
Remo Schellino - Foto Giuseppina Peirone
Sotto alla casa di Remo Schellino, a Naviante (frazione di Dogliani), il Tanaro ha creato recentemente una biforcazione deviando in parte dal suo letto precedente. Spesso i fiumi lo fanno, sono affascinanti e imprevedibili. Invece Remo no, a me appare uno che vuole andare esattamente dove si è prefisso di andare. Con una caparbietà accompagnata però da una affabile modestia. Se il fatto di fare il cinematografaro come scelta di vita poteva significare, 35 anni fa circa (Remo è nato nel 1965), avventurarsi in una professione legata alle mode e ai colpi di fortuna, questo mestiere lo ha imparato passo a passo, cominciando dalle televisioni private (e in una particolare legata al vecchio partito comunista, Tele 1) ma poi volgendosi sempre più verso il documentario. Che secondo lui è il filone più libero del cinema, l’unico in cui contano soprattutto il contenuto e le storie che hai da raccontare.
Remo Schellino ama le storie di vita e le raccoglie, scrive e monta da decenni e fa tutto da solo: il soggetto, la sceneggiatura, la produzione (con la Polifilm), le riprese, il montaggio. La sua attività è quasi quella di un Nuto Revelli del documentario, (e a Nuto si ispira, mi fa capire). Gli chiedo dove si possono vedere tutti i suoi film, se li mette in rete e mi dice che non lo fa: non gli piace l’idea di consegnare le sue opere a chi, distrattamente, le potrebbe guardare una sera sul divano, fra una telefonata e una chiacchiera. Il cinema è un fatto sociale, relazionale, mi dice. Per questo si è reinventato il cinema in piazza estivo. Gira i luoghi della provincia con una vecchia auto, un proiettore, uno schermo. Chiede di preparare le sedie, propone un piccolo contributo agli enti che lo ospitano e cerca così di fare rivivere il miracolo del cinema all’aperto di una volta.
Il suo studio, è nell’ex pollaio della casa che ha comprato e ristrutturato con le sue mani. Spiega che i lavori manuali sono antidoti perfetti dopo ore e ore di montaggio di un’intervista, in cui devi sentire fino allo sfinimento un passaggio per renderlo efficace. È ordinatissimo e custodisce reperti delle riprese della sua carriera con almeno 4 tecnologie diverse: dai super 8 ai grandissimi BDU e poi ai VHS, per poi arrivare ai DVD e ora a impalpabili hard disc su cui possono stare infinite ore di filmato. Non ama le tecnologie ipermoderne ma usa l’essenziale e apprezza la maggiore facilità con cui oggi si può realizzare un film. Certo, se avesse certi droni, forse certe scene sarebbero anche migliori, sospetta. Ma lui non è interessato al cinema come evento estetico, non gli importa se un fotogramma riesce perfetto. “Non mi interesserebbe per niente filmare belle immagini senza un’anima”.
Alcuni personaggi che ha cercato di ricostruire gli sono rimasti nel cuore, come il comandante partigiano Felice Cascione, “U megu”, che non voleva uccidere due prigionieri tedeschi, da cui purtroppo la sua formazione fu poi segnalata e lui stesso ucciso, ma anche alcune figure femminili presentate nel penultimo dei suoi lavori “Stare al mondo” come la staffetta Marisa Ombra, la cuoca del presidente Einaudi, la prima sindaca donna di Murazzano (già negli anni 60), o la signora di Bastia che si inventò un dancing perché creare un locale da ballo era il sogno della sua vita.
In lui, oserei ipotizzare, coesistono, l’anima del vecchio Pci di Enrico Berlinguer (una pagina dell’Unità sul funerale di Berlinguer campeggia nel suo studio) ma anche tanti echi di un cattolicesimo pacifista, post conciliare. È ammaliato dalla spiritualità di certi uomini di chiesa, come Enzo Bianchi o Monsignor Bettazzi, intervistato nel 2022 a 99 anni.
Gli chiedo quanto si faccia “condurre” dagli intervistati e quanto li diriga lui stesso e mi spiega: “quando fai un’ intervista devi sapere stare in ombra ma anche fare la domanda giusta. Perché spesso anche le persone più semplici hanno una capacità narrativa, un’arte di narrare che bisogna fare emergere, lasciando loro i tempi delle pause, dei proverbi”. Verissimo. Spero di avere fatto altrettanto, questa volta in cui lui è stato l’intervistato e non l’intervistatore.
Appuntamento a Rocca dé Baldi, la sera del 4 luglio con l’ultima puntata della sua trilogia sulla vita, la più difficile: quella sulla morte, che si intitolerà “Andare all’altro mondo”.

Remo Schellino - Lo studio a Naviante

L'auto per il cinema all'aperto di Remo Schellino