I sistemi giuridici “scelgono” di che cosa occuparsi. In termini tecnici, si dice che le norme definiscono il proprio campo di azione. Così, ad esempio, non esiste un “diritto dell’amicizia” accanto ad altri ambiti specialistici, come il diritto di famiglia oppure il diritto della navigazione. Il diritto ha ritenuto di non normare l’amicizia pur essendo noti, ai giuristi, il valore e l’importanza delle relazioni amicali.
Evidentemente, l’assenza di norme di questo tipo non è una lacuna: sarebbe folle e illiberale immaginare un diritto onnipresente in ogni ambito della complessità personale e relazionale della vita umana. L’idea di normare ogni cosa, oltre che non realistica, cozzerebbe, inevitabilmente, con difficoltà concettuali e tecniche insormontabili.
Ciò che può fare il diritto è occuparsi di disegnare regole, meccanismi e istituti giuridici che siano al servizio della persona e delle espressioni, individuali e sociali, dell’umanità. Per certi aspetti, è quello che si legge nella Dichiarazione di indipendenza americana del 4 luglio 1776, dove sta scritto: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”.
Non è, dunque, corretto affermare, come talvolta si sente, che il diritto americano prevede il diritto alla felicità. Ciò che sta scritto, invece, tratteggia l’idea di un diritto al perseguimento della felicità e, quindi, a poter perseguire ciò che si ritiene possa rendere felici.
Evidentemente, affermazioni di questo tipo necessiterebbero di spazi e tempi di approfondimento estremamente significativi; ciò che si può notare in sintesi è che, da un lato, un ordinamento che davvero garantisca a tutti questo diritto al perseguimento della felicità dovrebbe assicurare condizioni di partenza quanto meno simili, e non drammaticamente diverse. Dall’altro lato, non certo per colpa dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, si deve osservare come la connotazione individuale e individualistica della felicità abbia assunto un ruolo fortemente predominante, così come il successo economico è diventato, nell’immaginario collettivo, una delle grandi vie (se non la principale) per essere felici.
L’uomo ricco e di successo è diventato il simbolo di un sistema sociale ed economico che, più che altrove, si è affermato proprio negli Stati Uniti.
Le immagini di persone o famigliole ostentatamente felici e orgogliose di esserlo si sono ben presto impossessate della scena nelle campagne pubblicitarie in tutto il mondo. In “Mad Men”, pluripremiata serie televisiva ambientata nel mondo delle agenzie pubblicitarie newyorkesi degli anni sessanta, gli abilissimi sceneggiatori fanno dire al protagonista: “La pubblicità si basa su un’unica cosa: la felicità. E sapete cos’è la felicità? La felicità è una macchina nuova, è liberarsi dalla paura, è un cartellone pubblicitario che ti salta all’occhio e che ti grida a gran voce che qualunque cosa tu faccia è ben fatta, e che sei ok.”
Il resto è cronaca, con passaggi culturali e sociali che hanno progressivamente esasperato la dimensione individuale ed economica della felicità, oramai ragioni uniche di agire e, forse, di vivere, secondo un certo modo di intendere le cose che continua a seminare macerie personali, familiari e sociali.
Forse, varrebbe la pena di cominciare a completare certe domande o affermazioni, perché da troppo tempo abbiamo smesso di chiederci se davvero si può essere felici senza specificare con chi e per chi esserlo.
Molte delle ferite che ci affliggono, probabilmente, derivano da una male intesa idea di felicità, che non è tale neppure per quelli che raggiungono tutti i traguardi, molto spesso assurdi e disumanizzanti, che dovrebbero garantirla. Dovremmo aver imparato che non si può essere felici da soli e che la via per il tanto desiderato successo economico, talvolta, richiede una vita che non ha nulla a che fare con una autentica pienezza.
In fondo, le cose potrebbero anche essere più semplici di quello che sembrano e il diritto al conseguimento della felicità sancito dalla Dichiarazione di indipendenza americana, potrebbe avere la natura di un diritto sociale anziché di un diritto individuale. Uno di quei diritti che necessitano, per la loro attuazione, che ognuno faccia la propria parte e che, soprattutto, si impari a vivere insieme e a condividere.
editoriale
I sistemi giuridici “scelgono” di che cosa occuparsi. In termini tecnici, si dice che le norme definiscono il proprio campo di azione. Così, ad esempio, non esiste un “diritto dell’amicizia” accanto ad altri ambiti specialistici, come il diritto di famiglia oppure il diritto della navigazione. Il diritto ha ritenuto di non normare l’amicizia pur essendo noti, ai giuristi, il valore e l’importanza delle relazioni amicali.
Evidentemente, l’assenza di norme di questo tipo non è una lacuna: sarebbe folle e illiberale immaginare un diritto onnipresente in ogni ambito della complessità personale e relazionale della vita umana. L’idea di normare ogni cosa, oltre che non realistica, cozzerebbe, inevitabilmente, con difficoltà concettuali e tecniche insormontabili.
Ciò che può fare il diritto è occuparsi di disegnare regole, meccanismi e istituti giuridici che siano al servizio della persona e delle espressioni, individuali e sociali, dell’umanità. Per certi aspetti, è quello che si legge nella Dichiarazione di indipendenza americana del 4 luglio 1776, dove sta scritto: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”.
Non è, dunque, corretto affermare, come talvolta si sente, che il diritto americano prevede il diritto alla felicità. Ciò che sta scritto, invece, tratteggia l’idea di un diritto al perseguimento della felicità e, quindi, a poter perseguire ciò che si ritiene possa rendere felici.
Evidentemente, affermazioni di questo tipo necessiterebbero di spazi e tempi di approfondimento estremamente significativi; ciò che si può notare in sintesi è che, da un lato, un ordinamento che davvero garantisca a tutti questo diritto al perseguimento della felicità dovrebbe assicurare condizioni di partenza quanto meno simili, e non drammaticamente diverse. Dall’altro lato, non certo per colpa dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, si deve osservare come la connotazione individuale e individualistica della felicità abbia assunto un ruolo fortemente predominante, così come il successo economico è diventato, nell’immaginario collettivo, una delle grandi vie (se non la principale) per essere felici.
L’uomo ricco e di successo è diventato il simbolo di un sistema sociale ed economico che, più che altrove, si è affermato proprio negli Stati Uniti.
Le immagini di persone o famigliole ostentatamente felici e orgogliose di esserlo si sono ben presto impossessate della scena nelle campagne pubblicitarie in tutto il mondo. In “Mad Men”, pluripremiata serie televisiva ambientata nel mondo delle agenzie pubblicitarie newyorkesi degli anni sessanta, gli abilissimi sceneggiatori fanno dire al protagonista: “La pubblicità si basa su un’unica cosa: la felicità. E sapete cos’è la felicità? La felicità è una macchina nuova, è liberarsi dalla paura, è un cartellone pubblicitario che ti salta all’occhio e che ti grida a gran voce che qualunque cosa tu faccia è ben fatta, e che sei ok.”
Il resto è cronaca, con passaggi culturali e sociali che hanno progressivamente esasperato la dimensione individuale ed economica della felicità, oramai ragioni uniche di agire e, forse, di vivere, secondo un certo modo di intendere le cose che continua a seminare macerie personali, familiari e sociali.
Forse, varrebbe la pena di cominciare a completare certe domande o affermazioni, perché da troppo tempo abbiamo smesso di chiederci se davvero si può essere felici senza specificare con chi e per chi esserlo.
Molte delle ferite che ci affliggono, probabilmente, derivano da una male intesa idea di felicità, che non è tale neppure per quelli che raggiungono tutti i traguardi, molto spesso assurdi e disumanizzanti, che dovrebbero garantirla. Dovremmo aver imparato che non si può essere felici da soli e che la via per il tanto desiderato successo economico, talvolta, richiede una vita che non ha nulla a che fare con una autentica pienezza.
In fondo, le cose potrebbero anche essere più semplici di quello che sembrano e il diritto al conseguimento della felicità sancito dalla Dichiarazione di indipendenza americana, potrebbe avere la natura di un diritto sociale anziché di un diritto individuale. Uno di quei diritti che necessitano, per la loro attuazione, che ognuno faccia la propria parte e che, soprattutto, si impari a vivere insieme e a condividere.
Ricerca della felicità, diritto individuale o diritto sociale?
05 marzo 2023
Cuneo
I sistemi giuridici “scelgono” di che cosa occuparsi. In termini tecnici, si dice che le norme definiscono il proprio campo di azione. Così, ad esempio, non esiste un “diritto dell’amicizia” accanto ad altri ambiti specialistici, come il diritto di famiglia oppure il diritto della navigazione. Il diritto ha ritenuto di non normare l’amicizia pur essendo noti, ai giuristi, il valore e l’importanza delle relazioni amicali.
Evidentemente, l’assenza di norme di questo tipo non è una lacuna: sarebbe folle e illiberale immaginare un diritto onnipresente in ogni ambito della complessità personale e relazionale della vita umana. L’idea di normare ogni cosa, oltre che non realistica, cozzerebbe, inevitabilmente, con difficoltà concettuali e tecniche insormontabili.
Ciò che può fare il diritto è occuparsi di disegnare regole, meccanismi e istituti giuridici che siano al servizio della persona e delle espressioni, individuali e sociali, dell’umanità. Per certi aspetti, è quello che si legge nella Dichiarazione di indipendenza americana del 4 luglio 1776, dove sta scritto: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”.
Non è, dunque, corretto affermare, come talvolta si sente, che il diritto americano prevede il diritto alla felicità. Ciò che sta scritto, invece, tratteggia l’idea di un diritto al perseguimento della felicità e, quindi, a poter perseguire ciò che si ritiene possa rendere felici.
Evidentemente, affermazioni di questo tipo necessiterebbero di spazi e tempi di approfondimento estremamente significativi; ciò che si può notare in sintesi è che, da un lato, un ordinamento che davvero garantisca a tutti questo diritto al perseguimento della felicità dovrebbe assicurare condizioni di partenza quanto meno simili, e non drammaticamente diverse. Dall’altro lato, non certo per colpa dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, si deve osservare come la connotazione individuale e individualistica della felicità abbia assunto un ruolo fortemente predominante, così come il successo economico è diventato, nell’immaginario collettivo, una delle grandi vie (se non la principale) per essere felici.
L’uomo ricco e di successo è diventato il simbolo di un sistema sociale ed economico che, più che altrove, si è affermato proprio negli Stati Uniti.
Le immagini di persone o famigliole ostentatamente felici e orgogliose di esserlo si sono ben presto impossessate della scena nelle campagne pubblicitarie in tutto il mondo. In “Mad Men”, pluripremiata serie televisiva ambientata nel mondo delle agenzie pubblicitarie newyorkesi degli anni sessanta, gli abilissimi sceneggiatori fanno dire al protagonista: “La pubblicità si basa su un’unica cosa: la felicità. E sapete cos’è la felicità? La felicità è una macchina nuova, è liberarsi dalla paura, è un cartellone pubblicitario che ti salta all’occhio e che ti grida a gran voce che qualunque cosa tu faccia è ben fatta, e che sei ok.”
Il resto è cronaca, con passaggi culturali e sociali che hanno progressivamente esasperato la dimensione individuale ed economica della felicità, oramai ragioni uniche di agire e, forse, di vivere, secondo un certo modo di intendere le cose che continua a seminare macerie personali, familiari e sociali.
Forse, varrebbe la pena di cominciare a completare certe domande o affermazioni, perché da troppo tempo abbiamo smesso di chiederci se davvero si può essere felici senza specificare con chi e per chi esserlo.
Molte delle ferite che ci affliggono, probabilmente, derivano da una male intesa idea di felicità, che non è tale neppure per quelli che raggiungono tutti i traguardi, molto spesso assurdi e disumanizzanti, che dovrebbero garantirla. Dovremmo aver imparato che non si può essere felici da soli e che la via per il tanto desiderato successo economico, talvolta, richiede una vita che non ha nulla a che fare con una autentica pienezza.
In fondo, le cose potrebbero anche essere più semplici di quello che sembrano e il diritto al conseguimento della felicità sancito dalla Dichiarazione di indipendenza americana, potrebbe avere la natura di un diritto sociale anziché di un diritto individuale. Uno di quei diritti che necessitano, per la loro attuazione, che ognuno faccia la propria parte e che, soprattutto, si impari a vivere insieme e a condividere.