Carne
Da macello? No, da stupro.
“Sinceramente mi sono schifato un poco, ma la carne è carne”. La frase è stata scritta da uno dei sette stupratori di Palermo. Fa parte della narrazione con cui hanno condiviso il video e il senso di trionfo per l’impresa compiuta. Il tono è sempre questo: disumano, agghiacciante, tronfio. Della ragazza violentata non percepiscono il suo essere persona, umanità lesa. Assistiamo alla sua riduzione a pezzo di carne: da consumare e buttare via. Il suo dolore risuona nella carne di tutte le donne. Sono memorie ereditate, un senso di impotenza collettiva, quel comune sentirsi minacciate la sera, se si torna ed è buio, lo spray al peperoncino nella borsetta, il cellulare in mano, per far partire una chiamata in caso di bisogno. Abitare un corpo di donna è ancora questo. Rischio, sottomissione, rifiuto ignorato, giustizia negata fanno parte dell’aria che respiriamo, nonostante siano molti gli uomini che sentono il bisogno di smarcarsi dalla barbarie. Alla carne stuprata delle donne tuttavia questo non basta e non basta a nessuna in generale per sentirsi finalmente al sicuro. Ci vuole di più: più autocoscienza maschile, più metterci la faccia per il cambiamento culturale, più giustizia, più Stato.
La madre di uno degli stupratori ha dichiarato: “Era una poco di buono”, in perfetto stile comunicativo sessista, machista, patriarcale, espressione pure lei, che nemmeno se ne accorge e dunque tira su un figlio come quello che si ritrova, di una cultura in cui nascere maschio equivale a fare quello che ti pare come ti pare, una gramigna infestante dura a morire, che impedisce ai semi della nuova sensibilità paritaria di attecchire e fruttificare.
La conservazione del privilegio viene affidata al gesto violento, in cui il piacere sembra dipendere non dalla sessualità, ma da abuso di potere, sopraffazione, umiliazione. In questo consiste la performance, l’esibizione del branco, l’analfabetismo relazionale di un corpo maschile ridotto al proprio membro brandito come uno strumento di tortura. Nei testi delle chat, pubblicati su diversi quotidiani, c’è un riferimento preciso ai siti porno, che hanno la responsabilità di presentare violenze di gruppo simili a questa come gradite a chi le subisce. È quello che succede quando si lascia vuoto il tavolo di lavoro per l’educazione sentimentale e le buone pratiche quotidiane del rispetto tra i generi.
editoriale
Carne
Da macello? No, da stupro.
“Sinceramente mi sono schifato un poco, ma la carne è carne”. La frase è stata scritta da uno dei sette stupratori di Palermo. Fa parte della narrazione con cui hanno condiviso il video e il senso di trionfo per l’impresa compiuta. Il tono è sempre questo: disumano, agghiacciante, tronfio. Della ragazza violentata non percepiscono il suo essere persona, umanità lesa. Assistiamo alla sua riduzione a pezzo di carne: da consumare e buttare via. Il suo dolore risuona nella carne di tutte le donne. Sono memorie ereditate, un senso di impotenza collettiva, quel comune sentirsi minacciate la sera, se si torna ed è buio, lo spray al peperoncino nella borsetta, il cellulare in mano, per far partire una chiamata in caso di bisogno. Abitare un corpo di donna è ancora questo. Rischio, sottomissione, rifiuto ignorato, giustizia negata fanno parte dell’aria che respiriamo, nonostante siano molti gli uomini che sentono il bisogno di smarcarsi dalla barbarie. Alla carne stuprata delle donne tuttavia questo non basta e non basta a nessuna in generale per sentirsi finalmente al sicuro. Ci vuole di più: più autocoscienza maschile, più metterci la faccia per il cambiamento culturale, più giustizia, più Stato.
La madre di uno degli stupratori ha dichiarato: “Era una poco di buono”, in perfetto stile comunicativo sessista, machista, patriarcale, espressione pure lei, che nemmeno se ne accorge e dunque tira su un figlio come quello che si ritrova, di una cultura in cui nascere maschio equivale a fare quello che ti pare come ti pare, una gramigna infestante dura a morire, che impedisce ai semi della nuova sensibilità paritaria di attecchire e fruttificare.
La conservazione del privilegio viene affidata al gesto violento, in cui il piacere sembra dipendere non dalla sessualità, ma da abuso di potere, sopraffazione, umiliazione. In questo consiste la performance, l’esibizione del branco, l’analfabetismo relazionale di un corpo maschile ridotto al proprio membro brandito come uno strumento di tortura. Nei testi delle chat, pubblicati su diversi quotidiani, c’è un riferimento preciso ai siti porno, che hanno la responsabilità di presentare violenze di gruppo simili a questa come gradite a chi le subisce. È quello che succede quando si lascia vuoto il tavolo di lavoro per l’educazione sentimentale e le buone pratiche quotidiane del rispetto tra i generi.
Carne
25 agosto 2023
Cuneo
Carne
Da macello? No, da stupro.
“Sinceramente mi sono schifato un poco, ma la carne è carne”. La frase è stata scritta da uno dei sette stupratori di Palermo. Fa parte della narrazione con cui hanno condiviso il video e il senso di trionfo per l’impresa compiuta. Il tono è sempre questo: disumano, agghiacciante, tronfio. Della ragazza violentata non percepiscono il suo essere persona, umanità lesa. Assistiamo alla sua riduzione a pezzo di carne: da consumare e buttare via. Il suo dolore risuona nella carne di tutte le donne. Sono memorie ereditate, un senso di impotenza collettiva, quel comune sentirsi minacciate la sera, se si torna ed è buio, lo spray al peperoncino nella borsetta, il cellulare in mano, per far partire una chiamata in caso di bisogno. Abitare un corpo di donna è ancora questo. Rischio, sottomissione, rifiuto ignorato, giustizia negata fanno parte dell’aria che respiriamo, nonostante siano molti gli uomini che sentono il bisogno di smarcarsi dalla barbarie. Alla carne stuprata delle donne tuttavia questo non basta e non basta a nessuna in generale per sentirsi finalmente al sicuro. Ci vuole di più: più autocoscienza maschile, più metterci la faccia per il cambiamento culturale, più giustizia, più Stato.
La madre di uno degli stupratori ha dichiarato: “Era una poco di buono”, in perfetto stile comunicativo sessista, machista, patriarcale, espressione pure lei, che nemmeno se ne accorge e dunque tira su un figlio come quello che si ritrova, di una cultura in cui nascere maschio equivale a fare quello che ti pare come ti pare, una gramigna infestante dura a morire, che impedisce ai semi della nuova sensibilità paritaria di attecchire e fruttificare.
La conservazione del privilegio viene affidata al gesto violento, in cui il piacere sembra dipendere non dalla sessualità, ma da abuso di potere, sopraffazione, umiliazione. In questo consiste la performance, l’esibizione del branco, l’analfabetismo relazionale di un corpo maschile ridotto al proprio membro brandito come uno strumento di tortura. Nei testi delle chat, pubblicati su diversi quotidiani, c’è un riferimento preciso ai siti porno, che hanno la responsabilità di presentare violenze di gruppo simili a questa come gradite a chi le subisce. È quello che succede quando si lascia vuoto il tavolo di lavoro per l’educazione sentimentale e le buone pratiche quotidiane del rispetto tra i generi.