editoriale

Agli uomini non chiediamo protezione ma consapevolezza

17 settembre 2023

Cuneo

Violenza sulle donne (Foto GrandaEuropa) La fine delle vacanze estive è stata segnata da numerosi episodi di violenza - stupri di gruppo ai danni di donne giovanissime, anche minorenni, e femminicidi (sono 80 ormai dall’inizio dell’anno) - che hanno colpito l’opinione pubblica non certo perché si tratti di novità, ma per il numero e la rapida successione dei fatti, oltre che per un aspetto finora inedito: i messaggi (le cosiddette “chat”) che i ragazzi autori delle violenze si sono scambiati nelle ore successive. Leggere i testi di queste conversazioni ci ha permesso di entrare direttamente - senza filtri - nella testa dello stupratore e di scoprire che non è un mostro, ma il figlio del vicino di casa o, in altri casi ancora, di personaggi pubblici noti; non si tratta sempre di giovani deviati, ma dei figli, integrati, di una società e di una cultura. La banalità del male. Come se non bastasse la cronaca nazionale, anche quella locale ci ha restituito il resoconto squallido di un evento organizzato da una radio di Racconigi, che ha distribuito e attaccato sui corpi delle ragazze presenti degli adesivi con epiteti esplicitamente sessualizzanti: le immagini delle ragazze fotografate sono state pubblicate sui social. Il fatto è stato segnalato il giorno dopo da alcuni genitori, le cui figlie minorenni non volevano più uscire di casa. È stato detto e scritto molto in questi giorni. Mi limiterò quindi a due riflessioni. La prima. Le ragazze stuprate a Palermo e Monreale, seppur molto giovani, hanno parlato. Nonostante il trauma, le minacce, i commenti sui social, hanno trovato il coraggio di chiedere aiuto e di fare nomi e cognomi. La tredicenne di Monreale, abusata da padre, zio e nonno,  si è rivolta alle insegnanti e la scuola prima e le forze dell’ordine poi sono state all’altezza della fiducia riposta in loro. Sembra esserci più consapevolezza riguardo al fatto che è necessario uscire dal silenzio, perché il silenzio perpetua la violenza e favorisce gli abusanti. Sembra esserci maggiore fiducia nelle istituzioni - scuola, sanità, forze dell’ordine - che si rivelano più preparate di un tempo ad affrontare in modo adeguato queste situazioni. Nel caso dei femminicidi purtroppo i fatti dicono che manca ancora più di qualcosa – nonostante la doverosa e attesa da tempo approvazione della nuova legge “Codice rosso”, che offre una serie di strumenti in più contro la violenza di genere - per assicurare la permanenza in vita delle donne perseguitate dai loro ex compagni violenti. Il coraggio di parlare e chiedere aiuto da parte di chi ha subito e ancora subisce violenza, e il conseguente smascheramento pubblico del colpevole, è un germoglio delicatissimo che va preso in carico e protetto dalle istituzioni preposte e da tutta la collettività. La seconda riflessione riguarda l’educazione di genere. Si tratta di un argomento scomodo di cui di solito non si ha voglia di parlare. Eppure … bisogna farlo. Userò le parole della filosofa Maura Gancitano, fondatrice di Tlön, che condivido: “Gli uomini devono rendersi conto che vengono educati in un altro modo. La mascolinità si costruisce con valori e simboli molto precisi. Ed è così pervasiva da risultare agli uomini invisibile, invece si tratta di un privilegio. Gli uomini vengono abituati a occupare lo spazio in un certo modo solo perché appartengono al genere maschile. Perché la costruzione della loro identità - a differenza delle altre - è collegata solo a delle possibilità, cioè a delle cose che possono fare. Possono diventare ricchi, famosi, potenti, forti, mentre l’ identità femminile viene  costruita dalla notte dei tempi per limitazione: sei una donna, quindi  o “devi” fare delle cose che non ti va di fare perché non puoi tradire il tuo genere oppure “non puoi” uscire la sera, stare fuori casa serenamente, non puoi usare il tuo corpo o mostrarlo come vorresti, non puoi fare certi lavori perché non sono abbastanza femminili. Le donne che stanno prendendo la parola non chiedono protezione, ma che gli uomini facciano un percorso di consapevolezza. È urgente che gli uomini si rendano conto di come sono stati educati e non si sentano fuori dal discorso solo perché non agiscono violenza. Anche se non agisci un tipo di violenza, per il modo in cui sei stato educato potresti agire potere su qualcuno, sentendoti in diritto di farlo, per esempio interrompendo una donna quando parla o sminuendo per principio le argomentazioni che porta, pretendendo relazioni asimmetriche in cui puoi tu puoi fare quello che ti pare. Se vogliamo davvero vivere in una società in cui tutti sono trattati con dignità e rispetto dobbiamo renderci conto che non è questo quello che accade nella realtà. È importante che gli uomini si rendano conto di come vengono educati. Non vogliamo che se ne sentano colpevoli, ma finalmente responsabili”.
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