cronaca
Lodovico e il ritorno alle antiche radici in valle Maira, ai piedi del Chersogno
16 luglio 2023
Cuneo
Conobbi Lodovico una sera di primavera del 1992. Ero impegnato in un turno di guardia medica presso la casa di riposo di Bassura di Stroppo, alle mie prime - preoccupatissime - armi, e così quando suonò il campanello ed entrò quell’omone grande e grosso, mi precipitai a chiedergli da quale malattia fosse afflitto e che cosa potessi fare per aiutarlo; lui si mise a ridere fragorosamente e mi disse che stava semplicemente rientrando nella sua camera dopo la breve e ormai consueta passeggiata notturna, che stava però benone e che non aveva bisogno proprio di nulla. Ci squadrammo l’un l’altro per un istante, per studiarci, e poi ci mettemmo a parlare, e come talvolta accade tra due persone che non si sono mai viste, ci buttammo, dapprima timidamente e quindi a capofitto, a raccontare le nostre storie, e fu un fiume inarrestabile di parole.
Trascorremmo così un paio d’ore a cianciare di tante cose senza quasi mai fermarci; lui mi parlò della sua vita difficile a Torino, del miraggio ingannevole della grande città negli anni sessanta, del suo ritorno in Val Maira a ricercare antiche radici, della morte della moglie, della sua drammatica dipendenza dall’alcool, degli amici del CAT grazie ai quali aveva infine ritrovato le motivazioni e la forza per uscire da quel tunnel cosparso di disperazione e di continue sconfitte. Ci congedammo che era quasi notte. Lodovico, lo scoprii più tardi, si alzava molto presto al mattino, come è abitudine di quasi tutta la gente di montagna, mentre gli uomini della pianura ancora si aggrappano agli ultimi effimeri sogni che si confondono con i fremiti assonnati del nuovo giorno. E così, nel silenzio misterioso e speciale dell’alba, lui amava scrivere su vecchie agende recuperate qua e là, il resoconto dettagliatissimo delle sue giornate...
Il mattino successivo, un po’ prima delle sette, sentii bussare la porta. Sbadigliando andai ad aprire la porta: era il signor Cesano che mi portava il caffè, preparato in camera sua con una caffettiera d’altri tempi, su di un piccolo fornelletto elettrico. “Buona giornata dottore, è per lei, è buono, questo non è mica quello delle macchinette, sa...” Ricordo ancor oggi nitidamente quel suo gesto di cortesia dal sapore antico, e mi pare quasi di sentire ancora, un’infinità di anni dopo, il profumo gradevole e intenso di quella inaspettata sorpresa mattutina.
Incontrai Lodovico molte altre volte nelle mie frequenti permanenze lavorative a Stroppo. Ricordo di quando mi faceva osservare con il suo immancabile binocolo, che portava sempre con sé, il sentiero che si inerpica, confondendosi nella pineta di fronte a Bassura, su per la strada che porta all’Aramola, mentre descriveva, con estrema dovizia di particolari, ogni pietra, ogni anfratto e tutte le misteriose curiosità di un bosco che conosceva come le sue tasche, poi, con la fronte e le ciglia che si aggrottavano improvvisamente, del ricovero in ospedale qualche anno prima, di quel polmone che gli portarono via, e di come lui fosse preoccupato, non tanto per l’intervento chirurgico in sè (“i medici sono bravi, e sanno bene ciò che devono fare”), ma “perchè così avrò la metà del fiato per poter salire verso le praterie del mio Chersogno”.
Ricordo di pranzi fatti di semplicità e allegria nella sua casa di borgata Cesani, di quella volta che con raffinata e inattesa eleganza volle acquistare alla bottega di San Michele, lui divenuto astemio per necessità, una bottiglia di buon vino da offrire a quell’amico dottore della guardia medica. Ricordo di un’ Ape scarburata e rumorosa, che preannunciava l’arrivo di quel pilota incastrato in un abitacolo angusto con solerte e chiassoso anticipo, della sua storia “quasi”d’amore, delicata e platonica con la signorina Mariuccia, di un orto curatissimo strappato a ripidi e avari pendii, delle parole crociate che quotidianamente divorava consumando il suo pasto in silenzio, dei suoi umani e perdonabili capricci, del suo incupirsi improvviso per piccole e inevitabili liti con i compagni, perchè non è per niente facile iniziare a far vita di comunità a settant’anni, del suo continuo prodigarsi nell’aiutare gli ospiti più anziani e malandati, di quando, con un cavo di prolunga, sistemava il suo televisore nel corridoio così che gli altri vecchi della casa potessero carpirne qualche immagine, e sembrava quasi di tornare indietro negli anni sessanta, ai racconti di mia nonna, quando ci si trovava al bar o a casa della gente un po’ più ricca e che già possedeva una tv, ad ammirare estasiati quel piccolo schermo parlante.
Ricordo di un uomo coraggioso testimone della propria battaglia (alla fine vinta) con l’alcool, di come sentisse forte nel cuore il dovere di prodigarsi nell’aiutare quelli che si trovavano a vivere la sua stessa antica situazione di disagio, di solitudine e di dolore. Di quando venne in un campeggio estivo a Paglieres a raccontare ad un gruppetto di ragazzi la sua esperienza, infarcita di sofferenza e di ritrovato coraggio, di come soltanto toccando il fondo, disse alla fine a quei giovani, si possa sempre ripartire e affrontare la vita con dignità e una rinnovata e insperata energia.
Ricordo gentili e affettuosi biglietti di auguri a Natale che mi faceva un gran piacere ricevere, della nuova e inaspettata malattia che bussò impietosa alla porta della sua vita, di quel giorno che mi disse con incredibile lucidità che questa volta non ce l’avrebbe più fatta, che si sentiva terribilmente stanco e che era giunto il momento di interrompere per sempre la stesura del suo consolatorio quotidiano diario. Di come la vita con lui, a essere onesti, sia stata sempre in salita e forse poco magnanima: ma non per questo Lodovico Cesano gettò la spugna.
Di quando mi telefonarono dalla casa di riposo di Stroppo dicendo che dovevo sbrigarmi, se volevo salutarlo ancora, prima che fosse troppo tardi.
Così lo incontrai, e capii chiaramente quella sera che non l’avrei più rivisto; in quel letto vi era solamente più lo scheletro di quello che era stato un tempo un uomo forte e robusto, la sua pelle era terrea, il volto affilato, il corpo ormai fragile e sgretolato. Lo salutai nella luce fioca della sua stanza, osservai ancora, una ad una le sue poche umili cose sistemate in quella piccola camera al primo piano, ricordi cari e preziosi di una vita, mi avvicinai in silenzio alla finestra e pensai intensamente ai prati profumati e silenziosi ai piedi del Chersogno, guardai quell’uomo che giaceva immobile al mio fianco e mi parve quasi che lui stesse aggrappandosi ai miei pensieri. Mi avvicinai a lui, strinsi a lungo le sue mani, gli accarrezzai il viso e infine lo salutai per l’ultima volta. Poi mi congedai da lui, salii in macchina e corsi via con un’immensa tristezza addosso, giù verso la pianura, per la strada irrequieta e sinuosa, illuminata quasi a giorno da un mare di stelle e da una luna capricciosa.