Avere uno scopo.
Ci rende felici. Perché siamo fatti per averne uno.
Siamo “teleologicamente” predisposti: orientati a muoverci secondo un fine (in greco “télos”). Negli umani “vivere” non è soltanto questione di sopravvivenza, soddisfare bisogni fisiologici, ma rispondere a necessità emotive e spirituali. L’uomo non reagisce solo ai bisogni dettati dalla necessità di sopravvivere e perpetuare la specie, ma è orientato a trovare soluzioni a problemi irrisolti, esplorare nuovi orizzonti, migliorare le proprie capacità, raggiungere una più alta pace spirituale, esprimere se stesso, creare bellezza.
L’uomo è dotato di immaginazione creativa e quest’ultima ha bisogno di una meta cui guardare. Siamo fatti così.
Per questo il catastrofismo comunicativo generalizzato, per esempio quello di tipo climatico, se induce a provare un senso di impotenza, ci blocca e ci fa male, come ha messo in evidenza la ragazza che si è rivolta al ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, dicendo: “Soffro di eco-ansia. Ho molta paura per il mio futuro”.
La soluzione tuttavia non sta certo nel negazionismo, nella rimozione, nel limitarsi ad affermare che viviamo in una sorta di normalità ciclica in cui il surriscaldamento e le sue conseguenze non hanno nulla a che fare con l’attività umana. Occorre assumere una posizione equilibrata e realistica, fare informazione in modo corretto e responsabile, integrando le posizioni e proponendo un piano d’azione.
Serve essere consapevoli che la precarietà e l’impotenza che le nuove generazioni si trovano a vivere e che coinvolge diversi aspetti della loro vita aggrava la loro fatica a tenersi a galla in un’epoca incerta. “Perché come esseri umani abbiamo bisogno di darci un appuntamento sul domani, perché se non abbiamo un posto dove andare e qualcuno da incontrare che ci faccia sentire contributivi, rischiamo di ammalarci”, come ricorda la psicoterapeuta e scrittrice Stefania Andreoli, autrice di “Perfetti o felici. Diventare adulti in un’epoca di smarrimento” (Rizzoli 2023).
editoriale
Avere uno scopo.
Ci rende felici. Perché siamo fatti per averne uno.
Siamo “teleologicamente” predisposti: orientati a muoverci secondo un fine (in greco “télos”). Negli umani “vivere” non è soltanto questione di sopravvivenza, soddisfare bisogni fisiologici, ma rispondere a necessità emotive e spirituali. L’uomo non reagisce solo ai bisogni dettati dalla necessità di sopravvivere e perpetuare la specie, ma è orientato a trovare soluzioni a problemi irrisolti, esplorare nuovi orizzonti, migliorare le proprie capacità, raggiungere una più alta pace spirituale, esprimere se stesso, creare bellezza.
L’uomo è dotato di immaginazione creativa e quest’ultima ha bisogno di una meta cui guardare. Siamo fatti così.
Per questo il catastrofismo comunicativo generalizzato, per esempio quello di tipo climatico, se induce a provare un senso di impotenza, ci blocca e ci fa male, come ha messo in evidenza la ragazza che si è rivolta al ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, dicendo: “Soffro di eco-ansia. Ho molta paura per il mio futuro”.
La soluzione tuttavia non sta certo nel negazionismo, nella rimozione, nel limitarsi ad affermare che viviamo in una sorta di normalità ciclica in cui il surriscaldamento e le sue conseguenze non hanno nulla a che fare con l’attività umana. Occorre assumere una posizione equilibrata e realistica, fare informazione in modo corretto e responsabile, integrando le posizioni e proponendo un piano d’azione.
Serve essere consapevoli che la precarietà e l’impotenza che le nuove generazioni si trovano a vivere e che coinvolge diversi aspetti della loro vita aggrava la loro fatica a tenersi a galla in un’epoca incerta. “Perché come esseri umani abbiamo bisogno di darci un appuntamento sul domani, perché se non abbiamo un posto dove andare e qualcuno da incontrare che ci faccia sentire contributivi, rischiamo di ammalarci”, come ricorda la psicoterapeuta e scrittrice Stefania Andreoli, autrice di “Perfetti o felici. Diventare adulti in un’epoca di smarrimento” (Rizzoli 2023).
Avere uno scopo
04 agosto 2023
Cuneo
Avere uno scopo.
Ci rende felici. Perché siamo fatti per averne uno.
Siamo “teleologicamente” predisposti: orientati a muoverci secondo un fine (in greco “télos”). Negli umani “vivere” non è soltanto questione di sopravvivenza, soddisfare bisogni fisiologici, ma rispondere a necessità emotive e spirituali. L’uomo non reagisce solo ai bisogni dettati dalla necessità di sopravvivere e perpetuare la specie, ma è orientato a trovare soluzioni a problemi irrisolti, esplorare nuovi orizzonti, migliorare le proprie capacità, raggiungere una più alta pace spirituale, esprimere se stesso, creare bellezza.
L’uomo è dotato di immaginazione creativa e quest’ultima ha bisogno di una meta cui guardare. Siamo fatti così.
Per questo il catastrofismo comunicativo generalizzato, per esempio quello di tipo climatico, se induce a provare un senso di impotenza, ci blocca e ci fa male, come ha messo in evidenza la ragazza che si è rivolta al ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, dicendo: “Soffro di eco-ansia. Ho molta paura per il mio futuro”.
La soluzione tuttavia non sta certo nel negazionismo, nella rimozione, nel limitarsi ad affermare che viviamo in una sorta di normalità ciclica in cui il surriscaldamento e le sue conseguenze non hanno nulla a che fare con l’attività umana. Occorre assumere una posizione equilibrata e realistica, fare informazione in modo corretto e responsabile, integrando le posizioni e proponendo un piano d’azione.
Serve essere consapevoli che la precarietà e l’impotenza che le nuove generazioni si trovano a vivere e che coinvolge diversi aspetti della loro vita aggrava la loro fatica a tenersi a galla in un’epoca incerta. “Perché come esseri umani abbiamo bisogno di darci un appuntamento sul domani, perché se non abbiamo un posto dove andare e qualcuno da incontrare che ci faccia sentire contributivi, rischiamo di ammalarci”, come ricorda la psicoterapeuta e scrittrice Stefania Andreoli, autrice di “Perfetti o felici. Diventare adulti in un’epoca di smarrimento” (Rizzoli 2023).