
Eccomi a raccontare qualcosa e a riordinare le idee, dopo un mese e mezzo trascorso alla Granja Paradiso. Paradiso mica tanto, ho pensato appena arrivata nella stanzetta sporca e caldissima che mi avevano assegnato, con le finestre senza vetri, un cobra che ogni tanto faceva capolino dalla controsoffittatura e la pioggia che entrava dal tetto formato da un sottile strato di pvc.
Paradiso è un nome perfetto invece, mi dico adesso che so cosa vuol dire.
La Granja è una casa famiglia per bambini e ragazzi di strada e si trova a Palmares, nel Nord Est del Brasile, nella regione poverissima del Pernambuco, fondata alla fine degli anni Ottanta dal saluzzese Padre Angelo Vincenti per accogliere bambini orfani o provenienti da situazioni familiari di violenza e abuso. Vengono destinati qui per delibera del tribunale, in attesa di adozione (i più fortunati) o in attesa della maggiore età (gli altri, che spesso faticano ad emanciparsi dal contesto di degrado delle favelas e ad assicurarsi un futuro migliore).
Ho chiesto e ottenuto di poter rimanere durante il giorno con i più piccoli, una ventina, dai tre mesi ai tre anni, nell’edificio ai piedi della collina, sovraffollato e senza acqua corrente. Per i pasti e per alloggiare la notte, invece, ero ospitata nella struttura in cui abitano i ragazzi adolescenti, quindi ho avuto la fortuna di conoscerli tutti, i meninos, con i loro sorrisi stupendi e le loro storie allucinanti.
Che esperienza è stata, mamma mia. Grande, ma fatta di cose piccole piccole.
Le infinite coccole, i giochi, le canzoni, i tatuaggi ad acqua con le fatine e i dinosauri, le risate, il solletico, i pannolini cambiati, i piedi sempre scalzi e neri, occhi che ti vedono arrivare con in mano quattro pennarelli e ti guardano come se fossi la persona più bella e speciale del mondo.
Un amico che conosce bene la Granja mi aveva dato un consiglio alla partenza: “Ti verrà la tentazione di portare lì un pezzo di Italia. Ti prego non farlo. Diventa tu brasiliana.”
Aveva proprio ragione. All’inizio pensavo di arrivare qui e aiutare: pulire nella sporcizia, tinteggiare pareti scrostate, aggiustare zanzariere, spalmare pomate antibiotiche su braccine devastate dalle dermatiti, cucinare cibo sano per bimbi abituati ad un’alimentazione non esattamente bilanciata, volevo mettermi in quattro per fare cose. Ma ho capito subito che non è questo ciò di cui hanno bisogno. Anzi, mi sento anche un po’ ridicola ad averlo pensato.
Sono io, qui, quella che ha bisogno. Devo lasciarmi rivoluzionare il cuore.
I meninos ti spingono a uscire da te e allo stesso tempo a guardarti dentro.
(Avviso: quella che segue è una parte molto forte, perciò chi ritiene opportuno non proseguire nella lettura può terminare qui).
Tanti hanno subito abusi in famiglia, alcuni erano allevati come veri e propri animali: legati, fatti dormire in strada tra l’immondizia, altri spinti all’accattonaggio, alla prostituzione minorile, allo spaccio, alle rapine o con un genitore tossicodipendente e alcolizzato che li riempiva di botte. Un sedicenne ci racconta che il padre è stato assassinato qualche mese fa per storie di droga, mentre la madre, psichiatrica, l’anno scorso ha dato fuoco alla casa in cui vivevano uccidendo i due fratellini più piccoli. Tante piccole arrivano al centro e solo al momento del bagnetto ci si rende conto dello schifo che hanno passato constatando la deformazione delle loro parti intime.
Li vedi sorridere, scherzare, condividere con te un biscotto con uno sguardo dolce da cuccioli impauriti, e dietro di loro, dietro ognuno di loro, c’è un passato da film dell’orrore.
Sono senza regole, allevati per strada dove il più debole soccombe e la spunta quello che picchia più duro, la violenza è l’unico modo per gestire i conflitti. Tutto allora diventa fisico, che siano botte o che siano abbracci. Ti saltano al collo senza filtri e senza paura, si esprimono così: all’inizio può sembrare invadenza ma è questo il loro modo di comunicare, tattile, è proprio un bisogno. Mi rendo conto adesso di essere stata egoista e lo ammetto: me li sono presi tutti, quegli abbracci, me lo sono preso tutto, quell’amore.
Che bello aver passato il Natale qui. Che bello aver messo un pizzico di coraggio e aver ricevuto in cambio una dose incredibile di bellezza: dieci, cento volte tanto.
Obrigada por todo isso, meninos. Ho visto che l’amore cambia il modo di guardare.