Di merito, meriti, meritocrazia si parla da tempo. Nella teoria economica, il tema del merito attraversa trasversalmente l’analisi di molte scuole di pensiero e, in alcuni casi, è affrontato direttamente. È così per l’analisi economica dei “beni meritori” (in inglese, “merit goods”). Il principale studioso in questo ambito è stato l’americano di origine tedesca Richard Musgrave. Secondo l’economista, i beni meritori sono quei beni la cui offerta deve essere garantita anche se non sono richiesti o adeguatamente apprezzati; in termini più tecnici, beni che devono essere offerti a prescindere da eventuale carenza di domanda. I beni meritori, infatti, come l’istruzione, il servizio sanitario, la tutela dell’ambiente, le opere necessarie alla sicurezza stradale o alla prevenzione delle alluvioni, sono rivolti al soddisfacimento di bisogni collettivi, anche se questi bisogni non sono avvertiti nella loro importanza. Proprio perché si tratta di beni non sufficientemente apprezzati o richiesti, la loro presenza non può essere garantita dai privati e dalle dinamiche di mercato, ma devono essere necessariamente offerti dall’operatore pubblico.
Evidentemente, tutto questo discorso richiede e presuppone che vi sia un operatore pubblico che non ragioni in termini di mercato e, allo stesso tempo, di essere in presenza di una opinione pubblica e di un corpo elettorale che sia in grado di cogliere questo tipo di differenze di approccio.
Purtroppo, ogni tanto capita che si perda il filo del discorso. Succede, così, di avere un servizio pubblico televisivo che, in nome della percentuale di ascolti, dimentichi di fare cultura per rincorrere questa o quella moda del momento, non importa se generativa o meno. Di lì alla proposizione, in prima serata, di spettacoli di pura banalità, il passo è breve, con conseguente slittamento di trasmissioni o contenuti di primissimo livello in seconda o terza serata, destinati a pochi nottambuli oppure a chi, pazientemente, li cerca e ricorda di registrarli.
Alla domanda sul motivo di queste scelte, la risposta di prammatica è che la raccolta pubblicitaria è un’esigenza e che, quindi, per garantire l’appetibilità degli spazi pubblicitari, si deve dare al pubblico quello che il pubblico chiede e segue, con buona pace della natura (teoricamente) meritoria del servizio pubblico televisivo.
Discorso ancora più serio andrebbe fatto rispetto alle attività di istruzione e cura. Da tempo è chiaro che le professioni di cura e quelle legate all’istruzione sono insostituibili e sempre più preziose in una realtà sociale che mostra, ogni giorno di più, le proprie fragilità. Un buon insegnate, un buon infermiere, una badante affidabile, sono insostituibili e impagabili. Eppure, non poche di queste professioni sono mal retribuite e molti sono indotti a intraprendere altri percorsi professionali, certamente più gratificanti dal punto di vista economico.
Infine, non può mancare un cenno a tutto ciò che è prevenzione intesa in senso ampio. Investire nella manutenzione di ponti, strade, alvei dei fiumi, o anche in terapie intensive e reparti di rianimazione, richiede che ciò venga fatto in assenza di bisogno immediato. Spendere in prevenzione non genera consenso perché la prevenzione non “luccica”, non finisce sulle prime pagine dei giornali e a chi si impegna o impiega risorse pubbliche in questa direzione non è riservato il centro della scena.
Purtroppo, le carenze in fattodi prevenzione si manifestano quando l’emergenza esplode e si deve affannosamente ricorrere ai ripari per salvare il salvabile oppure per limitare i danni.
Nella complessità di realtà che non possono essere gestite con risposte semplicistiche, ciò che pare emergere è una sorta di “circolarità del merito” di certi beni o servizi. Per avere una spirale costruttiva di meritorietà delle scelte occorre una crescita di consapevolezza sia della classe politica sia dell’opinione pubblica che, però, devono alimentarsi reciprocamente. Se la classe politica e le scelte di chi dirige la cosa pubblica continuano a rincorrere la “pancia” dei cittadini, non avremo mai un corpo elettorale sufficientemente maturo e consapevole di che cosa l’operatore pubblico deve o non deve offrire. Il merito o la meritevolezza correttamente intesi non sono attributi che nascono dal nulla, ma l’esito di un percorso di crescita dove ognuno deve fare la propria parte, a cominciare da chi ha la responsabilità delle scelte, che devono essere orientate verso percorsi di autentico sviluppo.
editoriale
Di merito, meriti, meritocrazia si parla da tempo. Nella teoria economica, il tema del merito attraversa trasversalmente l’analisi di molte scuole di pensiero e, in alcuni casi, è affrontato direttamente. È così per l’analisi economica dei “beni meritori” (in inglese, “merit goods”). Il principale studioso in questo ambito è stato l’americano di origine tedesca Richard Musgrave. Secondo l’economista, i beni meritori sono quei beni la cui offerta deve essere garantita anche se non sono richiesti o adeguatamente apprezzati; in termini più tecnici, beni che devono essere offerti a prescindere da eventuale carenza di domanda. I beni meritori, infatti, come l’istruzione, il servizio sanitario, la tutela dell’ambiente, le opere necessarie alla sicurezza stradale o alla prevenzione delle alluvioni, sono rivolti al soddisfacimento di bisogni collettivi, anche se questi bisogni non sono avvertiti nella loro importanza. Proprio perché si tratta di beni non sufficientemente apprezzati o richiesti, la loro presenza non può essere garantita dai privati e dalle dinamiche di mercato, ma devono essere necessariamente offerti dall’operatore pubblico.
Evidentemente, tutto questo discorso richiede e presuppone che vi sia un operatore pubblico che non ragioni in termini di mercato e, allo stesso tempo, di essere in presenza di una opinione pubblica e di un corpo elettorale che sia in grado di cogliere questo tipo di differenze di approccio.
Purtroppo, ogni tanto capita che si perda il filo del discorso. Succede, così, di avere un servizio pubblico televisivo che, in nome della percentuale di ascolti, dimentichi di fare cultura per rincorrere questa o quella moda del momento, non importa se generativa o meno. Di lì alla proposizione, in prima serata, di spettacoli di pura banalità, il passo è breve, con conseguente slittamento di trasmissioni o contenuti di primissimo livello in seconda o terza serata, destinati a pochi nottambuli oppure a chi, pazientemente, li cerca e ricorda di registrarli.
Alla domanda sul motivo di queste scelte, la risposta di prammatica è che la raccolta pubblicitaria è un’esigenza e che, quindi, per garantire l’appetibilità degli spazi pubblicitari, si deve dare al pubblico quello che il pubblico chiede e segue, con buona pace della natura (teoricamente) meritoria del servizio pubblico televisivo.
Discorso ancora più serio andrebbe fatto rispetto alle attività di istruzione e cura. Da tempo è chiaro che le professioni di cura e quelle legate all’istruzione sono insostituibili e sempre più preziose in una realtà sociale che mostra, ogni giorno di più, le proprie fragilità. Un buon insegnate, un buon infermiere, una badante affidabile, sono insostituibili e impagabili. Eppure, non poche di queste professioni sono mal retribuite e molti sono indotti a intraprendere altri percorsi professionali, certamente più gratificanti dal punto di vista economico.
Infine, non può mancare un cenno a tutto ciò che è prevenzione intesa in senso ampio. Investire nella manutenzione di ponti, strade, alvei dei fiumi, o anche in terapie intensive e reparti di rianimazione, richiede che ciò venga fatto in assenza di bisogno immediato. Spendere in prevenzione non genera consenso perché la prevenzione non “luccica”, non finisce sulle prime pagine dei giornali e a chi si impegna o impiega risorse pubbliche in questa direzione non è riservato il centro della scena.
Purtroppo, le carenze in fattodi prevenzione si manifestano quando l’emergenza esplode e si deve affannosamente ricorrere ai ripari per salvare il salvabile oppure per limitare i danni.
Nella complessità di realtà che non possono essere gestite con risposte semplicistiche, ciò che pare emergere è una sorta di “circolarità del merito” di certi beni o servizi. Per avere una spirale costruttiva di meritorietà delle scelte occorre una crescita di consapevolezza sia della classe politica sia dell’opinione pubblica che, però, devono alimentarsi reciprocamente. Se la classe politica e le scelte di chi dirige la cosa pubblica continuano a rincorrere la “pancia” dei cittadini, non avremo mai un corpo elettorale sufficientemente maturo e consapevole di che cosa l’operatore pubblico deve o non deve offrire. Il merito o la meritevolezza correttamente intesi non sono attributi che nascono dal nulla, ma l’esito di un percorso di crescita dove ognuno deve fare la propria parte, a cominciare da chi ha la responsabilità delle scelte, che devono essere orientate verso percorsi di autentico sviluppo.
Sanità, istruzione, ambiente, sicurezza: i “beni meritori” a cui deve provvedere il pubblico
02 aprile 2023
Cuneo
Di merito, meriti, meritocrazia si parla da tempo. Nella teoria economica, il tema del merito attraversa trasversalmente l’analisi di molte scuole di pensiero e, in alcuni casi, è affrontato direttamente. È così per l’analisi economica dei “beni meritori” (in inglese, “merit goods”). Il principale studioso in questo ambito è stato l’americano di origine tedesca Richard Musgrave. Secondo l’economista, i beni meritori sono quei beni la cui offerta deve essere garantita anche se non sono richiesti o adeguatamente apprezzati; in termini più tecnici, beni che devono essere offerti a prescindere da eventuale carenza di domanda. I beni meritori, infatti, come l’istruzione, il servizio sanitario, la tutela dell’ambiente, le opere necessarie alla sicurezza stradale o alla prevenzione delle alluvioni, sono rivolti al soddisfacimento di bisogni collettivi, anche se questi bisogni non sono avvertiti nella loro importanza. Proprio perché si tratta di beni non sufficientemente apprezzati o richiesti, la loro presenza non può essere garantita dai privati e dalle dinamiche di mercato, ma devono essere necessariamente offerti dall’operatore pubblico.
Evidentemente, tutto questo discorso richiede e presuppone che vi sia un operatore pubblico che non ragioni in termini di mercato e, allo stesso tempo, di essere in presenza di una opinione pubblica e di un corpo elettorale che sia in grado di cogliere questo tipo di differenze di approccio.
Purtroppo, ogni tanto capita che si perda il filo del discorso. Succede, così, di avere un servizio pubblico televisivo che, in nome della percentuale di ascolti, dimentichi di fare cultura per rincorrere questa o quella moda del momento, non importa se generativa o meno. Di lì alla proposizione, in prima serata, di spettacoli di pura banalità, il passo è breve, con conseguente slittamento di trasmissioni o contenuti di primissimo livello in seconda o terza serata, destinati a pochi nottambuli oppure a chi, pazientemente, li cerca e ricorda di registrarli.
Alla domanda sul motivo di queste scelte, la risposta di prammatica è che la raccolta pubblicitaria è un’esigenza e che, quindi, per garantire l’appetibilità degli spazi pubblicitari, si deve dare al pubblico quello che il pubblico chiede e segue, con buona pace della natura (teoricamente) meritoria del servizio pubblico televisivo.
Discorso ancora più serio andrebbe fatto rispetto alle attività di istruzione e cura. Da tempo è chiaro che le professioni di cura e quelle legate all’istruzione sono insostituibili e sempre più preziose in una realtà sociale che mostra, ogni giorno di più, le proprie fragilità. Un buon insegnate, un buon infermiere, una badante affidabile, sono insostituibili e impagabili. Eppure, non poche di queste professioni sono mal retribuite e molti sono indotti a intraprendere altri percorsi professionali, certamente più gratificanti dal punto di vista economico.
Infine, non può mancare un cenno a tutto ciò che è prevenzione intesa in senso ampio. Investire nella manutenzione di ponti, strade, alvei dei fiumi, o anche in terapie intensive e reparti di rianimazione, richiede che ciò venga fatto in assenza di bisogno immediato. Spendere in prevenzione non genera consenso perché la prevenzione non “luccica”, non finisce sulle prime pagine dei giornali e a chi si impegna o impiega risorse pubbliche in questa direzione non è riservato il centro della scena.
Purtroppo, le carenze in fattodi prevenzione si manifestano quando l’emergenza esplode e si deve affannosamente ricorrere ai ripari per salvare il salvabile oppure per limitare i danni.
Nella complessità di realtà che non possono essere gestite con risposte semplicistiche, ciò che pare emergere è una sorta di “circolarità del merito” di certi beni o servizi. Per avere una spirale costruttiva di meritorietà delle scelte occorre una crescita di consapevolezza sia della classe politica sia dell’opinione pubblica che, però, devono alimentarsi reciprocamente. Se la classe politica e le scelte di chi dirige la cosa pubblica continuano a rincorrere la “pancia” dei cittadini, non avremo mai un corpo elettorale sufficientemente maturo e consapevole di che cosa l’operatore pubblico deve o non deve offrire. Il merito o la meritevolezza correttamente intesi non sono attributi che nascono dal nulla, ma l’esito di un percorso di crescita dove ognuno deve fare la propria parte, a cominciare da chi ha la responsabilità delle scelte, che devono essere orientate verso percorsi di autentico sviluppo.