In quel tempo, un giovane e brillante economista di area socialista scrisse un libro dal titolo “La strategia delle riforme” che rappresentò la bandiera attorno alla quale persone “dal sangue freddo” cercarono di opporre una qualche resistenza alle teorie rivoluzionarie. Siamo nell’anno 1968 e le migliori menti s’infervoravano per spalancare all’Italia orizzonti che spaziavano dalla via cinese a quella cubana o comprendevano inesplorati itinerari marxisti in versione leninista o trotzkista o luxemburghiana, o vaghi percorsi abbozzati dai filosofi della scuola di Francoforte. Comprenderà il lettore che per opporre riforme a rivoluzione, le prime non potevano essere dei brodini insipidi, ma provvedimenti dal sapore forte. Le si chiamavano riforme di struttura, cioè tali che - pur nel rispetto delle regole liberaldemocratiche e parlamentari - facessero flettere sempre più il “sistema” in direzione della giustizia sociale.
Se vogliamo portare qualche più o meno pallido esempio, risalente ai primi anni Settanta, possiamo citare lo statuto dei lavoratori o la legge sull’edificabilità del suolo (cosiddetta legge Bucalossi) o, con molto sforzo d’immaginazione, la riforma tributaria (o legge Visentini) e, un po’ più tardi, la riforma sanitaria. Questa premessa viene fatta per rimarcare come la parola riforma oggi abbia perso il suo significato vero ed originario, per essere attribuita a provvedimenti legislativi, siano essi progressivi o regressivi, sol che si distacchino dalla ordinaria gestione di governo. Di più: il termine riformista viene assunto anche da forze politiche centriste, se non conservatrici, che non hanno nessuna intenzione di forzare il “sistema”, ma, anzi, di consolidarlo con leggi che lo razionalizzino. Magari i nostri legislatori ci gratificassero di una intensa stagione di messa a punto dei meccanismi del nostro stato!
Chi scrive, infatti, non disprezza nessuna delle due versioni, ma prova fastidio per le indebite appropriazioni del termine. Come individuarle? Le riforme, sia quelle “di struttura” che quelle “di razionalizzazione” hanno un comune denominatore: innescano effetti che vanno al di là della portata del singolo provvedimento. Esemplifichiamo con le “riforme” elettorali. Nel 1993 La nuova legge elettorale congegnata da Sergio Mattarella (c.d. Mattarellum) mise fine al sistema proporzionale della prima repubblica, introdusse i collegi uninominali e spinse efficacemente al bipolarismo. Secondava lo slancio dei movimenti referendari degli anni precedenti e schiudeva le porte alla seconda repubblica: indubbiamente una riforma. Nel 2005 venne abolita dalla legge studiata da Roberto Calderoli (c.d. porcellum), dichiaratamente finalizzata a rendere ingovernabile il Senato ad un centro sinistra pronosticato come vincente nelle elezioni dell’anno successivo. Scopo raggiunto, ma non certo in un’ottica riformistica. Demolito il “porcellum” dalla Corte costituzionale (dopo aver imperversato per tre tornate elettorali), ha fatto seguito l’attuale legge a firma di Ettore Rosato (c.d. Rosatellum), votata da tutto il Parlamento per la disperazione di non andare al voto nel 2018 con monconi di leggi precedenti, amputate dalla Corte costituzionale: nessuna prospettiva, se non l’impotenza del Parlamento a sostituirla con una legge seria e condivisa. Come classificare la riscrittura del titolo V della Costituzione, perseguita dal governo di centro sinistra di Giuliano Amato, che addirittura rovescia i rapporti tra Stato e Regioni, a favore di queste ultime, con un modello definito enfaticamente “Stato policentrico delle autonomie”? Lo scopo vero, mai dichiarato, di rincorrere la Lega sul suo terreno non venne raggiunto nelle elezioni che seguirono e quello ufficiale di un potenziamento delle autonomie, ovviamente, neppure. La modifica costituzionale di riduzione dei parlamentari ha la caducità dello sberleffo contro la “casta”. Per dare una veste riformistica al preteso risparmio si sarebbero dovute studiare ben più impegnative misure di revisione della contabilità dello Stato e delle spese dei Ministeri, alla Carlo Cottarelli, per intenderci. Ma per arrivare a tanto occorre una rivoluzione.
editoriale
In quel tempo, un giovane e brillante economista di area socialista scrisse un libro dal titolo “La strategia delle riforme” che rappresentò la bandiera attorno alla quale persone “dal sangue freddo” cercarono di opporre una qualche resistenza alle teorie rivoluzionarie. Siamo nell’anno 1968 e le migliori menti s’infervoravano per spalancare all’Italia orizzonti che spaziavano dalla via cinese a quella cubana o comprendevano inesplorati itinerari marxisti in versione leninista o trotzkista o luxemburghiana, o vaghi percorsi abbozzati dai filosofi della scuola di Francoforte. Comprenderà il lettore che per opporre riforme a rivoluzione, le prime non potevano essere dei brodini insipidi, ma provvedimenti dal sapore forte. Le si chiamavano riforme di struttura, cioè tali che - pur nel rispetto delle regole liberaldemocratiche e parlamentari - facessero flettere sempre più il “sistema” in direzione della giustizia sociale.
Se vogliamo portare qualche più o meno pallido esempio, risalente ai primi anni Settanta, possiamo citare lo statuto dei lavoratori o la legge sull’edificabilità del suolo (cosiddetta legge Bucalossi) o, con molto sforzo d’immaginazione, la riforma tributaria (o legge Visentini) e, un po’ più tardi, la riforma sanitaria. Questa premessa viene fatta per rimarcare come la parola riforma oggi abbia perso il suo significato vero ed originario, per essere attribuita a provvedimenti legislativi, siano essi progressivi o regressivi, sol che si distacchino dalla ordinaria gestione di governo. Di più: il termine riformista viene assunto anche da forze politiche centriste, se non conservatrici, che non hanno nessuna intenzione di forzare il “sistema”, ma, anzi, di consolidarlo con leggi che lo razionalizzino. Magari i nostri legislatori ci gratificassero di una intensa stagione di messa a punto dei meccanismi del nostro stato!
Chi scrive, infatti, non disprezza nessuna delle due versioni, ma prova fastidio per le indebite appropriazioni del termine. Come individuarle? Le riforme, sia quelle “di struttura” che quelle “di razionalizzazione” hanno un comune denominatore: innescano effetti che vanno al di là della portata del singolo provvedimento. Esemplifichiamo con le “riforme” elettorali. Nel 1993 La nuova legge elettorale congegnata da Sergio Mattarella (c.d. Mattarellum) mise fine al sistema proporzionale della prima repubblica, introdusse i collegi uninominali e spinse efficacemente al bipolarismo. Secondava lo slancio dei movimenti referendari degli anni precedenti e schiudeva le porte alla seconda repubblica: indubbiamente una riforma. Nel 2005 venne abolita dalla legge studiata da Roberto Calderoli (c.d. porcellum), dichiaratamente finalizzata a rendere ingovernabile il Senato ad un centro sinistra pronosticato come vincente nelle elezioni dell’anno successivo. Scopo raggiunto, ma non certo in un’ottica riformistica. Demolito il “porcellum” dalla Corte costituzionale (dopo aver imperversato per tre tornate elettorali), ha fatto seguito l’attuale legge a firma di Ettore Rosato (c.d. Rosatellum), votata da tutto il Parlamento per la disperazione di non andare al voto nel 2018 con monconi di leggi precedenti, amputate dalla Corte costituzionale: nessuna prospettiva, se non l’impotenza del Parlamento a sostituirla con una legge seria e condivisa. Come classificare la riscrittura del titolo V della Costituzione, perseguita dal governo di centro sinistra di Giuliano Amato, che addirittura rovescia i rapporti tra Stato e Regioni, a favore di queste ultime, con un modello definito enfaticamente “Stato policentrico delle autonomie”? Lo scopo vero, mai dichiarato, di rincorrere la Lega sul suo terreno non venne raggiunto nelle elezioni che seguirono e quello ufficiale di un potenziamento delle autonomie, ovviamente, neppure. La modifica costituzionale di riduzione dei parlamentari ha la caducità dello sberleffo contro la “casta”. Per dare una veste riformistica al preteso risparmio si sarebbero dovute studiare ben più impegnative misure di revisione della contabilità dello Stato e delle spese dei Ministeri, alla Carlo Cottarelli, per intenderci. Ma per arrivare a tanto occorre una rivoluzione.
Riforme & rivoluzioni, per ora a prevalere sono i soliti brodini insipidi
12 marzo 2023
Cuneo
In quel tempo, un giovane e brillante economista di area socialista scrisse un libro dal titolo “La strategia delle riforme” che rappresentò la bandiera attorno alla quale persone “dal sangue freddo” cercarono di opporre una qualche resistenza alle teorie rivoluzionarie. Siamo nell’anno 1968 e le migliori menti s’infervoravano per spalancare all’Italia orizzonti che spaziavano dalla via cinese a quella cubana o comprendevano inesplorati itinerari marxisti in versione leninista o trotzkista o luxemburghiana, o vaghi percorsi abbozzati dai filosofi della scuola di Francoforte. Comprenderà il lettore che per opporre riforme a rivoluzione, le prime non potevano essere dei brodini insipidi, ma provvedimenti dal sapore forte. Le si chiamavano riforme di struttura, cioè tali che - pur nel rispetto delle regole liberaldemocratiche e parlamentari - facessero flettere sempre più il “sistema” in direzione della giustizia sociale.
Se vogliamo portare qualche più o meno pallido esempio, risalente ai primi anni Settanta, possiamo citare lo statuto dei lavoratori o la legge sull’edificabilità del suolo (cosiddetta legge Bucalossi) o, con molto sforzo d’immaginazione, la riforma tributaria (o legge Visentini) e, un po’ più tardi, la riforma sanitaria. Questa premessa viene fatta per rimarcare come la parola riforma oggi abbia perso il suo significato vero ed originario, per essere attribuita a provvedimenti legislativi, siano essi progressivi o regressivi, sol che si distacchino dalla ordinaria gestione di governo. Di più: il termine riformista viene assunto anche da forze politiche centriste, se non conservatrici, che non hanno nessuna intenzione di forzare il “sistema”, ma, anzi, di consolidarlo con leggi che lo razionalizzino. Magari i nostri legislatori ci gratificassero di una intensa stagione di messa a punto dei meccanismi del nostro stato!
Chi scrive, infatti, non disprezza nessuna delle due versioni, ma prova fastidio per le indebite appropriazioni del termine. Come individuarle? Le riforme, sia quelle “di struttura” che quelle “di razionalizzazione” hanno un comune denominatore: innescano effetti che vanno al di là della portata del singolo provvedimento. Esemplifichiamo con le “riforme” elettorali. Nel 1993 La nuova legge elettorale congegnata da Sergio Mattarella (c.d. Mattarellum) mise fine al sistema proporzionale della prima repubblica, introdusse i collegi uninominali e spinse efficacemente al bipolarismo. Secondava lo slancio dei movimenti referendari degli anni precedenti e schiudeva le porte alla seconda repubblica: indubbiamente una riforma. Nel 2005 venne abolita dalla legge studiata da Roberto Calderoli (c.d. porcellum), dichiaratamente finalizzata a rendere ingovernabile il Senato ad un centro sinistra pronosticato come vincente nelle elezioni dell’anno successivo. Scopo raggiunto, ma non certo in un’ottica riformistica. Demolito il “porcellum” dalla Corte costituzionale (dopo aver imperversato per tre tornate elettorali), ha fatto seguito l’attuale legge a firma di Ettore Rosato (c.d. Rosatellum), votata da tutto il Parlamento per la disperazione di non andare al voto nel 2018 con monconi di leggi precedenti, amputate dalla Corte costituzionale: nessuna prospettiva, se non l’impotenza del Parlamento a sostituirla con una legge seria e condivisa. Come classificare la riscrittura del titolo V della Costituzione, perseguita dal governo di centro sinistra di Giuliano Amato, che addirittura rovescia i rapporti tra Stato e Regioni, a favore di queste ultime, con un modello definito enfaticamente “Stato policentrico delle autonomie”? Lo scopo vero, mai dichiarato, di rincorrere la Lega sul suo terreno non venne raggiunto nelle elezioni che seguirono e quello ufficiale di un potenziamento delle autonomie, ovviamente, neppure. La modifica costituzionale di riduzione dei parlamentari ha la caducità dello sberleffo contro la “casta”. Per dare una veste riformistica al preteso risparmio si sarebbero dovute studiare ben più impegnative misure di revisione della contabilità dello Stato e delle spese dei Ministeri, alla Carlo Cottarelli, per intenderci. Ma per arrivare a tanto occorre una rivoluzione.