cuneo

Le cose belle, quando succedono, vanno dette ad alta voce

15 ottobre 2023

Cuneo

Ultima nata di sei figli e, sin da piccola, Chiara Genisio ha avuto tra le mani diversi quotidiani, che sfogliava accanto al termosifone di casa. Poi, il suo unico fratello, un giornalista, la portava con sé in redazione, mostrandole come nasce realmente un giornale, ma il vero sogno dell’adolescente Chiara Genisio era di investigare e di diventare Ispettore poliziotto. Oggi, la realtà è un’altra e lei è diventata giornalista, scrittrice, vicepresidente della Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) e direttore dell’Agenzia Giornali Diocesani del Piemonte. Chi era Chiara Genisio da bambina?  La mia è stata un’adolescenza popolata e adulta: la porta di casa era sempre aperta, i miei genitori avevano uno spirito accogliente e i miei fratelli frequentavano persone di ogni genere, anche non italiane, permettendomi di uscire con loro. Non ho vissuto la classica crisi adolescenziale: nella mia famiglia, c’era molto dialogo, a volte anche serrato, ma c’era sempre qualcuno con cui parlare. Ho raccolto la fine del ’68 e poi gli anni ’70 con storie di droga, di morti di overdose e di terrorismo e, forse sì, sono arrivata sulla soglia, ma non ho mai oltrepassato il limite. Mi sono limitata alle marachelle, ma poche: mio fratello mi beccava sempre! Ricordo che ho marinato la scuola solo una volta e, tornata a casa, l’ho detto ai miei genitori. Inoltre, a 17 anni, ho iniziato a fumare e la prima volta che l’ho fatto davanti a mio padre, accanito fumatore, ero così agitata che ho acceso la sigaretta al contrario. Del mondo di oggi che cosa le fa più paura? Ho paura del mondo che stiamo lasciando ai giovani. La mia generazione non ha fatto abbastanza e, ormai, viviamo in una società priva di valori. Nel mio piccolo, mi sono sempre impegnata affinché le donne avessero pari diritti e pari dignità, eppure, continuano ad essere sfruttate per il loro fisico e hanno meno ruoli di responsabilità. Siamo immersi in una società che ragiona e parla al maschile e la cosa triste è che lo fanno anche le donne. Avremmo dovuto essere più presenti, ma ho fiducia nei giovani: nonostante la strada sia in salita, alla fine, riusciranno a rinascere dalle nostre ceneri.  Perché si fatica molto a credere alle cose belle, mentre a quelle brutte ci si crede subito? Credo centrino la paura ed il senso di colpa: in fondo, quando nella tua vita entra il bello, te ne accorgi. Eccome se lo scegli! Noi occidentali abbiamo perso i valori originali e acquisito un modello di vita materialista, basato sul capitalismo, che aiuta l’uomo a possedere, ma non a possedere la felicità. Ho imparato che le cose belle, quando succedono, vanno dette ad alta voce, così come non si deve temere di dire “Ti voglio bene” ad una persona: non basta farglielo capire, bisogna dirglielo, è importante!  A volte, dire di no agli altri significa dire di sì a se stessi, volersi bene. Quando ha detto di no?  Fatico a dire questo tipo di “no”: non ho ancora imparato bene a farlo. C’è stato un “si” che ho detto, di cui mi sono pentita e per cui ho sofferto, ma mi ha aiutato a crescere. Non penso che il dolore sia l’unica strada per migliorare: io credo nel Dio dell’amore, non della sofferenza.  Da piccola, chi è stato il suo modello di vita?  Non ho mai avuto eroi o personaggi che fossero il mio punto di riferimento. Nella mia vita, ho camminato a fianco di tante persone e, in quel preciso momento, contava quel cammino.  “È la notte dei miracoli” cantava Lucio Dalla… Per lei, quali? Imparare a sorridere di più: mi sento sorridere dentro, ma so che le mie labbra non si aprono al sorriso come fa il mio pensiero. In generale, invece, mi piacerebbe che ognuno riuscisse davvero a fare un passo verso l’altro: al di là dei massimi sistemi, il mondo lo cambiamo uno per uno e ciascuno deve rendersi conto del proprio valore in funzione di sé e degli altri.
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