editoriale

Quando la fotografia sa essere racconto del reale

18 marzo 2023

Cuneo

Michele Pellegrino Fotografia di Giuseppina Peirone Abbiamo incontrato Michele Pellegrino, di 89 anni, a Chiusa Pesio, nella casa che si è costruito da solo. Il suo lungo racconto ci fa riflettere sulla stagione straordinaria in cui persone talentuose, solo grazie alla volontà, sono state capaci di acquisire una tecnica in modo perfetto fino a diventare dei veri e propri artisti. Pellegrino, infatti, nato nel 1934, frequentò a Chiusa Pesio solo la scuola elementare e dovette iniziare a lavorare prima da garzone nel dopoguerra e poi come piastrellista. La sua carriera di fotografo cominciò nel 1967, completamente da autodidatta, quando immobilizzato in ospedale per una frattura, iniziò a sfogliare delle riviste di cinema e rimase colpito dalle fotografie di attrici americane. Da lì, un po’ per noia e un po’ per curiosità, acquistò un apparecchio: partecipò a un foto club e ai primi concorsi e siccome ne vinse alcuni, si decise ad aprire un laboratorio. A un certo punto vinse una meravigliosa Hasselblad messa in palio da una rivista, per una foto di una ragazza in una mossa casuale e libera, con i lunghi capelli al vento che suggerivano l’immagine di donna nuova. Parlando della sua lunga carriera ci dice “io ho sperimentato tutto, non volevo essere costretto a fare un lavoro identico”. Sono tanti (25) infatti i libri fotografici da lui realizzati, innumerevoli le sue mostre e la sua presenza nei più importanti musei del mondo ma lui si dilunga sui progetti più amati, come quello che confluì nella mostra Padri e sorelle del 1980, a cui lavorò 8 anni, sulla clausura femminile e maschile. Quel lavoro gli permise di entrare in monasteri da sempre chiusi ai laici, come la Grande Chartreuse, e utilizzare uno sguardo che era sempre acutissimo e curioso ma al tempo stesso rispettoso delle storie dei monaci che incontrava. Emergono storie affascinanti, come quella dell’abate della Grande Chartreuse che accetta di fargli visitare la parte segreta dell’edificio, commosso per avere ricevuto come dono un’incisione della Certosa di Pesio, che non aveva mai visitato e neppure visto in nessuna riproduzione, con suo grande rimpianto. Scorrendo le numerose cartelle del suo lavoro fotografico, però, non possiamo non essere impressionati dalla grande stagione della fotografia dello spopolamento della montagna,  stampate da lui con enorme abilità su una carta delicatissima e ormai introvabile: quelle immagini ritraggono veramente una pagina di storia. Quel mondo, come quello dei mezzadri nelle colline trovò in lui, come in Nuto Revelli (il riferimento è d’obbligo), un grande cantore. Michele Pellegrino - Bambina in vespa col padre   Rivediamo la celebre fotografia della bambina vestita di bianco che viene portata dal padre in Lambretta, da una borgata montana, a prendere la Prima Comunione, ma anche quella di un’altra bimba, che studia in casa in una borgata di montagna e ha un libro scolastico sulle ginocchia. Non ha un tavolo, ma sulle sue gambe le lunghe calze di lana contribuiscono a tenerla al caldo. O le Messe in paesi del monregalese in cui uomini e donne sono separati in chiesa, e le donne tutte col velo. I giovani audaci eppur timidi nelle borgate, con aria teneramente strafottente, da teddy boys. Aver saputo cogliere quegli sguardi, l’attimo in cui una donna discinta si faceva ritrarre in modo orgoglioso eppure sensuale, oppure bambini giocavano nei due metri di neve negli inverni di una volta, è merito della sua grande sensibilità. Cogliere il momento dello scatto giusto dipendeva anche dall’ avere saputo conquistarsi la fiducia delle persone, a cui si rivolgeva in dialetto, con cui parlava. Un testimone, come recita il titolo di uno dei suoi ultimi libri, del mondo “prima che il tempo finisca”. Nonostante l’età, non più giovanissima, Pellegrino è oggi tutto preso dalla realizzazione del suo ultimo libro, di cui sta scrivendo il menabò: è sulle nuvole, un oggetto evanescente la cui bellezza e imprevedibilità gli si è svelata durante la pandemia. Stando tutto il giorno in casa, il fatto di avere finestre rivolte a tutti e quattro i punti cardinali lo ha convinto a fotografarle, affascinato dalle loro forme e dalla loro unicità. Ne ha osservato il movimento, il farsi più scure, mischiarsi e poi dare origine al temporale. Un lavoro che è emblematico del suo rapporto con la fotografia: il grado di interesse di una foto non dipende dalla unicità del luogo visitato, ma dallo sguardo, dall’attenzione con cui lo si guarda. “Il mio unico merito è avere capito che cos’è una fotografia: essa è poesia, non riproduzione della realtà.  E ho scelto il bianco e nero perché è più astratto. Il mondo è di tutti e se si mira solo a riprodurlo, ognuno se ne prende un pezzettino, ma la fotografia non è riproduzione.” Per questo, quando fu invitato a tenere a una masterclass di fotografia, e si trovò a rispondere a domande su quale fosse la macchina migliore o sulla sua preferenza fra l’analogico e il digitale, lui evitò di rispondere e invitò i partecipanti a guardare meglio il luogo (era un bosco) in cui stavano e trovare in esso le storie che anche la natura contiene.  
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