chiesa

L’amore resta l’unico grimaldello di cambiamento

24 settembre 2023

Cuneo

don Carlo Occelli Don Carlo Occelli, meglio noto come don Ocio, ha trascorso l’infanzia e parte dell’adolescenza spostandosi con la sua famiglia tra Garessio, Ceva e Borgo San Dalmazzo, cambiando ogni volta amici e scuola. Poi, in seconda media, per volere del padre, è entrato in Seminario, ma il suo incontro con Dio è avvenuto solo qualche anno più tardi, a seguito di due importanti perdite. Da lì, la vocazione, l’amore per il silenzio e per la montagna, come immagine di fatica e di ascesa spirituale oltre che fisica. Nel 2013 e nel 2014 è stato vice-parroco presso il Cuore Immacolato di Maria e, dal 2015, ne è il parroco.  Chi è stato Don Ocio da adolescente? Ci sono stati tanti me, nel corso degli anni. In seconda media, sono entrato in Seminario: ero molto ribelle, anticonformista, vivace, quasi insopportabile, e fino ad allora, sì, sapevo dell’esistenza di Dio perché ero battezzato e avevo fatto catechismo, ma la mia famiglia non andava in chiesa, quindi il mio rapporto con Lui era di indifferenza. Poi, a 16 anni, ho vissuto due lutti: è mancato mio padre e, pochi mesi dopo, uno dei miei fratelli. In quel momento, è finita la mia adolescenza. Quando succedono queste cose, sei obbligato a fermarti: la tua vita cambia, cresci all’improvviso e impari a conoscerti in profondità. Allora, ho iniziato ad apprezzare il silenzio non come motivo per gridare a Dio le ingiustizie, ma come un tempo da Lui abitato. Ho sperimentato l’esperienza del deserto: è stato qualcosa di nuovo ed intenso e, lì, è nata la mia vocazione che si è intensificata anche grazie all’amore per la montagna e, quindi, per il silenzio, per la meraviglia del camminare, di scrutare le cime in alto. È da adolescente che ho scoperto l’immagine dell’ascesa: andare in cima, faticare, mi raccontava qualcosa di me che ancora non sapevo. Oggi, sono convinto che la vicinanza di Dio faccia sentire meno soli, ma di certo non lenisce il lutto: chi non c’è più continuerà a mancarti, ma, se hai Dio e, pur essendo solo, non ti ci senti, è un’altra storia.    Al Cuore Immacolato ha fatto scelte di apertura e sappiamo dei furti che ha subito in parrocchia, recentemente e nel corso degli anni. “Ama il prossimo tuo” è sempre valido o, ogni tanto, bisogna diffidare? È sempre vero. Nonostante appena tre settimane fa, siano venuti i ladri in parrocchia e abbiamo dovuto esporre denuncia e mettere le telecamere, ciò non intacca la mia fiducia verso il prossimo. Infatti, continuo a vivere con molte persone svantaggiate, lasciando sempre aperte le porte della mia camera da letto e dell’oratorio.  Anche i sacerdoti hanno momenti di crisi? Non ho mai smesso di avvertire la presenza di Dio, ma perché io non la percepisco in modo scontato, nella mia quotidianità. Mi affido a quei pochi attimi che ho vissuto e mi fido di loro: attimi come l’esperienza del deserto o quando, a Confreria, ho visto un bellissimo crocifisso che è stato un segno di bellezza e di fede gratuite, ma solo in quell’attimo, perché magari il giorno dopo non mi comunicava più nulla. Mi piace quando Frère Roger afferma: “Alcune semplici parole del Vangelo sono in grado di sostenere la vita” e, tra tutti i passaggi, mi è caro quello dell’esperienza della moltiplicazione dei pani e dei pesci, nella versione di Giovanni: in un contesto di povertà e carestia, un ragazzo con del cibo, anziché tenere tutto per sé, alza la mano mettendolo a disposizione di tutti. Di fronte a tale disponibilità accade il miracolo della condivisione e continuo a credere che questo sia l’unico modo di stare al mondo, perché da lì la vita si moltiplica.  Durante il suo sacerdozio, ha mai avvertito la mancanza di un amore, di una moglie o dei figli?  Si, è un vuoto del ministero cattolico e, anche se è qualcosa difficile da gestire e da colmare, bisogna farci i conti. Però, per quel tipo di amore, non lascerei mai la mia vita di parroco: nonostante le mille supposizioni, i tanti “e se…”, sento che questa è la mia strada, che io non faccio il prete, ma lo sono, e che la mia chiamata non viene dall’interno, ma dall’esterno, e non posso sottrarmi a lei. Qual è la più potente arma bianca di cui dispone l’uomo oggi? L’amore. Quest’estate, durante i campeggi, abbiamo ascoltato la canzone “Supereroi” di Mr. Rain e mi è piaciuta la strofa: “siamo invincibili vicini”. Non significa che la vita non ti ferisce, ma che la vita va ben oltre i punti in carriera e le lauree, che magari ci fanno crescere, ma l’amore resta l’unico grimaldello di cambiamento. Don Carlo Occelli giovane  
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