Non occorre essere appassionati di sport per apprezzare l’eleganza degli atleti e delle atlete che partecipano alle competizioni di salto in alto. Si rimane affascinati da quella rincorsa con le frequenze dei passi che aumentano fino a quando l’atleta spicca il volo, con lo sguardo verso l’alto e il dorso che supera l’asticella.
Quella tecnica di salto è stata inventata, sperimentata e perfezionata da Dick Fosbury, saltatore americanorecentemente scomparso. Fosbury aveva iniziato la sua carriera utilizzando la tecnica, l’unica a quei tempi in voga, che prevedeva che il passaggio dell’asticella avvenisse con il ventre rivolto verso il basso, e lo sguardo rivolto verso l’ostacolo, con una specie di scavalcamento che veniva chiamato “ventrale”. I risultati del giovane Dick erano modesti e, allora, cominciò a saltare al contrario. Unico a farlo, nel 1968 vinse i campionati universitari americani e, poi, le Olimpiadi di Città del Messico. Da allora, tutti hanno adottato questa tecnica e il salto ventrale è diventato un ricordo.
Nei giorni della nascita al cielo di Fosbury, si consumavano gli ennesimi disastri finanziari di questi anni che qualcuno potrebbe chiamare “sfortunati” ma che, in realtà, paiono semplicemente ottusi.
I crac della Silicon Valley Bank e le difficoltà di Credit Suisse hanno innescato una serie di reazioni a catena che hanno fatto sentire i loro effetti sugli indici di borsa di tutto il mondo. Ancora una volta, ci si chiede come sia possibile che realtà finanziarie di questa portata possano rivelarsi così fragili e, soprattutto, come può capitare che questo livello di vulnerabilità sia sfuggito alle autorità di controllo di Stati Uniti e Svizzera. Nell’immaginario di alcuni, infatti, questa impressionante “distrazione” dovrebbe essere propria di economie o di sistemi finanziari arretrati o particolarmente inaffidabili, idealmente collocati in continenti lontani e non nel rassicurante Occidente. I dissesti in questione, invece, si sono verificati sotto il naso delle autorevolissime autorità bancarie e finanziarie statunitensi e, ancor più sorprendentemente, tra le ridenti montagne elvetiche, da sempre ritenute il massimo della solidità (oltre che di anonimato) in fatto di banche.
Per quanto destabilizzante sia il pensiero, evidentemente dobbiamo familiarizzare con l’idea che c’è qualcosa che non funziona non alla periferia degli imperi finanziari, ma nel cuore pulsante del sistema.
Le indagini che sono state avviate porteranno certamente a individuare cause, responsabilità e corresponsabilità, ma le prime informazioni che stanno circolando in questi giorni delineano un quadro di straordinaria superficialità nel presidio di meccanismi di tutela del risparmio o, per quel che riguarda Credit Suisse, di vicende opache che hanno coinvolto operatività e vertici della banca svizzera.
Eppure, dopo gli sconquassi di Lehman Brothers, si era detto che certe cose non sarebbero più capitate. Era il 15 settembre 2008, non sono passati molti anni. Certamente, le tre vicende hanno solamente alcuni punti di contatto e non è possibile sovrapporle, se non altro perché Credit Suisse non è fallita. Il dato comune, tuttavia, pare essere il distacco di un certo mondo bancario dalla realtà produttiva. Evidentemente, a distanza di neppure quindici anni, non tutti hanno imparato la lezione e la tentazione dei lauti e facili profitti finanziari è ben viva nella mente e nel cuore di troppe persone. Certamente, la finanza creativa, i titoli derivati e le start-up ultra-innovative possono essere molto più accattivanti di mutui alle famiglie, finanziamenti alle imprese, servizi di pagamento economici ed efficienti e proposte di investimento realmente al servizio di una sana programmazione finanziaria di tutti, soprattutto di chi è meno attrezzato in fatto di conoscenze economiche.
La crisi del 2008, per certi aspetti, è stata anche una grande occasione sprecata, perché poteva essere il momento per ridisegnare regole e meccanismi di protezione che riconducessero la finanza nel perimetro della ragionevolezza. Non è stato così e oggi pare quasi inevitabile doversi confrontare con vortici di ricchezza finanziaria che non portano con sé alcun effettivo valore. Forse, ci vorrebbe un’intuizione alla Dick Fosbury, perché correggere potrebbe non essere più sufficiente. Bisogna ripensare e ridisegnare fuori dagli schemi o, meglio, fuori da uno schema che non porta da nessuna parte.
editoriale
Non occorre essere appassionati di sport per apprezzare l’eleganza degli atleti e delle atlete che partecipano alle competizioni di salto in alto. Si rimane affascinati da quella rincorsa con le frequenze dei passi che aumentano fino a quando l’atleta spicca il volo, con lo sguardo verso l’alto e il dorso che supera l’asticella.
Quella tecnica di salto è stata inventata, sperimentata e perfezionata da Dick Fosbury, saltatore americanorecentemente scomparso. Fosbury aveva iniziato la sua carriera utilizzando la tecnica, l’unica a quei tempi in voga, che prevedeva che il passaggio dell’asticella avvenisse con il ventre rivolto verso il basso, e lo sguardo rivolto verso l’ostacolo, con una specie di scavalcamento che veniva chiamato “ventrale”. I risultati del giovane Dick erano modesti e, allora, cominciò a saltare al contrario. Unico a farlo, nel 1968 vinse i campionati universitari americani e, poi, le Olimpiadi di Città del Messico. Da allora, tutti hanno adottato questa tecnica e il salto ventrale è diventato un ricordo.
Nei giorni della nascita al cielo di Fosbury, si consumavano gli ennesimi disastri finanziari di questi anni che qualcuno potrebbe chiamare “sfortunati” ma che, in realtà, paiono semplicemente ottusi.
I crac della Silicon Valley Bank e le difficoltà di Credit Suisse hanno innescato una serie di reazioni a catena che hanno fatto sentire i loro effetti sugli indici di borsa di tutto il mondo. Ancora una volta, ci si chiede come sia possibile che realtà finanziarie di questa portata possano rivelarsi così fragili e, soprattutto, come può capitare che questo livello di vulnerabilità sia sfuggito alle autorità di controllo di Stati Uniti e Svizzera. Nell’immaginario di alcuni, infatti, questa impressionante “distrazione” dovrebbe essere propria di economie o di sistemi finanziari arretrati o particolarmente inaffidabili, idealmente collocati in continenti lontani e non nel rassicurante Occidente. I dissesti in questione, invece, si sono verificati sotto il naso delle autorevolissime autorità bancarie e finanziarie statunitensi e, ancor più sorprendentemente, tra le ridenti montagne elvetiche, da sempre ritenute il massimo della solidità (oltre che di anonimato) in fatto di banche.
Per quanto destabilizzante sia il pensiero, evidentemente dobbiamo familiarizzare con l’idea che c’è qualcosa che non funziona non alla periferia degli imperi finanziari, ma nel cuore pulsante del sistema.
Le indagini che sono state avviate porteranno certamente a individuare cause, responsabilità e corresponsabilità, ma le prime informazioni che stanno circolando in questi giorni delineano un quadro di straordinaria superficialità nel presidio di meccanismi di tutela del risparmio o, per quel che riguarda Credit Suisse, di vicende opache che hanno coinvolto operatività e vertici della banca svizzera.
Eppure, dopo gli sconquassi di Lehman Brothers, si era detto che certe cose non sarebbero più capitate. Era il 15 settembre 2008, non sono passati molti anni. Certamente, le tre vicende hanno solamente alcuni punti di contatto e non è possibile sovrapporle, se non altro perché Credit Suisse non è fallita. Il dato comune, tuttavia, pare essere il distacco di un certo mondo bancario dalla realtà produttiva. Evidentemente, a distanza di neppure quindici anni, non tutti hanno imparato la lezione e la tentazione dei lauti e facili profitti finanziari è ben viva nella mente e nel cuore di troppe persone. Certamente, la finanza creativa, i titoli derivati e le start-up ultra-innovative possono essere molto più accattivanti di mutui alle famiglie, finanziamenti alle imprese, servizi di pagamento economici ed efficienti e proposte di investimento realmente al servizio di una sana programmazione finanziaria di tutti, soprattutto di chi è meno attrezzato in fatto di conoscenze economiche.
La crisi del 2008, per certi aspetti, è stata anche una grande occasione sprecata, perché poteva essere il momento per ridisegnare regole e meccanismi di protezione che riconducessero la finanza nel perimetro della ragionevolezza. Non è stato così e oggi pare quasi inevitabile doversi confrontare con vortici di ricchezza finanziaria che non portano con sé alcun effettivo valore. Forse, ci vorrebbe un’intuizione alla Dick Fosbury, perché correggere potrebbe non essere più sufficiente. Bisogna ripensare e ridisegnare fuori dagli schemi o, meglio, fuori da uno schema che non porta da nessuna parte.
I crac della Silicon Valley Bank e le difficoltà di Credit Suisse: il sistema non funziona più?
25 marzo 2023
Cuneo
Non occorre essere appassionati di sport per apprezzare l’eleganza degli atleti e delle atlete che partecipano alle competizioni di salto in alto. Si rimane affascinati da quella rincorsa con le frequenze dei passi che aumentano fino a quando l’atleta spicca il volo, con lo sguardo verso l’alto e il dorso che supera l’asticella.
Quella tecnica di salto è stata inventata, sperimentata e perfezionata da Dick Fosbury, saltatore americanorecentemente scomparso. Fosbury aveva iniziato la sua carriera utilizzando la tecnica, l’unica a quei tempi in voga, che prevedeva che il passaggio dell’asticella avvenisse con il ventre rivolto verso il basso, e lo sguardo rivolto verso l’ostacolo, con una specie di scavalcamento che veniva chiamato “ventrale”. I risultati del giovane Dick erano modesti e, allora, cominciò a saltare al contrario. Unico a farlo, nel 1968 vinse i campionati universitari americani e, poi, le Olimpiadi di Città del Messico. Da allora, tutti hanno adottato questa tecnica e il salto ventrale è diventato un ricordo.
Nei giorni della nascita al cielo di Fosbury, si consumavano gli ennesimi disastri finanziari di questi anni che qualcuno potrebbe chiamare “sfortunati” ma che, in realtà, paiono semplicemente ottusi.
I crac della Silicon Valley Bank e le difficoltà di Credit Suisse hanno innescato una serie di reazioni a catena che hanno fatto sentire i loro effetti sugli indici di borsa di tutto il mondo. Ancora una volta, ci si chiede come sia possibile che realtà finanziarie di questa portata possano rivelarsi così fragili e, soprattutto, come può capitare che questo livello di vulnerabilità sia sfuggito alle autorità di controllo di Stati Uniti e Svizzera. Nell’immaginario di alcuni, infatti, questa impressionante “distrazione” dovrebbe essere propria di economie o di sistemi finanziari arretrati o particolarmente inaffidabili, idealmente collocati in continenti lontani e non nel rassicurante Occidente. I dissesti in questione, invece, si sono verificati sotto il naso delle autorevolissime autorità bancarie e finanziarie statunitensi e, ancor più sorprendentemente, tra le ridenti montagne elvetiche, da sempre ritenute il massimo della solidità (oltre che di anonimato) in fatto di banche.
Per quanto destabilizzante sia il pensiero, evidentemente dobbiamo familiarizzare con l’idea che c’è qualcosa che non funziona non alla periferia degli imperi finanziari, ma nel cuore pulsante del sistema.
Le indagini che sono state avviate porteranno certamente a individuare cause, responsabilità e corresponsabilità, ma le prime informazioni che stanno circolando in questi giorni delineano un quadro di straordinaria superficialità nel presidio di meccanismi di tutela del risparmio o, per quel che riguarda Credit Suisse, di vicende opache che hanno coinvolto operatività e vertici della banca svizzera.
Eppure, dopo gli sconquassi di Lehman Brothers, si era detto che certe cose non sarebbero più capitate. Era il 15 settembre 2008, non sono passati molti anni. Certamente, le tre vicende hanno solamente alcuni punti di contatto e non è possibile sovrapporle, se non altro perché Credit Suisse non è fallita. Il dato comune, tuttavia, pare essere il distacco di un certo mondo bancario dalla realtà produttiva. Evidentemente, a distanza di neppure quindici anni, non tutti hanno imparato la lezione e la tentazione dei lauti e facili profitti finanziari è ben viva nella mente e nel cuore di troppe persone. Certamente, la finanza creativa, i titoli derivati e le start-up ultra-innovative possono essere molto più accattivanti di mutui alle famiglie, finanziamenti alle imprese, servizi di pagamento economici ed efficienti e proposte di investimento realmente al servizio di una sana programmazione finanziaria di tutti, soprattutto di chi è meno attrezzato in fatto di conoscenze economiche.
La crisi del 2008, per certi aspetti, è stata anche una grande occasione sprecata, perché poteva essere il momento per ridisegnare regole e meccanismi di protezione che riconducessero la finanza nel perimetro della ragionevolezza. Non è stato così e oggi pare quasi inevitabile doversi confrontare con vortici di ricchezza finanziaria che non portano con sé alcun effettivo valore. Forse, ci vorrebbe un’intuizione alla Dick Fosbury, perché correggere potrebbe non essere più sufficiente. Bisogna ripensare e ridisegnare fuori dagli schemi o, meglio, fuori da uno schema che non porta da nessuna parte.