Padre Gaël Giraud è una di quelle persone che si ostinano a non atteggiarsi da “personaggio”, pur avendo tutto quello che serve per ottenere il centro del palcoscenico in un mondo che ama chi è capace di stupire.
Matematico ed economista, già enfant prodige della finanza internazionale, dopo aver abbracciato la vocazione religiosa ed essere entrato nella Compagnia di Gesù, Padre Giraud ha continuato a occuparsi di economia; oggi presiede il programma per la giustizia ambientale della Georgetown University di Washington, è ricercatore presso il Centro nazionale della ricerca scientifica di Parigi e i suoi saggi sono letti e discussi in tutto il mondo.
I bene informati di “cose vaticane” ne parlano come di uno studioso molto apprezzato dal Papa, tanto da essere giornalisticamente indicato come “l’economista della Laudato si’”.
Le analisi di padre Giraud sono quanto mai documentate, spesso in controtendenza e, certamente, poco ortodosse rispetto ai tradizionali canoni di approccio alle questioni economiche e finanziarie. Alcuni dati riportati nei libri e nei saggi dell’economista (e non contestati dai diretti interessati) fanno luce su un conflitto di interessi che rischia di essere decisivo per le sorti del pianeta.
Secondo quanto scrive Padre Giraud, le prime 11 banche della zona euro possiedono titoli finanziari legati ai combustibili fossili per 530 miliardi di euro. Si tratta di una somma enorme, pari al 95% della capitalizzazione di quelle stesse banche. La conseguenza, di immediata evidenza, è che uno stop alla produzione energetica da fonti fossili provocherebbe il fallimento delle principali banche europee. Prima di discutere della soluzione a questo pericoloso impasse, che Padre Giraud vorrebbe guidata dall’intervento attivo della Banca Centrale Europea, è interessante osservare alcuni tratti della vicenda, che la rendono, in un certo senso, l’immagine delle storture e dei processi che ci hanno condotti fino a qui.
Nel legame a filo doppio del sistema bancario con il mondo dei combustibili fossili, infatti, c’è un po’ tutto: l’illusione del profitto a breve termine, l’assenza di qualsiasi orientamento etico che governi le scelte economiche e finanziarie, la miopia dell’avidità che induce a dipendere da settori produttivi che distruggono risorse anziché crearle, il torpore di una classe politica che non vede e non sente mentre la grande finanza si apparenta con operatori economici che condizionano pesantemente le azioni dei singoli Stati e della stessa Unione Europea.
In fondo, si tratta di trovare il modo di salvare il sistema bancario e finanziario da se stesso e cioè di liberare l’intero ecosistema globale da quella zavorra che sono diventati, oramai, i facili guadagni della finanza più aggressiva e spregiudicata.
Padre Giraud indica la BCE come l’ente deputato a intervenire per acquisire, gestire ed estinguere i legami del sistema bancario verso i signori dei combustibili fossili, per emancipare l’Unione Europea da questo pesante fardello. Secondo le stime dello stesso Giraud, sarebbe una operazione senza dubbio dolorosa e costosa ma sostenibile.
Si tratta di calcoli da esperti ma, se davvero questo tipo di soluzione fosse gestibile, i vantaggi che ne deriverebbero supererebbero di gran lunga i sacrifici. Il tutto, ovviamente, purché, una buona volta, banche e finanzieri imparino la lezione e, soprattutto, venga predisposto e introdotto un sistema di regole e controlli che impediscano che, ciclicamente, la collettività si trovi a dover far fronte ai guasti provocati all’ingordigia di manager poco avveduti.
Sono, oramai, troppe le circostanze in cui l’ottusità di un certo modo di amministrare ha messo in pericolo l’intero sistema. C’è un limite oltre il quale l’avidità diventa autodistruttiva e quel limite deve essere presidiato da regole. Ciclicamente, ci si accorge che il tema dei conflitti di interessi non è adeguatamente approfondito e normato e si tenta di correre ai ripari sulla spinta di questa o di quella emergenza. Si tratta di un approccio che non conduce da nessuna parte, perché è chiaro che il conflitto tra gli interessi di chi vuole solo arricchirsi ad ogni costo e i diritti di chi vive del proprio lavoro oppure stenta o delle future generazioni non è episodico ma permanente.
L’azione politica e quella dei legislatori non possono più fingere che non sia così.
editoriale
Padre Gaël Giraud è una di quelle persone che si ostinano a non atteggiarsi da “personaggio”, pur avendo tutto quello che serve per ottenere il centro del palcoscenico in un mondo che ama chi è capace di stupire.
Matematico ed economista, già enfant prodige della finanza internazionale, dopo aver abbracciato la vocazione religiosa ed essere entrato nella Compagnia di Gesù, Padre Giraud ha continuato a occuparsi di economia; oggi presiede il programma per la giustizia ambientale della Georgetown University di Washington, è ricercatore presso il Centro nazionale della ricerca scientifica di Parigi e i suoi saggi sono letti e discussi in tutto il mondo.
I bene informati di “cose vaticane” ne parlano come di uno studioso molto apprezzato dal Papa, tanto da essere giornalisticamente indicato come “l’economista della Laudato si’”.
Le analisi di padre Giraud sono quanto mai documentate, spesso in controtendenza e, certamente, poco ortodosse rispetto ai tradizionali canoni di approccio alle questioni economiche e finanziarie. Alcuni dati riportati nei libri e nei saggi dell’economista (e non contestati dai diretti interessati) fanno luce su un conflitto di interessi che rischia di essere decisivo per le sorti del pianeta.
Secondo quanto scrive Padre Giraud, le prime 11 banche della zona euro possiedono titoli finanziari legati ai combustibili fossili per 530 miliardi di euro. Si tratta di una somma enorme, pari al 95% della capitalizzazione di quelle stesse banche. La conseguenza, di immediata evidenza, è che uno stop alla produzione energetica da fonti fossili provocherebbe il fallimento delle principali banche europee. Prima di discutere della soluzione a questo pericoloso impasse, che Padre Giraud vorrebbe guidata dall’intervento attivo della Banca Centrale Europea, è interessante osservare alcuni tratti della vicenda, che la rendono, in un certo senso, l’immagine delle storture e dei processi che ci hanno condotti fino a qui.
Nel legame a filo doppio del sistema bancario con il mondo dei combustibili fossili, infatti, c’è un po’ tutto: l’illusione del profitto a breve termine, l’assenza di qualsiasi orientamento etico che governi le scelte economiche e finanziarie, la miopia dell’avidità che induce a dipendere da settori produttivi che distruggono risorse anziché crearle, il torpore di una classe politica che non vede e non sente mentre la grande finanza si apparenta con operatori economici che condizionano pesantemente le azioni dei singoli Stati e della stessa Unione Europea.
In fondo, si tratta di trovare il modo di salvare il sistema bancario e finanziario da se stesso e cioè di liberare l’intero ecosistema globale da quella zavorra che sono diventati, oramai, i facili guadagni della finanza più aggressiva e spregiudicata.
Padre Giraud indica la BCE come l’ente deputato a intervenire per acquisire, gestire ed estinguere i legami del sistema bancario verso i signori dei combustibili fossili, per emancipare l’Unione Europea da questo pesante fardello. Secondo le stime dello stesso Giraud, sarebbe una operazione senza dubbio dolorosa e costosa ma sostenibile.
Si tratta di calcoli da esperti ma, se davvero questo tipo di soluzione fosse gestibile, i vantaggi che ne deriverebbero supererebbero di gran lunga i sacrifici. Il tutto, ovviamente, purché, una buona volta, banche e finanzieri imparino la lezione e, soprattutto, venga predisposto e introdotto un sistema di regole e controlli che impediscano che, ciclicamente, la collettività si trovi a dover far fronte ai guasti provocati all’ingordigia di manager poco avveduti.
Sono, oramai, troppe le circostanze in cui l’ottusità di un certo modo di amministrare ha messo in pericolo l’intero sistema. C’è un limite oltre il quale l’avidità diventa autodistruttiva e quel limite deve essere presidiato da regole. Ciclicamente, ci si accorge che il tema dei conflitti di interessi non è adeguatamente approfondito e normato e si tenta di correre ai ripari sulla spinta di questa o di quella emergenza. Si tratta di un approccio che non conduce da nessuna parte, perché è chiaro che il conflitto tra gli interessi di chi vuole solo arricchirsi ad ogni costo e i diritti di chi vive del proprio lavoro oppure stenta o delle future generazioni non è episodico ma permanente.
L’azione politica e quella dei legislatori non possono più fingere che non sia così.
I legami miliardari delle banche con i signori dei combustibili fossili
23 luglio 2023
Cuneo
Padre Gaël Giraud è una di quelle persone che si ostinano a non atteggiarsi da “personaggio”, pur avendo tutto quello che serve per ottenere il centro del palcoscenico in un mondo che ama chi è capace di stupire.
Matematico ed economista, già enfant prodige della finanza internazionale, dopo aver abbracciato la vocazione religiosa ed essere entrato nella Compagnia di Gesù, Padre Giraud ha continuato a occuparsi di economia; oggi presiede il programma per la giustizia ambientale della Georgetown University di Washington, è ricercatore presso il Centro nazionale della ricerca scientifica di Parigi e i suoi saggi sono letti e discussi in tutto il mondo.
I bene informati di “cose vaticane” ne parlano come di uno studioso molto apprezzato dal Papa, tanto da essere giornalisticamente indicato come “l’economista della Laudato si’”.
Le analisi di padre Giraud sono quanto mai documentate, spesso in controtendenza e, certamente, poco ortodosse rispetto ai tradizionali canoni di approccio alle questioni economiche e finanziarie. Alcuni dati riportati nei libri e nei saggi dell’economista (e non contestati dai diretti interessati) fanno luce su un conflitto di interessi che rischia di essere decisivo per le sorti del pianeta.
Secondo quanto scrive Padre Giraud, le prime 11 banche della zona euro possiedono titoli finanziari legati ai combustibili fossili per 530 miliardi di euro. Si tratta di una somma enorme, pari al 95% della capitalizzazione di quelle stesse banche. La conseguenza, di immediata evidenza, è che uno stop alla produzione energetica da fonti fossili provocherebbe il fallimento delle principali banche europee. Prima di discutere della soluzione a questo pericoloso impasse, che Padre Giraud vorrebbe guidata dall’intervento attivo della Banca Centrale Europea, è interessante osservare alcuni tratti della vicenda, che la rendono, in un certo senso, l’immagine delle storture e dei processi che ci hanno condotti fino a qui.
Nel legame a filo doppio del sistema bancario con il mondo dei combustibili fossili, infatti, c’è un po’ tutto: l’illusione del profitto a breve termine, l’assenza di qualsiasi orientamento etico che governi le scelte economiche e finanziarie, la miopia dell’avidità che induce a dipendere da settori produttivi che distruggono risorse anziché crearle, il torpore di una classe politica che non vede e non sente mentre la grande finanza si apparenta con operatori economici che condizionano pesantemente le azioni dei singoli Stati e della stessa Unione Europea.
In fondo, si tratta di trovare il modo di salvare il sistema bancario e finanziario da se stesso e cioè di liberare l’intero ecosistema globale da quella zavorra che sono diventati, oramai, i facili guadagni della finanza più aggressiva e spregiudicata.
Padre Giraud indica la BCE come l’ente deputato a intervenire per acquisire, gestire ed estinguere i legami del sistema bancario verso i signori dei combustibili fossili, per emancipare l’Unione Europea da questo pesante fardello. Secondo le stime dello stesso Giraud, sarebbe una operazione senza dubbio dolorosa e costosa ma sostenibile.
Si tratta di calcoli da esperti ma, se davvero questo tipo di soluzione fosse gestibile, i vantaggi che ne deriverebbero supererebbero di gran lunga i sacrifici. Il tutto, ovviamente, purché, una buona volta, banche e finanzieri imparino la lezione e, soprattutto, venga predisposto e introdotto un sistema di regole e controlli che impediscano che, ciclicamente, la collettività si trovi a dover far fronte ai guasti provocati all’ingordigia di manager poco avveduti.
Sono, oramai, troppe le circostanze in cui l’ottusità di un certo modo di amministrare ha messo in pericolo l’intero sistema. C’è un limite oltre il quale l’avidità diventa autodistruttiva e quel limite deve essere presidiato da regole. Ciclicamente, ci si accorge che il tema dei conflitti di interessi non è adeguatamente approfondito e normato e si tenta di correre ai ripari sulla spinta di questa o di quella emergenza. Si tratta di un approccio che non conduce da nessuna parte, perché è chiaro che il conflitto tra gli interessi di chi vuole solo arricchirsi ad ogni costo e i diritti di chi vive del proprio lavoro oppure stenta o delle future generazioni non è episodico ma permanente.
L’azione politica e quella dei legislatori non possono più fingere che non sia così.