Lui è uno dei più importanti scrittori di Francia, Daniel Pennac, il libro, autobiografico, “Diario di scuola” (2007), racconta la sua travagliata esperienza. “Insomma, andavo male e a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. Quando non ero l’ultimo della classe, ero il penultimo”.
E a casa non si davano pace, sua madre soprattutto, suo padre invece ci metteva dell’ironia. “Una lettera dell’alfabeto all’anno: tra ventisei anni lo padroneggerai perfettamente. E anche per la maturità alla fine si acquisiscono degli automatismi”. Quando prese la laurea in lettere nel ’68, il padre commentò “Ti ci è voluta una rivoluzione per la laurea, dobbiamo temere una guerra per il dottorato?”. Lo faceva senza malignità. Scrive Pennac: “Era la nostra forma di complicità”, con il sorriso. Ultimogenito di quattro fratelli, nessuno di loro aveva incontrato problemi scolastici paragonabili ai suoi.
“La paura fu la costante di tutta la mia carriera scolastica: il suo chiavistello. E quando divenni insegnante, la mia priorità fu alleviare la paura dei miei allievi peggiori per far saltare quel chiavistello, affinché il sapere avesse una possibilità di passare”. Pennac invita a non sottovalutare la solitudine e il senso di vergogna del ragazzo che non capisce e teme di deludere genitori e insegnanti. C’è bisogno di adulti che non si stanchino di provare a tirarlo fuori da quella gabbia. A salvare Pennac fu un insegnante che andò oltre il dettato e gli errori ortografici, ma gli assegnò un romanzo da redigere al ritmo di un capitolo alla settimana. Funzionò. E funzionò anche la lettura, altra scoperta salvifica. E funzionò la fiducia che qualcuno volle riporre in lui.
Insomma, diventiamo.
Ciascuno con il proprio ritmo e seguendo i propri percorsi.
Questa è la lezione di Daniel Pennac, semplicemente diventato da somaro, come lo etichettavano, scrittore e maestro.
editoriale
Lui è uno dei più importanti scrittori di Francia, Daniel Pennac, il libro, autobiografico, “Diario di scuola” (2007), racconta la sua travagliata esperienza. “Insomma, andavo male e a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. Quando non ero l’ultimo della classe, ero il penultimo”.
E a casa non si davano pace, sua madre soprattutto, suo padre invece ci metteva dell’ironia. “Una lettera dell’alfabeto all’anno: tra ventisei anni lo padroneggerai perfettamente. E anche per la maturità alla fine si acquisiscono degli automatismi”. Quando prese la laurea in lettere nel ’68, il padre commentò “Ti ci è voluta una rivoluzione per la laurea, dobbiamo temere una guerra per il dottorato?”. Lo faceva senza malignità. Scrive Pennac: “Era la nostra forma di complicità”, con il sorriso. Ultimogenito di quattro fratelli, nessuno di loro aveva incontrato problemi scolastici paragonabili ai suoi.
“La paura fu la costante di tutta la mia carriera scolastica: il suo chiavistello. E quando divenni insegnante, la mia priorità fu alleviare la paura dei miei allievi peggiori per far saltare quel chiavistello, affinché il sapere avesse una possibilità di passare”. Pennac invita a non sottovalutare la solitudine e il senso di vergogna del ragazzo che non capisce e teme di deludere genitori e insegnanti. C’è bisogno di adulti che non si stanchino di provare a tirarlo fuori da quella gabbia. A salvare Pennac fu un insegnante che andò oltre il dettato e gli errori ortografici, ma gli assegnò un romanzo da redigere al ritmo di un capitolo alla settimana. Funzionò. E funzionò anche la lettura, altra scoperta salvifica. E funzionò la fiducia che qualcuno volle riporre in lui.
Insomma, diventiamo.
Ciascuno con il proprio ritmo e seguendo i propri percorsi.
Questa è la lezione di Daniel Pennac, semplicemente diventato da somaro, come lo etichettavano, scrittore e maestro.
Diventiamo
23 marzo 2023
Cuneo
Lui è uno dei più importanti scrittori di Francia, Daniel Pennac, il libro, autobiografico, “Diario di scuola” (2007), racconta la sua travagliata esperienza. “Insomma, andavo male e a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. Quando non ero l’ultimo della classe, ero il penultimo”.
E a casa non si davano pace, sua madre soprattutto, suo padre invece ci metteva dell’ironia. “Una lettera dell’alfabeto all’anno: tra ventisei anni lo padroneggerai perfettamente. E anche per la maturità alla fine si acquisiscono degli automatismi”. Quando prese la laurea in lettere nel ’68, il padre commentò “Ti ci è voluta una rivoluzione per la laurea, dobbiamo temere una guerra per il dottorato?”. Lo faceva senza malignità. Scrive Pennac: “Era la nostra forma di complicità”, con il sorriso. Ultimogenito di quattro fratelli, nessuno di loro aveva incontrato problemi scolastici paragonabili ai suoi.
“La paura fu la costante di tutta la mia carriera scolastica: il suo chiavistello. E quando divenni insegnante, la mia priorità fu alleviare la paura dei miei allievi peggiori per far saltare quel chiavistello, affinché il sapere avesse una possibilità di passare”. Pennac invita a non sottovalutare la solitudine e il senso di vergogna del ragazzo che non capisce e teme di deludere genitori e insegnanti. C’è bisogno di adulti che non si stanchino di provare a tirarlo fuori da quella gabbia. A salvare Pennac fu un insegnante che andò oltre il dettato e gli errori ortografici, ma gli assegnò un romanzo da redigere al ritmo di un capitolo alla settimana. Funzionò. E funzionò anche la lettura, altra scoperta salvifica. E funzionò la fiducia che qualcuno volle riporre in lui.
Insomma, diventiamo.
Ciascuno con il proprio ritmo e seguendo i propri percorsi.
Questa è la lezione di Daniel Pennac, semplicemente diventato da somaro, come lo etichettavano, scrittore e maestro.