano alla costruzione delle chiese, ma era indispensabile l’intervento del vescovo per la consacrazione dell’edificio, affinché fosse riconosciuto come chiesa; la nomina del prete a guida della comunità era un ulteriore segno che essa non era frutto di invenzione locale, ma dono di comunione con la Chiesa di Gesù Cristo.
In merito, data la quasi la totale mancanza di documentazione scritta nei secoli prima del Mille, è assai preziosa l’omelia attribuita a San Valeriano, vescovo di Cemenellum (oggi Cimiez in Nizza) tra il 439 ed il 455 circa; secondo lo storico A.M. Riberi egli avrebbe pronunciato questa omelia verso il 450 nella consacrazione della chiesa in onore del martire San Dalmazzo di Pedona.
Chi erano i promotori della costruzione di una chiesa nell’alto medioevo?
In mancanza di adeguati documenti scritti si propone l’ipotesi che le prime chiese delle pievi siano state edificate per iniziativa di privati facoltosi, come avveniva nella società romana per molti edifici di pubblica utilità: templi, teatri, terme. Ovviamente questo poteva avvenire solo dopo che si fossero convertiti al cristianesimo personaggi facoltosi; e ciò giustifica il ritardo della costruzione di chiese, rispetto alla probabile presenza di nuclei di seguaci del vangelo, che inizialmente si potevano radunare in case private.
Era abbastanza naturale che simili benefattori lasciassero il proprio nome su qualche epigrafe a futura memoria di riconoscenza da parte del popolo. Lo storiografo Riberi propone di interpretare così una memoria, che riporta un’epigrafe dedicatoria per la chiesa di San Dalmazzo, con il nome di tre benefattori: “Aula Valeri stat, Benedicti exculta metallo, Pergula septa nitent marmore Ferreoli”. Egli individua Valeriano nel citato vescovo di Cemenellum che consacrò la chiesa, anche contribuendo a costruirne l’aula; Benedetto e Ferreolo sarebbero stati due conti o funzionari che avrebbero arricchito la chiesa di ornamenti di oro o argento e l’avrebbero dotata di tiburio e transenne marmoree. Spetterebbero a questi benefattori dei frammenti marmorei ora esposti nel museo dell’Abbazia di San Dalmazzo.
Va notato che, a differenza delle chiese delle pievi, la chiesa di San Dalmazzo era sorta in una necropoli, santificata dalla tomba del martire, con successivo sviluppo del cimitero cristiano attorno ad essa. Quindi molti fedeli chiedevano di esservi sepolti, affezionando le loro famiglie a quel sito. Per le pievi sorte in abitati romani, secondo le leggi del tempo, non era possibile seppellire nel perimetro urbano, ma le famiglie singole o in gruppi dovevano provvedere ad acquistare uno spazio per le tombe lungo le strade all’uscita dalle città. I cristiani realizzarono dei cimiteri di comunità presso delle proprietà messe a disposizione da qualcuno di loro; tali erano inizialmente le catacombe attorno a Roma o vicino ad altre città antiche. Pare che anche i Longobardi adottassero l’uso di costruire cimiteri in luoghi isolati rispetto ai nuclei abitati.
Probabilmente avvenne così per Forum Germa, con le tombe cristiane presso la chiesa di San Lorenzo, posta fuori abitato, non lontana dalle terme antiche. Una discussa epigrafe, forse del secolo V-VI, ora murata in facciata di detta chiesa, è dedicata ai “CRESTIANIS FOSSORIBUS”, cioè gli addetti alla cura del cimitero.
Secondo gli archeologi proprio la cura dei defunti in luoghi sacri sarebbe all’origine delle “chiese private”, cioè chiese costruite da ricchi proprietari terrieri per le sepolture proprie e degli addetti alle loro fattorie. Tale sarebbe la chiesa emersa in località Madonna dei Prati, presso Centallo, una chiesa con funzione cimiteriale, databile al VII secolo, su un sito già precedentemente utilizzato come necropoli pagana. Con probabilità si tratta di un fondo rustico i cui proprietari, convertiti al cristianesimo, hanno sacralizzato l’area sepolcrale con la costruzione della chiesa.
I battisteri lontani dalle sedi vescovili e la disgiunzione della cresima, riservata ai vescovi
La novità della scoperta archeologica presso la chiesa di Centallo, venuta alla luce nel 1987, fu il ritrovamento a lato della chiesa di una vasca battesimale. Era noto che con lo sviluppo delle pievi, come unità amministrative delle grandi diocesi, si era pure diffuso l’uso di costruire dei battisteri lontani dalle sedi vescovili. Questo comportava la delega da parte dei vescovi ai pievani, cioè ai preti che i vescovi nominavano come “arcipreti” a guida delle pievi, di procedere al battesimo, ormai in prevalenza di bambini, ma con l’impegno a completare il rito con la confermazione, celebrata dal vescovo con l’unzione del sacro crisma a sigillo del pieno inserimento nella Chiesa.
Questa separazione di due fasi dell’iniziazione cristiana, non attuata nelle chiese orientali, esprimeva un duplice intento: l’affermazione che la fede cristiana non era semplice atto di tradizione locale, ma frutto di un dono venuto dall’incarnazione del Figlio di Dio in Gesù Cristo, realizzata nella Terra Santa e giunta ad ogni comunità nella successione apostolica dei vescovi; in secondo luogo il conferimento del battesimo ai bambini richiedeva un’adesione consapevole da confermare con lo sviluppo morale della coscienza personale.
La conseguenza pratica era legata alla piena partecipazione all’Eucarestia; non si poteva fare la comunione senza aver ricevuto la cresima dal vescovo. Per chi viveva nei pressi della sede vescovile era possibile andare nella cattedrale dove i vescovi conferivano la cresima a Pasqua ed a Pentecoste. Per coloro che erano lontani si attendeva che il vescovo venisse in visita in qualche centro vicino per poter ricevere la cresima. In caso di pericolo di morte il prete locale poteva amministrare l’unzione col crisma e donare la comunione eucaristica. Ma molti aspettavano tutta la vita prima di completare il loro cammino di piena partecipazione alla comunità cristiana.
Nessun nome di preti nei secoli prima del 1200
L’archeologia sta offrendo qualche traccia di chiese e di rari reperti religiosi nelle tombe medievali, ma, per il territorio a cui si limita questo percorso, non ha presentato nessun nome di ecclesiastico. Qualche nome si potrebbe ricordare, come quello del “levita Giovanni” ritrovato nel 1734 su un’epigrafe nella chiesa di San Giuliano a Sambuco e riportata dall’arcivescovo di Torino, Francesco Lucerna Rorengo di Rorà nella sua visita pastorale, ma poiché era presente alla visita il Meyranesio la notizia è ritenuta falsa dai cultori di storia.
Per il momento ci si accontenta della citata epigrafe agli anonimi e benemeriti “fossori cristiani” che si occupavano di dare “refrigerio” ai defunti di Caraglio.

Le tre pievi medievali con i loro territori

La chiesa della pieve di San Giovanni a Demonte, ai bordi dell’abitato (disegno di G. Boetto nel 1665).

Caraglio, chiesa di S Lorenzo: epigrafe dei “fossori cristiani” (datata al VI-VII secolo)
(continua)