Incontrare Silvio Peron (che, fra l’altro, confessiamolo subito, è il maestro di organetto della sottoscritta) per un’intervista per La Guida non è così semplice come sembrerebbe.
Non perché lui faccia il prezioso: nella sua bella casa sopra Robilante, con lo studio pieno di CD e di vecchi LP ci accoglie volentieri, ma perché, con la sua solita modestia, non sa se sia il caso di scrivere di nuovo su di lui, e ricorda un’intervista su La Guida molto bella di Donatella Signetti, ma risalente addirittura a 15 anni fa.
Con lui ricapitoliamo innanzitutto il già fatto: da circa 27 anni musicista professionista, lasciò il lavoro di operaio per un’azienda di pulizie per le Ferrovie dello Stato quando si accorse che non riusciva più a incastrare un “lavoro normale” con i suoi impegni di musicista e di insegnante di organetto (fisarmonica diatonica) all’istituto musicale di Borgo. Fu una scelta rischiosa, anche se fu più che altro suo padre a preoccuparsene (molto meno la moglie che capì e accetto la svolta), in parte dovuta al caso e non a una spericolata volontà di “vivere da artista”. Come indiscusso protagonista della rinascita dell’organetto è sorprendente il fatto che il suo apprendistato con questo strumento sia arrivato dopo un passaggio attraverso la chitarra e in seguito il mandolino. Per un breve periodo suonò anche la fisarmonica a piano e fu solo per caso che nel suo secondo gruppo amatoriale un componente portò a vedere l’antico organetto di suo nonno: Silvio provò a farne uscire delle note e fu amore improvviso.
Imparare l’organetto e appassionarsi alla musica tradizionale per Silvio e per molti altri di quegli anni, andò di pari passo. Naturalmente si erano abbeverati ai dischi (erano LP e cassette allora!) di gruppi che proponevano il folk revival in Italia, Francia e Irlanda, a partire da quelli in auge sul versante occitano francese (Perlinpinpin folc, Bachas, Mount-Joia). Ne nacque un’attività di esecuzione parallela a quella che facevano molti ricercatori, primo fra i quali Giampiero Boschero in Val Varaita. Tuttavia Silvio non si riconosce nell’etichetta che a volte gli viene affibbiata di “musicista tradizionale”, anche se ha approfondito molto l’aspetto della tradizione musicale nelle nostre valli e non solo, con varie pubblicazioni al riguardo, oltre a suonare alla Baìo di Rore fin dal 1987. Chi lo conosce bene dai suoi dischi e dai vari gruppi nei quali ha suonato, riconosce anche una buona dose di sperimentazione, sia per quanto riguarda l’arrangiamento di brani tradizionali che in merito alle nuove composizioni. Solo che lui non guarda al versante prevalentemente rock, ma verso nuove soluzioni più originali, anche se meno appetibili e orecchiabili, o comunque a forme meno legate ai modelli anglosassoni che hanno dominato tutta la musica occidentale dal dopoguerra ad oggi. Significativo su tutto, il suo ultimo CD “Eschandihà de vita” di canzoni di sua composizione, musiche e testi, su vari personaggi significativi delle valli occitane, nel quale ha coinvolto 17 musicisti provenienti da Bologna a Marsiglia.
E ora: dopo questo disco, che gli è costato 5 anni di lavoro, quali sono le nuove esperienze a cui guarda? La risposta è “con il mio ultimo disco sento quasi completato un ciclo, forse si tratta addirittura di un punto di arrivo, ma non mi preoccupo; ho la fortuna di poter far musica di mestiere senza scendere a compromessi, facendo solo le cose che mi sento e mi piace fare. Al momento non ho in previsione nessun progetto in particolare, continuo soprattutto con l’insegnamento dell’organetto, che rimane un aspetto importante, suono meno di un tempo e soprattutto al di fuori delle valli, in Italia del nord e in Francia, dove il mio modo di suonare e le mie idee musicali in varie forme sono particolarmente apprezzate.”
La sua nuova passione (non sa se farmelo scrivere o no, ma mi pare che dia il senso di una inesauribile vitalità della sua esperienza musicale) è lo studio del bassotuba. Il più basso degli strumenti, quasi una prosecuzione al suo cantare da basso nei contesti di canto spontaneo. Suona il suo strumento soprattutto di sera tardi, davanti alla sua finestra che si affaccia sul bosco. Pare che non disturbi sua moglie e che le sue vibrazioni concilino anzi il sonno.
Di lui un’amica, parlandomene per la prima volta mi disse: ”è il più bravo, non solo come tecnica, ma soprattutto per il suo “ghëddou”. E allora glielo chiedo che cos’è questo famoso “ghëddou” e come lo definirebbe. Lui ci pensa e dice che è una parola intraducibile, ma si potrebbe forse riassumere così: “è l’interpretazione personale, lo stile, l’anima della musica… insomma tutto quello che non si può scrivere e va oltre i pallini neri su uno spartito”.
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Incontrare Silvio Peron (che, fra l’altro, confessiamolo subito, è il maestro di organetto della sottoscritta) per un’intervista per La Guida non è così semplice come sembrerebbe.
Non perché lui faccia il prezioso: nella sua bella casa sopra Robilante, con lo studio pieno di CD e di vecchi LP ci accoglie volentieri, ma perché, con la sua solita modestia, non sa se sia il caso di scrivere di nuovo su di lui, e ricorda un’intervista su La Guida molto bella di Donatella Signetti, ma risalente addirittura a 15 anni fa.
Con lui ricapitoliamo innanzitutto il già fatto: da circa 27 anni musicista professionista, lasciò il lavoro di operaio per un’azienda di pulizie per le Ferrovie dello Stato quando si accorse che non riusciva più a incastrare un “lavoro normale” con i suoi impegni di musicista e di insegnante di organetto (fisarmonica diatonica) all’istituto musicale di Borgo. Fu una scelta rischiosa, anche se fu più che altro suo padre a preoccuparsene (molto meno la moglie che capì e accetto la svolta), in parte dovuta al caso e non a una spericolata volontà di “vivere da artista”. Come indiscusso protagonista della rinascita dell’organetto è sorprendente il fatto che il suo apprendistato con questo strumento sia arrivato dopo un passaggio attraverso la chitarra e in seguito il mandolino. Per un breve periodo suonò anche la fisarmonica a piano e fu solo per caso che nel suo secondo gruppo amatoriale un componente portò a vedere l’antico organetto di suo nonno: Silvio provò a farne uscire delle note e fu amore improvviso.
Imparare l’organetto e appassionarsi alla musica tradizionale per Silvio e per molti altri di quegli anni, andò di pari passo. Naturalmente si erano abbeverati ai dischi (erano LP e cassette allora!) di gruppi che proponevano il folk revival in Italia, Francia e Irlanda, a partire da quelli in auge sul versante occitano francese (Perlinpinpin folc, Bachas, Mount-Joia). Ne nacque un’attività di esecuzione parallela a quella che facevano molti ricercatori, primo fra i quali Giampiero Boschero in Val Varaita. Tuttavia Silvio non si riconosce nell’etichetta che a volte gli viene affibbiata di “musicista tradizionale”, anche se ha approfondito molto l’aspetto della tradizione musicale nelle nostre valli e non solo, con varie pubblicazioni al riguardo, oltre a suonare alla Baìo di Rore fin dal 1987. Chi lo conosce bene dai suoi dischi e dai vari gruppi nei quali ha suonato, riconosce anche una buona dose di sperimentazione, sia per quanto riguarda l’arrangiamento di brani tradizionali che in merito alle nuove composizioni. Solo che lui non guarda al versante prevalentemente rock, ma verso nuove soluzioni più originali, anche se meno appetibili e orecchiabili, o comunque a forme meno legate ai modelli anglosassoni che hanno dominato tutta la musica occidentale dal dopoguerra ad oggi. Significativo su tutto, il suo ultimo CD “Eschandihà de vita” di canzoni di sua composizione, musiche e testi, su vari personaggi significativi delle valli occitane, nel quale ha coinvolto 17 musicisti provenienti da Bologna a Marsiglia.
E ora: dopo questo disco, che gli è costato 5 anni di lavoro, quali sono le nuove esperienze a cui guarda? La risposta è “con il mio ultimo disco sento quasi completato un ciclo, forse si tratta addirittura di un punto di arrivo, ma non mi preoccupo; ho la fortuna di poter far musica di mestiere senza scendere a compromessi, facendo solo le cose che mi sento e mi piace fare. Al momento non ho in previsione nessun progetto in particolare, continuo soprattutto con l’insegnamento dell’organetto, che rimane un aspetto importante, suono meno di un tempo e soprattutto al di fuori delle valli, in Italia del nord e in Francia, dove il mio modo di suonare e le mie idee musicali in varie forme sono particolarmente apprezzate.”
La sua nuova passione (non sa se farmelo scrivere o no, ma mi pare che dia il senso di una inesauribile vitalità della sua esperienza musicale) è lo studio del bassotuba. Il più basso degli strumenti, quasi una prosecuzione al suo cantare da basso nei contesti di canto spontaneo. Suona il suo strumento soprattutto di sera tardi, davanti alla sua finestra che si affaccia sul bosco. Pare che non disturbi sua moglie e che le sue vibrazioni concilino anzi il sonno.
Di lui un’amica, parlandomene per la prima volta mi disse: ”è il più bravo, non solo come tecnica, ma soprattutto per il suo “ghëddou”. E allora glielo chiedo che cos’è questo famoso “ghëddou” e come lo definirebbe. Lui ci pensa e dice che è una parola intraducibile, ma si potrebbe forse riassumere così: “è l’interpretazione personale, lo stile, l’anima della musica… insomma tutto quello che non si può scrivere e va oltre i pallini neri su uno spartito”.
Silvio Peron, la musica tra tradizione e sperimentazione
23 settembre 2023
Cuneo
Incontrare Silvio Peron (che, fra l’altro, confessiamolo subito, è il maestro di organetto della sottoscritta) per un’intervista per La Guida non è così semplice come sembrerebbe.
Non perché lui faccia il prezioso: nella sua bella casa sopra Robilante, con lo studio pieno di CD e di vecchi LP ci accoglie volentieri, ma perché, con la sua solita modestia, non sa se sia il caso di scrivere di nuovo su di lui, e ricorda un’intervista su La Guida molto bella di Donatella Signetti, ma risalente addirittura a 15 anni fa.
Con lui ricapitoliamo innanzitutto il già fatto: da circa 27 anni musicista professionista, lasciò il lavoro di operaio per un’azienda di pulizie per le Ferrovie dello Stato quando si accorse che non riusciva più a incastrare un “lavoro normale” con i suoi impegni di musicista e di insegnante di organetto (fisarmonica diatonica) all’istituto musicale di Borgo. Fu una scelta rischiosa, anche se fu più che altro suo padre a preoccuparsene (molto meno la moglie che capì e accetto la svolta), in parte dovuta al caso e non a una spericolata volontà di “vivere da artista”. Come indiscusso protagonista della rinascita dell’organetto è sorprendente il fatto che il suo apprendistato con questo strumento sia arrivato dopo un passaggio attraverso la chitarra e in seguito il mandolino. Per un breve periodo suonò anche la fisarmonica a piano e fu solo per caso che nel suo secondo gruppo amatoriale un componente portò a vedere l’antico organetto di suo nonno: Silvio provò a farne uscire delle note e fu amore improvviso.
Imparare l’organetto e appassionarsi alla musica tradizionale per Silvio e per molti altri di quegli anni, andò di pari passo. Naturalmente si erano abbeverati ai dischi (erano LP e cassette allora!) di gruppi che proponevano il folk revival in Italia, Francia e Irlanda, a partire da quelli in auge sul versante occitano francese (Perlinpinpin folc, Bachas, Mount-Joia). Ne nacque un’attività di esecuzione parallela a quella che facevano molti ricercatori, primo fra i quali Giampiero Boschero in Val Varaita. Tuttavia Silvio non si riconosce nell’etichetta che a volte gli viene affibbiata di “musicista tradizionale”, anche se ha approfondito molto l’aspetto della tradizione musicale nelle nostre valli e non solo, con varie pubblicazioni al riguardo, oltre a suonare alla Baìo di Rore fin dal 1987. Chi lo conosce bene dai suoi dischi e dai vari gruppi nei quali ha suonato, riconosce anche una buona dose di sperimentazione, sia per quanto riguarda l’arrangiamento di brani tradizionali che in merito alle nuove composizioni. Solo che lui non guarda al versante prevalentemente rock, ma verso nuove soluzioni più originali, anche se meno appetibili e orecchiabili, o comunque a forme meno legate ai modelli anglosassoni che hanno dominato tutta la musica occidentale dal dopoguerra ad oggi. Significativo su tutto, il suo ultimo CD “Eschandihà de vita” di canzoni di sua composizione, musiche e testi, su vari personaggi significativi delle valli occitane, nel quale ha coinvolto 17 musicisti provenienti da Bologna a Marsiglia.
E ora: dopo questo disco, che gli è costato 5 anni di lavoro, quali sono le nuove esperienze a cui guarda? La risposta è “con il mio ultimo disco sento quasi completato un ciclo, forse si tratta addirittura di un punto di arrivo, ma non mi preoccupo; ho la fortuna di poter far musica di mestiere senza scendere a compromessi, facendo solo le cose che mi sento e mi piace fare. Al momento non ho in previsione nessun progetto in particolare, continuo soprattutto con l’insegnamento dell’organetto, che rimane un aspetto importante, suono meno di un tempo e soprattutto al di fuori delle valli, in Italia del nord e in Francia, dove il mio modo di suonare e le mie idee musicali in varie forme sono particolarmente apprezzate.”
La sua nuova passione (non sa se farmelo scrivere o no, ma mi pare che dia il senso di una inesauribile vitalità della sua esperienza musicale) è lo studio del bassotuba. Il più basso degli strumenti, quasi una prosecuzione al suo cantare da basso nei contesti di canto spontaneo. Suona il suo strumento soprattutto di sera tardi, davanti alla sua finestra che si affaccia sul bosco. Pare che non disturbi sua moglie e che le sue vibrazioni concilino anzi il sonno.
Di lui un’amica, parlandomene per la prima volta mi disse: ”è il più bravo, non solo come tecnica, ma soprattutto per il suo “ghëddou”. E allora glielo chiedo che cos’è questo famoso “ghëddou” e come lo definirebbe. Lui ci pensa e dice che è una parola intraducibile, ma si potrebbe forse riassumere così: “è l’interpretazione personale, lo stile, l’anima della musica… insomma tutto quello che non si può scrivere e va oltre i pallini neri su uno spartito”.