economia

I mirabolanti profitti delle banche e la desertificazione economica

17 giugno 2023

Cuneo

Banconote di euro Intesa Sanpaolo ha chiuso il primo trimestre del 2023 con un utile netto di 1,96 miliardi di euro, portando le stime per il 2023 a quasi sette miliardi di euro di utili. Il mirabolante aumento, secondo quanto riferito dai vertici della banca, sarebbe dovuto alla crescita degli interessi netti e da una efficace gestione dei costi. I vertici della prima banca italiana prevedono di distribuire ai soci utili per 5,8 miliardi di euro. Discorso simile vale per Unicredit che, per il primo trimestre, annuncia andamenti record, con utili per 2,1 miliardi di euro (mentre gli analisti si attendevano 1,3 miliardi). Anche in questo caso, la crescita è stata sostenuta da un notevole margine di interesse (3,3 miliardi), e una importante razionalizzazione dei costi. Al di là dei tecnicismi e delle analisi contabili che occupano gli specialisti, suscita un certo stupore leggere queste cifre favolose in un contesto socioeconomico di grande sacrificio. “Il compito dell’Elemosineria Apostolica è quello di svuotare il conto per la carità del Santo Padre per i poveri secondo la logica del Vangelo”, è questa l’indicazione ricevuta dal Cardinale Konrad Krajewski, Elemosiniere del Papa. Evidentemente, le grandi banche e l’Elesimoneria Apostolica sono realtà ben diverse, così come non sono le stesse le logiche di un’impresa commerciale e di un servizio di carità per i più poveri. C’è, però, qualcosa di stonato nei trionfali risultati economici del mondo della grande finanza e la stretta che affligge famiglie e imprese, che dopo la pandemia si trovano ad affrontare il pesante aumento dei prezzi di energia e generi alimentari, l’inflazione che si stenta a domare e una crescita che, sebbene maggiore del previsto, continua ad aggirarsi intorno all’1% annuo. Secondo il rapporto annuale di Confesercenti, nel 2022 le imprese nate in Italia sono state 22.600, quelle che hanno chiuso circa 43.000. Sarebbe ingenuo provare a immaginare che tipo di impatto avrebbe potuto avere una riduzione dell’utile delle principali banche italiane a fronte di un maggior sostegno della domanda privata e delle piccole imprese. Le cose non funzionano così. Resta il fatto che non è semplice capire che tipo di ruolo le banche pensino per se stesse nel sistema economico produttivo e in che termini questo ruolo possa essere sostenuto nei periodi favorevoli e in quelli più difficili per il sistema bancario stesso. Ciclicamente, infatti, banche anche non di secondaria importanza si sono trovate coinvolte in vicende finanziarie che ne hanno minato i bilanci. Investimenti di natura finanziaria che si sono rivelati non felici hanno indotto l’operatore pubblico a intervenire (con soldi pubblici) in favore del salvataggio di questa o di quella banca. Certamente, questo non è stato il caso di Intesa Sanpaolo e di Unicredit; ciò non toglie, tuttavia, che una certa idea di onnipotente autosufficienza e pretesa di invulnerabilità sia già costata cara a più di un colosso negli Stati Uniti e a istituti di medie dimensioni in Italia. Se il sistema ha tenuto, è stato anche (e soprattutto) grazie alla forza di un tessuto sano e capace di reagire. Che le banche facciano utili è nella natura delle cose, nessuno lo discute. Se, però, questi utili assumono le dimensioni e la natura di extra profitti a svantaggio del sistema, allora c’è qualcosa che non funziona. A prescindere da ogni valutazione di natura etica, i grandi manager degli istituti di credito dovrebbero sempre tenere presente che le banche affondano le loro radici in quel tessuto produttivo e sociale che rappresenta le loro fondamenta. La desertificazione economica non conviene a nessuno e intervenire preventivamente (anche rinunciando a parte degli utili nel breve periodo) è il più lungimirante degli investimenti. I grandi uomini di impresa sanno leggere il presente e intuire il futuro per orientare scelte e attività in direzioni autenticamente generative. In questi tempi difficili, è lecito attendersi che anche la finanza faccia la sua parte in questo senso. Forse, per il sistema bancario, è venuto il momento di riassumere il proprio ruolo di costruttore di futuro. Molti di noi hanno potuto permettersi di acquistare una casa proprio grazie a chi ha avuto fiducia e offerto loro credito. La speranza è che questa anima sana della finanza continui a fare sentire la propria voce e la propria presenza, anche nelle assemblee degli azionisti.  
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