Siamo fatti per la parola. Dunque il silenzio è spesso una scelta.
Tuttavia, “il silenzio non è nell’esistenza dell’uomo propriamente una scelta naturale”, scrive Gabriella Caramore ne “La fatica della luce”, Morcelliana 2008.
Quasi tutto ciò che esiste emette un suono e le tradizioni religiose parlano di una voce, una sillaba, una parola che dà l’avvio alla creazione. Come se rompere il silenzio fosse un atto di vita e il suono la condizione dell’esistere.
Forse per questo il silenzio fa paura. Forse per questo gli preferiamo il rumore, così protettivo nei confronti dell’interferenza dei pensieri più inquietanti.
Il silenzio ci porta fuori dall’esperienza umana ordinaria che è quella di starcene immersi nel linguaggio. Il silenzio è spesso una dimensione straordinaria che ci coglie impreparati. Eppure tra parola e silenzio può crearsi un’alleanza, un’intersezione, uno spazio condiviso, in cui il silenzio trova il suo posto e realizza la missione che ha da svolgere verso la parola: “aiutarla a trovare il senso dell’amore, il senso della relazione, quello di un movimento libero e donato” (G. Caramore p. 142).
Il silenzio aggiunge l’ingrediente dell’attenzione ed è qualcosa che possiamo imparare, così come impariamo l’uso della parola. E lo si dovrebbe insegnare, insieme alle parole, come aveva intuito Maria Montessori. Nel silenzio la percezione si fa più sottile: ai dettagli, al respiro, al dove e come sto, a trovare il momento giusto, la parola adatta che ancora non c’è.
Alcuni maestri chassidici dicono che ci vogliono tre anni per imparare a parlare e ne occorrono settanta per imparare a tacere. È una pratica esistenziale avanzata, di pulizia e ricerca. In verità parliamo anche quando tacciamo, attraverso le parole già molte volte dette e rimaste inascoltate.
editoriale
Siamo fatti per la parola. Dunque il silenzio è spesso una scelta.
Tuttavia, “il silenzio non è nell’esistenza dell’uomo propriamente una scelta naturale”, scrive Gabriella Caramore ne “La fatica della luce”, Morcelliana 2008.
Quasi tutto ciò che esiste emette un suono e le tradizioni religiose parlano di una voce, una sillaba, una parola che dà l’avvio alla creazione. Come se rompere il silenzio fosse un atto di vita e il suono la condizione dell’esistere.
Forse per questo il silenzio fa paura. Forse per questo gli preferiamo il rumore, così protettivo nei confronti dell’interferenza dei pensieri più inquietanti.
Il silenzio ci porta fuori dall’esperienza umana ordinaria che è quella di starcene immersi nel linguaggio. Il silenzio è spesso una dimensione straordinaria che ci coglie impreparati. Eppure tra parola e silenzio può crearsi un’alleanza, un’intersezione, uno spazio condiviso, in cui il silenzio trova il suo posto e realizza la missione che ha da svolgere verso la parola: “aiutarla a trovare il senso dell’amore, il senso della relazione, quello di un movimento libero e donato” (G. Caramore p. 142).
Il silenzio aggiunge l’ingrediente dell’attenzione ed è qualcosa che possiamo imparare, così come impariamo l’uso della parola. E lo si dovrebbe insegnare, insieme alle parole, come aveva intuito Maria Montessori. Nel silenzio la percezione si fa più sottile: ai dettagli, al respiro, al dove e come sto, a trovare il momento giusto, la parola adatta che ancora non c’è.
Alcuni maestri chassidici dicono che ci vogliono tre anni per imparare a parlare e ne occorrono settanta per imparare a tacere. È una pratica esistenziale avanzata, di pulizia e ricerca. In verità parliamo anche quando tacciamo, attraverso le parole già molte volte dette e rimaste inascoltate.
Silenzio
27 maggio 2023
Cuneo
Siamo fatti per la parola. Dunque il silenzio è spesso una scelta.
Tuttavia, “il silenzio non è nell’esistenza dell’uomo propriamente una scelta naturale”, scrive Gabriella Caramore ne “La fatica della luce”, Morcelliana 2008.
Quasi tutto ciò che esiste emette un suono e le tradizioni religiose parlano di una voce, una sillaba, una parola che dà l’avvio alla creazione. Come se rompere il silenzio fosse un atto di vita e il suono la condizione dell’esistere.
Forse per questo il silenzio fa paura. Forse per questo gli preferiamo il rumore, così protettivo nei confronti dell’interferenza dei pensieri più inquietanti.
Il silenzio ci porta fuori dall’esperienza umana ordinaria che è quella di starcene immersi nel linguaggio. Il silenzio è spesso una dimensione straordinaria che ci coglie impreparati. Eppure tra parola e silenzio può crearsi un’alleanza, un’intersezione, uno spazio condiviso, in cui il silenzio trova il suo posto e realizza la missione che ha da svolgere verso la parola: “aiutarla a trovare il senso dell’amore, il senso della relazione, quello di un movimento libero e donato” (G. Caramore p. 142).
Il silenzio aggiunge l’ingrediente dell’attenzione ed è qualcosa che possiamo imparare, così come impariamo l’uso della parola. E lo si dovrebbe insegnare, insieme alle parole, come aveva intuito Maria Montessori. Nel silenzio la percezione si fa più sottile: ai dettagli, al respiro, al dove e come sto, a trovare il momento giusto, la parola adatta che ancora non c’è.
Alcuni maestri chassidici dicono che ci vogliono tre anni per imparare a parlare e ne occorrono settanta per imparare a tacere. È una pratica esistenziale avanzata, di pulizia e ricerca. In verità parliamo anche quando tacciamo, attraverso le parole già molte volte dette e rimaste inascoltate.