editoriale

L’imposta sugli “extraprofitti” delle banche e le sue conseguenze

25 settembre 2023

Cuneo

Banca Sta suscitando un certo dibattito l’intenzione, manifestata dal Governo, di applicare una imposta straordinaria nella misura del 40% sui profitti realizzati in caso di eccedenza superiore al 5 o al 10% (in ragione del periodo considerato), in favore delle banche stesse, tra interessi attivi e interessi passivi. Banalizzando, il meccanismo prevede che la banca che abbia tratto un vantaggio superiore al 5% o al 10% dall’aumento dei tassi di interesse sui prestiti rispetto agli interessi pagati alla propria clientela per i depositi, dovrà pagare un’imposta del 40% su quel vantaggio. Non si tratta di una novità, dato che il Governo Draghi (e il Governo Meloni sta riprendendo la misura) aveva già operato in modo simile nei confronti delle imprese energetiche, che avevano realizzato ingenti profitti in conseguenza degli aumenti in bolletta. Parte del mondo politico e dell’economia si è schierata contro il provvedimento, così come ha fatto l’ABI (Associazione Bancaria Italiana). La Banca Centrale Europea ha espresso rilievi critici, raccomandando che il provvedimento sia accompagnato “da un’analisi approfondita delle potenziali conseguenze negative per il settore bancario” e che (sintetizzando e semplificando) vengano valutati gli effetti “sull’accesso ai finanziamenti e sulla concessione di nuovi prestiti e sulle condizioni di concorrenza sul mercato”. In parole povere, la BCE chiede al Governo di tenere conto degli eventuali impatti negativi della nuova imposta sulle banche e sull’accesso al credito bancario, che potrebbe essere ridotto per la minore appetibilità del mercato dei prestiti, a causa della restrizione dei margini di guadagno per effetto del tributo straordinario. Le questioni sono delicate e certamente complesse ma, al di là delle decisioni di politica fiscale, quello che non deve sfuggire è che il problema non è la tassazione, ma sono gli extraprofitti, vale a dire quei ricavi addizionali che vanno oltre un normale profitto nel modello di mercato che corrisponde alla concorrenza perfetta. In un mercato di questo tipo e nel lungo periodo, infatti, gli extraprofitti non dovrebbero esistere. Nel caso specifico, inoltre, alla crescita dei profitti delle banche corrisponde un simmetrico impoverimento complessivo di famiglie e imprese, poiché i profitti in questione derivano dai tassi di interesse sui prestiti. Paradossalmente, quindi, al di là di alcuni aspetti migliorabili sotto il profilo tecnico, il vero elemento di fragilità della proposta governativa potrebbe stare nella natura straordinaria della misura. Secondo gli stessi dettami dei principi della concorrenza, infatti, gli extraprofitti di un operatore (tanto più, verrebbe da aggiungere, se realizzati a svantaggio di famiglie e imprese) sono tutt’altro che desiderabili, men che meno se diventano strutturali. Dunque, non solo non esiste alcun “diritto all’extraprofitto”, ma la direzione da percorrere, anche solo sul piano economico, è esattamente quella opposta. In questo caso, inoltre, le regole della concorrenza sono coerenti con i principi stabiliti dalla nostra carta fondamentale. L’articolo 41 della Costituzione afferma, infatti, che l’iniziativa economica privata, in sé certamente lecita e libera, non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Le conseguenze che si debbono trarre da questa disposizione paiono abbastanza evidenti: è assolutamente legittimo individuare un limite oltre il quale una attività economica di successo possa essere oggetto di un particolare regime fiscale con fini redistributivi e a vantaggio dell’intero ecosistema sociale. Come spesso capita, valutazioni che paiono di natura puramente tecnica si rivelano estremamente significative per la loro valenza sociale. Sotto questo punto di vista, la politica non può sottrarsi dal governare processi di una tale rilevanza. Ben venga, dunque, un sano e documentato dibattito sulle decisioni da prendere anche in questo ambito, ma tenendo presente che, in non poche circostanze, il sistema bancario è stato supportato dall’operatore pubblico con risorse provenienti dalla tassazione di famiglie e imprese. Oggi stiamo attraversando una fase in cui i meccanismi di solidarietà sociale richiedono alle banche uno passo nella direzione della coesione sociale. Non si tratta di privilegiare qualcuno rispetto a qualcun altro, ma di sostenere il sistema a beneficio di tutti, anche delle stesse banche.
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