Ancora oggi, nei modi di pensare e di dire, il Medioevo è inteso come un periodo buio, tetro, violento e superstizioso. Gli storici avrebbero parecchio da obiettare al riguardo, ma espressioni come “qui si torna al Medioevo” oppure, “neanche fossimo nel Medioevo” equivalgono a tacciare un certo comportamento di arretratezza e oscurantismo. Come i cuneesi ben sanno, anche la provenienza da Cuneo è, talvolta, oggetto di battute di spirito, soprattutto da parte di chi a Cuneo non c’è mai stato. L’intelligenza e l’autoironia tipici degli abitanti del capoluogo della “Granda” hanno poi portato, ad esempio, a intitolare una piazzetta a Totò in omaggio alla celebre battuta del “Principe della risata”, che si vantava di aver “fatto tre anni di militare a Cuneo” e, grazie a ciò, di essere diventato un “uomo di mondo”.
Il binomio Cuneo/Medioevo, quindi, dovrebbe rappresentare la massima espressione di tutto ciò che è diametralmente opposto alla modernità e al dinamismo.
Le fonti storiche dicono ben altro. Solo per citare alcuni temi di stringente attualità, è sorprendente constatare la lungimiranza e l’attualità del modo di organizzare e disciplinare la sanità, il commercio e il contrasto al gioco d’azzardo.
Nel prezioso volume “Cuneo 1198 – 1382”, dell’indimenticato storico Piero Camilla, si legge che, nel 1319, Guarnerio de Pozzolo donò al Vescovo di Asti (alla cui diocesi Cuneo apparteneva a quei tempi) una casa, un cortile ed altri edifici annessi affinché in quei luoghi si esercitasse l’ospitalità per tutti i malati, i poveri e i pellegrini da qualsiasi luogo venissero.
Certo, si potrebbe osservare che l’universalismo era un tratto culturale tipico del tempo. Tuttavia, anche tenuto conto di questo, si rimane colpiti sia dalle priorità indicate (malati, poveri e pellegrini), sia dalla fattiva onnicomprensività del generoso gesto che ha immediatamente trovato riscontro. Solamente due giorni dopo, il Vescovo Guido accettò la donazione (come riportato da Piero Camilla) “per il bene e l’utilità dei poveri e dei miserabili”.
Anche l’organizzazione del commercio era sintomatica di certo modo di pensare. Il tratto comune con quanto accade oggi è che, già nel XIII secolo, il mercato, a Cuneo, si teneva il martedì. Tuttavia, erano giorni di mercato anche il lunedì e il mercoledì. In questi tre giorni, specifiche norme statutarie proteggevano la persona e i beni di chi veniva a Cuneo per commerciare. L’idea di radicare una rete di scambi commerciali tra Cuneo e i dintorni era, quindi, quanto mai presente nella mente dei nostri concittadini di qualche secolo fa, evidentemente ben consapevoli dell’importanza di efficaci misure a questo scopo.
Infine, il gioco d’azzardo che, a giudicare dall’attenzione del legislatore locale, si desume rappresentasse un problema di non poco contro già allora. Tra queste norme, se ne trova anche una che vieta di prestare denaro a chi gioca. Dunque, nel Medioevo, a Cuneo era vietato lucrare su questa fragilità.
Non è il caso di idealizzare un’epoca. Sarebbe bello, però, immaginare e costruire percorsi che valorizzino elementi di continuità con quanto di buono possono offrire quei giorni così lontani ma che hanno segnato i luoghi della nostra odierna quotidianità.
Quando si parla di sanità, ad esempio, si dovrebbe tornare a rimettere al centro della riflessione i destinatari di questo pilastro della convivenza civile degna di questo nome. La lucidità dei nostri avi aveva colto l’essenzialità del “per chi” organizzare l’ospitalità. Anche oggi, solo se si riesce a mantenere la centralità della cura di malati, poveri e miserabili, le scelte in materia di sanità e accoglienza possono essere alimentate dallo slancio che viene dalla dignità di queste priorità. Stesso discorso vale per l’impiego (o lo sperpero) delle risorse economiche. C’è una saggezza grande e antica nel favorire la produzione e il commercio locali e nell’opporsi al finanziamento dell’azzardo. Oggi, produzione, commercio e azzardo hanno assunto vesti diverse. Semplificando, potremmo chiamarli, da un lato, sviluppo economico del territorio e, dall’altro, dipendenze e speculazione. Lo sviluppo genera risorse, le dipendenze e la speculazione le distruggono. Non dovrebbe essere difficile scegliere in quale direzione andare.
editoriale
Ancora oggi, nei modi di pensare e di dire, il Medioevo è inteso come un periodo buio, tetro, violento e superstizioso. Gli storici avrebbero parecchio da obiettare al riguardo, ma espressioni come “qui si torna al Medioevo” oppure, “neanche fossimo nel Medioevo” equivalgono a tacciare un certo comportamento di arretratezza e oscurantismo. Come i cuneesi ben sanno, anche la provenienza da Cuneo è, talvolta, oggetto di battute di spirito, soprattutto da parte di chi a Cuneo non c’è mai stato. L’intelligenza e l’autoironia tipici degli abitanti del capoluogo della “Granda” hanno poi portato, ad esempio, a intitolare una piazzetta a Totò in omaggio alla celebre battuta del “Principe della risata”, che si vantava di aver “fatto tre anni di militare a Cuneo” e, grazie a ciò, di essere diventato un “uomo di mondo”.
Il binomio Cuneo/Medioevo, quindi, dovrebbe rappresentare la massima espressione di tutto ciò che è diametralmente opposto alla modernità e al dinamismo.
Le fonti storiche dicono ben altro. Solo per citare alcuni temi di stringente attualità, è sorprendente constatare la lungimiranza e l’attualità del modo di organizzare e disciplinare la sanità, il commercio e il contrasto al gioco d’azzardo.
Nel prezioso volume “Cuneo 1198 – 1382”, dell’indimenticato storico Piero Camilla, si legge che, nel 1319, Guarnerio de Pozzolo donò al Vescovo di Asti (alla cui diocesi Cuneo apparteneva a quei tempi) una casa, un cortile ed altri edifici annessi affinché in quei luoghi si esercitasse l’ospitalità per tutti i malati, i poveri e i pellegrini da qualsiasi luogo venissero.
Certo, si potrebbe osservare che l’universalismo era un tratto culturale tipico del tempo. Tuttavia, anche tenuto conto di questo, si rimane colpiti sia dalle priorità indicate (malati, poveri e pellegrini), sia dalla fattiva onnicomprensività del generoso gesto che ha immediatamente trovato riscontro. Solamente due giorni dopo, il Vescovo Guido accettò la donazione (come riportato da Piero Camilla) “per il bene e l’utilità dei poveri e dei miserabili”.
Anche l’organizzazione del commercio era sintomatica di certo modo di pensare. Il tratto comune con quanto accade oggi è che, già nel XIII secolo, il mercato, a Cuneo, si teneva il martedì. Tuttavia, erano giorni di mercato anche il lunedì e il mercoledì. In questi tre giorni, specifiche norme statutarie proteggevano la persona e i beni di chi veniva a Cuneo per commerciare. L’idea di radicare una rete di scambi commerciali tra Cuneo e i dintorni era, quindi, quanto mai presente nella mente dei nostri concittadini di qualche secolo fa, evidentemente ben consapevoli dell’importanza di efficaci misure a questo scopo.
Infine, il gioco d’azzardo che, a giudicare dall’attenzione del legislatore locale, si desume rappresentasse un problema di non poco contro già allora. Tra queste norme, se ne trova anche una che vieta di prestare denaro a chi gioca. Dunque, nel Medioevo, a Cuneo era vietato lucrare su questa fragilità.
Non è il caso di idealizzare un’epoca. Sarebbe bello, però, immaginare e costruire percorsi che valorizzino elementi di continuità con quanto di buono possono offrire quei giorni così lontani ma che hanno segnato i luoghi della nostra odierna quotidianità.
Quando si parla di sanità, ad esempio, si dovrebbe tornare a rimettere al centro della riflessione i destinatari di questo pilastro della convivenza civile degna di questo nome. La lucidità dei nostri avi aveva colto l’essenzialità del “per chi” organizzare l’ospitalità. Anche oggi, solo se si riesce a mantenere la centralità della cura di malati, poveri e miserabili, le scelte in materia di sanità e accoglienza possono essere alimentate dallo slancio che viene dalla dignità di queste priorità. Stesso discorso vale per l’impiego (o lo sperpero) delle risorse economiche. C’è una saggezza grande e antica nel favorire la produzione e il commercio locali e nell’opporsi al finanziamento dell’azzardo. Oggi, produzione, commercio e azzardo hanno assunto vesti diverse. Semplificando, potremmo chiamarli, da un lato, sviluppo economico del territorio e, dall’altro, dipendenze e speculazione. Lo sviluppo genera risorse, le dipendenze e la speculazione le distruggono. Non dovrebbe essere difficile scegliere in quale direzione andare.
La modernità della Cuneo medievale
01 luglio 2023
Cuneo
Ancora oggi, nei modi di pensare e di dire, il Medioevo è inteso come un periodo buio, tetro, violento e superstizioso. Gli storici avrebbero parecchio da obiettare al riguardo, ma espressioni come “qui si torna al Medioevo” oppure, “neanche fossimo nel Medioevo” equivalgono a tacciare un certo comportamento di arretratezza e oscurantismo. Come i cuneesi ben sanno, anche la provenienza da Cuneo è, talvolta, oggetto di battute di spirito, soprattutto da parte di chi a Cuneo non c’è mai stato. L’intelligenza e l’autoironia tipici degli abitanti del capoluogo della “Granda” hanno poi portato, ad esempio, a intitolare una piazzetta a Totò in omaggio alla celebre battuta del “Principe della risata”, che si vantava di aver “fatto tre anni di militare a Cuneo” e, grazie a ciò, di essere diventato un “uomo di mondo”.
Il binomio Cuneo/Medioevo, quindi, dovrebbe rappresentare la massima espressione di tutto ciò che è diametralmente opposto alla modernità e al dinamismo.
Le fonti storiche dicono ben altro. Solo per citare alcuni temi di stringente attualità, è sorprendente constatare la lungimiranza e l’attualità del modo di organizzare e disciplinare la sanità, il commercio e il contrasto al gioco d’azzardo.
Nel prezioso volume “Cuneo 1198 – 1382”, dell’indimenticato storico Piero Camilla, si legge che, nel 1319, Guarnerio de Pozzolo donò al Vescovo di Asti (alla cui diocesi Cuneo apparteneva a quei tempi) una casa, un cortile ed altri edifici annessi affinché in quei luoghi si esercitasse l’ospitalità per tutti i malati, i poveri e i pellegrini da qualsiasi luogo venissero.
Certo, si potrebbe osservare che l’universalismo era un tratto culturale tipico del tempo. Tuttavia, anche tenuto conto di questo, si rimane colpiti sia dalle priorità indicate (malati, poveri e pellegrini), sia dalla fattiva onnicomprensività del generoso gesto che ha immediatamente trovato riscontro. Solamente due giorni dopo, il Vescovo Guido accettò la donazione (come riportato da Piero Camilla) “per il bene e l’utilità dei poveri e dei miserabili”.
Anche l’organizzazione del commercio era sintomatica di certo modo di pensare. Il tratto comune con quanto accade oggi è che, già nel XIII secolo, il mercato, a Cuneo, si teneva il martedì. Tuttavia, erano giorni di mercato anche il lunedì e il mercoledì. In questi tre giorni, specifiche norme statutarie proteggevano la persona e i beni di chi veniva a Cuneo per commerciare. L’idea di radicare una rete di scambi commerciali tra Cuneo e i dintorni era, quindi, quanto mai presente nella mente dei nostri concittadini di qualche secolo fa, evidentemente ben consapevoli dell’importanza di efficaci misure a questo scopo.
Infine, il gioco d’azzardo che, a giudicare dall’attenzione del legislatore locale, si desume rappresentasse un problema di non poco contro già allora. Tra queste norme, se ne trova anche una che vieta di prestare denaro a chi gioca. Dunque, nel Medioevo, a Cuneo era vietato lucrare su questa fragilità.
Non è il caso di idealizzare un’epoca. Sarebbe bello, però, immaginare e costruire percorsi che valorizzino elementi di continuità con quanto di buono possono offrire quei giorni così lontani ma che hanno segnato i luoghi della nostra odierna quotidianità.
Quando si parla di sanità, ad esempio, si dovrebbe tornare a rimettere al centro della riflessione i destinatari di questo pilastro della convivenza civile degna di questo nome. La lucidità dei nostri avi aveva colto l’essenzialità del “per chi” organizzare l’ospitalità. Anche oggi, solo se si riesce a mantenere la centralità della cura di malati, poveri e miserabili, le scelte in materia di sanità e accoglienza possono essere alimentate dallo slancio che viene dalla dignità di queste priorità. Stesso discorso vale per l’impiego (o lo sperpero) delle risorse economiche. C’è una saggezza grande e antica nel favorire la produzione e il commercio locali e nell’opporsi al finanziamento dell’azzardo. Oggi, produzione, commercio e azzardo hanno assunto vesti diverse. Semplificando, potremmo chiamarli, da un lato, sviluppo economico del territorio e, dall’altro, dipendenze e speculazione. Lo sviluppo genera risorse, le dipendenze e la speculazione le distruggono. Non dovrebbe essere difficile scegliere in quale direzione andare.