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Centallo e la sua storia nei ricordi di Pino Coppa, calzolaio, memoria storica di una comunità

30 luglio 2023

Cuneo

Centallo - mercato Giovedì 20 luglio si è spento all’età di 95 anni Giuseppe “Pino” Coppa. Centallese da sempre, è stato una delle più lucide e longeve memorie storiche del paese. Nel 2020, durante un’intervista, ha raccontato con  precisione e lucidità tante pagine di storia del paese, intrecciandole con quella della sua vita.  Ho studiato come geometra, ma poi ho scelto di lavorare dai 16 anni fino all’età della pensione come calzolaio nella bottega di famiglia, insieme a mio papà Sebastiano. Era una questione di famiglia, quasi una vocazione, e ho cercato di fare la mia parte. Siamo sempre stati artigiani, fin dall’Ottocento: già mio nonno - anche lui Giuseppe - era un fabbro e falegname tuttofare, e riparava attrezzi agricoli in un piccolo locale in via Ospedale. Poi, nel 1919, dopo la guerra del ‘15-’18, mio padre ha deciso di aprire un negozio di scarpe sotto il porticato di via Roma. Non le vendevamo soltanto. Certo, alcune le commerciavamo, ma altre le costruivamo proprio da zero: iniziavamo con una tovaglia di pelle, e la modellavamo utilizzando le forme che avevamo in bottega fino a dar vita alla scarpa finita. Nel corso della sua carriera, mio padre ne avrà realizzate migliaia: fino al matrimonio, ne fabbricava una al giorno, sette a settimana! Ho imparato da lui tutto quello che so, osservando da vicino tutto quel che faceva. Quando poi è arrivata la seconda guerra mondiale, mio papà fu esonerato dalla leva: ai militari serviva che i calzolai continuassero a produrre, era un mestiere di cui c’era troppo bisogno.  Cosa ricorda della seconda guerra mondiale? Negli anni della guerra, a Centallo la vita è continuata tranquilla, ma il pericolo era sempre dietro l’angolo. La sera, mio papà era solito uscire in compagnia di alcuni amici per bere un bicchiere di vino all’ostu del paese (che sorgeva nell’attuale via Maria Isoardo, tra la biblioteca e il verduriere “Lingua”). Il paese era piccolo, e tutti si conoscevano. Un giorno, però, tre conoscenti lo hanno preso da parte e lo hanno avvisato in malo modo: doveva piantarla di frequentare quella compagnia, o sarebbe andata a finire male. Questo è quel che fa l’odio alle gente! Non eri più soltanto “centallese”: o eri fascista, o eri partigiano. E in tutti i casi, erano grane. Una notte i partigiani hanno catturato il tecnico comunale Michele Fenoglio, e l’hanno portato fino a Pradleves, dove gli hanno sparato dritto in mezzo agli occhi. Il 17 aprile 1945, un martedì sera, a pochi giorni dalla fine della guerra, hanno anche attaccato il comandante delle brigate nere proprio in via Roma, di fronte al nostro negozio. Noi ci siamo subito chiusi dentro, e sentivamo gli spari sotto il portico. Il comandante è rimasto ucciso, e un partigiano, ferito, ha continuato a urlare per il dolore fino alle due di notte. Nessuno osava aprire la porta. Poi sono tornati i fascisti, e lo hanno ucciso a sangue freddo. Se la guerra non fosse finita pochi giorni dopo, avrebbero sicuramente fatto un massacro per rappresaglia anche lì in via Roma, proprio come a San Benigno.  Finita la guerra, per la famiglia Coppa venne il tempo dell’impegno politico in Comune: il papà Sebastiano fu a lungo assessore, dal 1946 al 1968, durante i mandati dei sindaci Giovanni Becchio, Michele Olivero e Maurizio Giordano. Da ultimo, nel biennio 1968-1970, fu anche sindaco del paese.  In quegli anni, mio papà ha voluto che iniziassi a occuparmi dei conti di famiglia, e che andassi in banca anche per lui. Nel 1958 ci siamo spostati in piazza Michelini, dove prima c’era la vecchia cà dei preivi. Sono rimasto in quel negozio fino alla pensione, che poi è diventato lo studio dentistico di mia figlia Maria Teresa e suo marito Corrado. In quegli anni, io e mio papà lavoravamo insieme in bottega, e cercavo di stargli vicino anche mentre faceva l’amministratore del Comune. Per me era un mondo nuovo. Centallo cresceva, e cambiava di continuo: spuntavano nuovi condomini e nuovi palazzi a più piani ogni momento. La sera, mio papà passeggiava per le strade del paese per capire se c’era qualcosa di urgente da fare: qualche volta, lo chiamavano a casa persino all’una di notte! Durante il suo mandato da sindaco, ha dato il via alla progettazione del ponte sullo Stura, tra San Biagio e Castelletto Stura. C’era anche il problema del mercato del peperone e del fagiolo: era davvero troppo grosso per restare in piazza della Rossa! E così, la sua amministrazione ha comprato dei terreni dall’ordine mauriziano e ha realizzato la piasa dei povron, quella che ora si chiama piazza Don Gerbaudo. Il suo mandato è finito il 24 giugno 1970, e la piazza è stata inaugurata a metà luglio. Il mercato era tutta un’altra cosa rispetto a oggi, eh… Si faceva da luglio a novembre, al pomeriggio. E si faceva tutti i giorni, dal lunedì al sabato. In paese c’era tantissime persone che andavano e venivano: la piazza era piena di trattori e di banchi, e tra un commerciante e l’altro si faticava a passarci a piedi! In campagna, tutti piantavano fagioli e peperoni. La Centallo di oggi deve davvero tantissimo a quell’epoca. Dispiace che non tutti se ne ricordino… E cosa si faceva a Centallo nel tempo libero? In passato c’erano due sale da ballo: una in via Garelli e l’altra dietro al parco Olmi, dove ora c’è la caserma dei Carabinieri. Poi, negli anni Cinquanta, sono arrivati i cinema: uno ha aperto al posto della sala da ballo di via Garelli, e si chiamava “Alessandra”. Ora lì c’è il panettiere. L’altro l’hanno aperto qualche anno dopo: il “Lux”. Era proprio dove oggi c’è il nuovo cinema parrocchiale. Centallo aveva due cinema, e ci andavano tutti: non c’era nient’altro, era un momento per stare insieme. Non c’era nemmeno l’oratorio: si facevano solo delle attività per ragazzi nella casa parrocchiale. Era un’epoca molto diversa: da bambini andavamo tutti a servire Messa alle 6.30 del mattino, e poi quando eravamo più grandi partecipavamo alla cantoria. Ai preti davamo sempre del lei e li salutavamo chinando il capo, e dicendo “sia lodato Gesù Cristo”. A proposito, l’altro giorno ho incontrato il nostro nuovo parroco, don Andrea Ciartano. È proprio una persona davvero buona e gentile. Mi ha detto di dargli del “tu”, ma non ci riesco: è più forte di me. Come sarebbe? Al parroco bisogna dare del lei!
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