editoriale

Il timore della morte nei dipinti di area cuneese

29 ottobre 2023

Cuneo

Giudizio particolare; Affresco (particolare); Inizi XVI secolo; Giovanni Botoneri; Cappella Botoneri; Santuario di San Magno; Castelmagno. Il “Décret impérial sur les sépultures”, emanato da Napoleone a Saint-Cloud il 12 giugno 1804, impose che, soprattutto per ragioni igieniche, le tombe venissero collocate al di fuori della cinta muraria di città e paesi. In questo modo venne dissolvendosi quello che doveva essere un paesaggio ordinario nel mondo europeo precedente questo editto e che possiamo ancora osservare in territori che, estranei all’influenza napoleonica, hanno mantenutol’antica consuetudine: seppellire i vivi all’interno delle chiese e abbazie, laddove si trattasse di nobili o figure illustri, o in spazi immediatamente contigui a questi edifici sacri, nel caso invece di persone comuni. A venire gradualmente meno fu così una percezione che nel medioevo apparteneva all’immaginario collettivo: quella di una profonda contiguità tra mondo dei vivi e mondo dei morti che, radicata nelle religioni antiche e rielaborata già dai primi scrittori cristiani in una chiave di compatibilità con la nova religio da loro annunciata, entrò in particolare sintonia con la cultura celtica la cui concezione del confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti risulta piuttosto labile, permettendo ai secondi di tornare sui luoghi della loro stessa precedente esistenza. Sarà dunque in questo contesto che andrà inquadrata l’attenzione della Legenda aurea sia per il mondo dei morti, che i vivi possono contribuire a strappare alla perdizione eterna, sia soprattutto per quello dei beati, a loro volta in grado di sopperire ai bisogni dei vivi grazie alla loro costante intercezione. Prima che il medioevo si inoltrasse sulla strada di quello che Johan Huizinga definì e narrò come il suo “autunno”, a fare paura all’uomo di quella remota epoca dovette essere più il giudizio divino conseguente alla morte che non la morte stessa. Certo - e a rimarcarlo è la Legenda aurea - quest’ultima non era in alcun modo percepita come qualcosa di positivo, essendo il frutto di un peccato che, a partire da Adamo ed Eva, aveva introdotto nel corpo di ogni loro discendente una sorta di germe destinato non solo a rendere finita la loro vita, ma anche a condurre il loro stesso corpo ad un’inesorabile corruzione. E tuttavia, come in ogni contesto incentrato di fatto su una cultura sostanzialmente contadina, la morte venne inquadrata in un orizzonte naturale e ciclico che, prevedendo per la vita un inizio e uno sviluppo, non poteva che contemplarne anche la fine. Dunque a fare paura agli uomini e alle donne medievale fu piuttosto la morte improvvisa, come dimostra una delle più diffuse giaculatorie di quell’epoca, facilmente comprensibile visto il suo latino assai prossimo all’italiano di oggi: “A subitanea et improvisa morte, libera nos, Domine”. È proprio questa giaculatoria infatti a chiarirci il vero timore nutrito da chi viveva in quell’epoca: non tanto la morte, ma la morte improvvisa, quella cioè che impediva di confessare e vedere perdonati i propri peccati, preparandosi adeguatamente a quel giudizio divino dal quale dipendeva la salvezza o la dannazione di ciascuno dopo la morte. Forse per noi, uomini del terzo millennio timorosi più del dolore precedente la morte che non della morte stessa, può non essere facile comprenderlo. La malattia tuttavia che conduceva alla morte, in epoca medievale, era vissuta come una purificazione santificante e, dunque, come un avvicinarsi graduale al mondo di beatitudine promesso dal cristianesimo a coloro che morivano in grazia di Dio. 1 - Moribondo; Affresco (particolare); Seconda metà XV secolo; Ignoto; Chiesa di San Fiorenzo; Bastia Mondovì. Fig. 1 - Moribondo; Affresco (particolare); Seconda metà XV secolo; Ignoto; Chiesa di San Fiorenzo; Bastia Mondovì. Istruttivo in questo senso appare l’affresco nel quale, nella decorazione pittorica dedicata nella cappella di San Fiorenzo a Bastia Mondovì proprio al tema della morte e dell’aldilà, ad essere rappresentato è un ammalato accudito da una donna, intenta a dargli da mangiare (Fig. 1). Se la figura dell’infermo è facilmente identificabile, grazie alla scena successiva nella quale a trovare posto è la sua sepoltura, come quella di un uomo ormai prossimo alla morte, a risultare interessante è l’aureola che gli circonfonde il capo. Quest’ultima infatti non si limita affatto a indicare l’uomo come un santo, ma sembra richiamare - trattandosi di un nimbo crucigero - la figura stessa di Cristo. E tuttavia, non potendo ovviamente questa figura di infermo coincidere con quella del Nazareno morto in croce, la particolarissima aureola può essere spiegata esclusivamente rimandando alla frase che il vangelo di Matteo fa pronunciare a Gesù stesso alla fine della sua narrazione di ciò che accadrà nel giorno del giudizio: «In verità, vi dico: tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!». Ecco dunque il nimbo crucigero alludere all’identificazione del malato, aiutato dalla donna, con Cristo stesso.*Già l’affresco appena considerato consente di desumere come la morte, in epoca medievale, vada considerata non tanto come un evento puntuale e definitivo, così come di fatto ci induce a vederla l’approccio contemporaneo ad essa. Al contrario essa viene invece percepita come l’inizio di un processo che, attraverso quello che viene definito “giudizio particolare”, destina l’anima che ha abbandonato il corpo a sopravvivere nella visione beatifica di Dio o nella pena eterna della dannazione. Non senza che all’anima, qualunque sia l’esito di questo primo giudizio, dopo la risurrezione dei morti e il cosiddetto “giudizio universale”, si ricongiunga anche il corpo. È dunque proprio il giudizio particolare a trovare posto nell’articolata decorazione della Cappella Botoneri del santuario di san Magno a Castelmagno (Fig. 2). Giudizio particolare; Affresco (particolare); Inizi XVI secolo; Giovanni Botoneri; Cappella Botoneri; Santuario di San Magno; Castelmagno. Fig. 2 - Giudizio particolare; Affresco (particolare); Inizi XVI secolo; Giovanni Botoneri; Cappella Botoneri; Santuario di San Magno; Castelmagno. Un giudizio - quasi una sorta di miniprocesso - che si celebra attorno al letto del defunto appena spirato. È qui infatti che l’arcangelo Michele, principe della milizia celeste armato di tutto punto e pronto a difendere ogni singola anima dalla perdizione auspicata dal diavolo, viene rappresentato mentre con la sua bilancia pesa le opere buone e cattive del defunto, per stabilirne in modo definitivo il futuro di salvezza o perdizione della sua anima e del suo corpo. Il tutto non senza che, ai piedi del letto, proprio un angelo e un diavolo con tanto di relativa documentazione disputino fra loro del carattere positivo o negativo delle azioni compiute da colui che è appena deceduto. Se il giudizio rappresentato nell’affresco di Castelmagno appare orientato al futuro ancora incognito che attende il defunto fatto oggetto di contesa tra il cielo e l’inferno, la sepoltura dipinta nella cappella di san Fiorenzo a Bastia Mondovì (Fig. 3), nella resa plastica del rituale del funerale così come all’epoca doveva essere celebrato, torna a parlarci di un presente già dischiuso però sul futuro. 3 - Sepoltura; Affresco (particolare); Seconda metà XV secolo; Ignoto; Chiesa di San Fiorenzo; Bastia Mondovì. Fig. 3 - Sepoltura; Affresco (particolare); Seconda metà XV secolo; Ignoto; Chiesa di San Fiorenzo; Bastia Mondovì. E a provare questo fatto è ancora una volta il nimbo crucisegnato che avvolge il capo del defunto, che ne indica in modo inequivocabile il suo appartenere alla schiera di coloro cui Cristo, questa volta nel giudizio universale, dirà: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo». Ed è proprio l’anticipo di quella benedizione finale che destinerà il defunto a vivere per sempre nell’eternità di Dio costituita dal paradiso quella che viene focalizzata dal particolare dell’affresco quattro-cinquecentesco nel quale, all’interno Chiesa di sant’Antonio a Pontechianale (Fig. 4), ad essere rappresentata è proprio l’anima di un defunto che, percorsa la scala delle virtù attraverso cui si accede al paradiso, viene accolta in quest’ultimo con un caloroso abbraccio dallo stesso San Pietro, nelle sue vesti di custode del paradiso. Un ruolo derivatogli dalle parole a lui rivolte da Cristo stesso quando gli disse: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 4 - San Pietro accoglie un defunto; Affresco (particolare); XIV-XV secolo; Ignoto; Chiesa di Sant’Antonio; Pontechianale. Fig. 4 - San Pietro accoglie un defunto; Affresco (particolare); XIV-XV secolo; Ignoto; Chiesa di Sant’Antonio; Pontechianale.   (I - continua)    
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