La cronaca avrebbe potuto essere secondaria, per quanto grave: un pestaggio brutale, davanti al liceo Michelangiolo di Firenze, per fortuna senza grosse conseguenze, perché fermato da un’insegnante intraprendente e dall’arrivo della Polizia. Ma la matrice indiscutibilmente politica dell’episodio gli ha conferito tutta un’altra eco: e in una manciata di giorni è stato un susseguirsi di silenzi imbarazzati prima, di circolari e di minacce, fino ad arrivare al sigillo di un monito del presidente Mattarella.
Il governo in generale, e il ministro dell’Istruzione in particolare, in un primo momento, non hanno rilasciato dichiarazioni. L’appartenenza politica dei protagonisti dell’aggressione - tesserati nel movimento di estrema destra Azione Studentesca - deve aver forse generato qualche imbarazzo, per la sua vicinanza, non nascosta, a Fratelli d’Italia: a Firenze partito e movimento condividono la stessa sede.
Qualche giorno dopo, però, la preside di un altro liceo fiorentino, Annalisa Savino, ha scritto un messaggio ai suoi alunni, presto rimbalzato nel tam-tam dei social. Ad onor della cronaca, va detto che anche il collegio docenti ed il consiglio d’istituto del liceo Michelangiolo - che ebbe come alunni Piero Calamandrei e i fratelli Rosselli - hanno espresso parole di condanna per l’aggressione squadrista. La lettera della dirigente ha avuto tuttavia un’altra risonanza, tanto da meritare le minacce del Ministro dell’Istruzione Valditara, che l’ha giudicata impropria (“Non compete ad una preside lanciare messaggi di questo tipo”) e ha promesso provvedimenti.
Ma, al di là del contesto che l’ha generata, la lettera è spunto ottimo, soprattutto perché invita a riflettere con equilibrio e lucidità sull’humus su cui nacque il fascismo “ai bordi di un marciapiede qualunque”, nell’indifferenza di chi vedeva e non interveniva.
A distanza di un secolo, nel solco di una democrazia non perfetta ma solida, potremmo (dovremmo) avere il coraggio di fare i conti con il passato, senza negare che la storia del nostro Paese sia stata segnata da una pagina lunga e buia. Guardandola in faccia “sine ira et studio” come avrebbe detto il buon Tacito, e rendendoci conto che, se un ritorno al fascismo è improbabile, ci misuriamo oggi, come cento anni fa, con il senso di incertezza, con la delusione della politica, con il desiderio di cambiamento.
Furono le stesse leve che permisero al fascismo di fare presa facilmente, nonostante la sua inconsistenza teorica. La marcia su Roma fu preceduta, di almeno due anni, da numerosissimi episodi di squadrismo, accolti con sguardi di sottovalutazione e di indifferenza.
Sono le stesse leve su cui vorrebbe agire Azione studentesca che, non mediata dagli equilibri e dai necessari compromessi di chi è in parlamento o si trova a governare, è davvero un rigurgito di fascismo. È sufficiente dare un’occhiata al sito ufficiale: sono trattati temi di stretta attualità, ma con un lessico violento e un uso della violenza non esclusa come metodo, nel nome di patria, razza, confini.
Anche oggi, come ieri, tra chi guarda attonito o divertito, tra chi sussurra “scappa scappa scappa”, tra chi impreca e chi insulta, ci può salvare solo chi ha il coraggio di intervenire. Come quell’insegnante di Firenze, che ha interrotto il pestaggio urlando “Ma cosa fate, ragazzi? basta! chiamate il 113”
Il male è banale, avrebbe detto Hannah Arendt, ma può essere per fortuna banale anche il bene. La scuola può aiutare a capirne la differenza. Se non è questo il suo compito, allora quale dovrebbe essere?
editoriale
La cronaca avrebbe potuto essere secondaria, per quanto grave: un pestaggio brutale, davanti al liceo Michelangiolo di Firenze, per fortuna senza grosse conseguenze, perché fermato da un’insegnante intraprendente e dall’arrivo della Polizia. Ma la matrice indiscutibilmente politica dell’episodio gli ha conferito tutta un’altra eco: e in una manciata di giorni è stato un susseguirsi di silenzi imbarazzati prima, di circolari e di minacce, fino ad arrivare al sigillo di un monito del presidente Mattarella.
Il governo in generale, e il ministro dell’Istruzione in particolare, in un primo momento, non hanno rilasciato dichiarazioni. L’appartenenza politica dei protagonisti dell’aggressione - tesserati nel movimento di estrema destra Azione Studentesca - deve aver forse generato qualche imbarazzo, per la sua vicinanza, non nascosta, a Fratelli d’Italia: a Firenze partito e movimento condividono la stessa sede.
Qualche giorno dopo, però, la preside di un altro liceo fiorentino, Annalisa Savino, ha scritto un messaggio ai suoi alunni, presto rimbalzato nel tam-tam dei social. Ad onor della cronaca, va detto che anche il collegio docenti ed il consiglio d’istituto del liceo Michelangiolo - che ebbe come alunni Piero Calamandrei e i fratelli Rosselli - hanno espresso parole di condanna per l’aggressione squadrista. La lettera della dirigente ha avuto tuttavia un’altra risonanza, tanto da meritare le minacce del Ministro dell’Istruzione Valditara, che l’ha giudicata impropria (“Non compete ad una preside lanciare messaggi di questo tipo”) e ha promesso provvedimenti.
Ma, al di là del contesto che l’ha generata, la lettera è spunto ottimo, soprattutto perché invita a riflettere con equilibrio e lucidità sull’humus su cui nacque il fascismo “ai bordi di un marciapiede qualunque”, nell’indifferenza di chi vedeva e non interveniva.
A distanza di un secolo, nel solco di una democrazia non perfetta ma solida, potremmo (dovremmo) avere il coraggio di fare i conti con il passato, senza negare che la storia del nostro Paese sia stata segnata da una pagina lunga e buia. Guardandola in faccia “sine ira et studio” come avrebbe detto il buon Tacito, e rendendoci conto che, se un ritorno al fascismo è improbabile, ci misuriamo oggi, come cento anni fa, con il senso di incertezza, con la delusione della politica, con il desiderio di cambiamento.
Furono le stesse leve che permisero al fascismo di fare presa facilmente, nonostante la sua inconsistenza teorica. La marcia su Roma fu preceduta, di almeno due anni, da numerosissimi episodi di squadrismo, accolti con sguardi di sottovalutazione e di indifferenza.
Sono le stesse leve su cui vorrebbe agire Azione studentesca che, non mediata dagli equilibri e dai necessari compromessi di chi è in parlamento o si trova a governare, è davvero un rigurgito di fascismo. È sufficiente dare un’occhiata al sito ufficiale: sono trattati temi di stretta attualità, ma con un lessico violento e un uso della violenza non esclusa come metodo, nel nome di patria, razza, confini.
Anche oggi, come ieri, tra chi guarda attonito o divertito, tra chi sussurra “scappa scappa scappa”, tra chi impreca e chi insulta, ci può salvare solo chi ha il coraggio di intervenire. Come quell’insegnante di Firenze, che ha interrotto il pestaggio urlando “Ma cosa fate, ragazzi? basta! chiamate il 113”
Il male è banale, avrebbe detto Hannah Arendt, ma può essere per fortuna banale anche il bene. La scuola può aiutare a capirne la differenza. Se non è questo il suo compito, allora quale dovrebbe essere?
Il caso Firenze e il compito della scuola
05 marzo 2023
Cuneo
La cronaca avrebbe potuto essere secondaria, per quanto grave: un pestaggio brutale, davanti al liceo Michelangiolo di Firenze, per fortuna senza grosse conseguenze, perché fermato da un’insegnante intraprendente e dall’arrivo della Polizia. Ma la matrice indiscutibilmente politica dell’episodio gli ha conferito tutta un’altra eco: e in una manciata di giorni è stato un susseguirsi di silenzi imbarazzati prima, di circolari e di minacce, fino ad arrivare al sigillo di un monito del presidente Mattarella.
Il governo in generale, e il ministro dell’Istruzione in particolare, in un primo momento, non hanno rilasciato dichiarazioni. L’appartenenza politica dei protagonisti dell’aggressione - tesserati nel movimento di estrema destra Azione Studentesca - deve aver forse generato qualche imbarazzo, per la sua vicinanza, non nascosta, a Fratelli d’Italia: a Firenze partito e movimento condividono la stessa sede.
Qualche giorno dopo, però, la preside di un altro liceo fiorentino, Annalisa Savino, ha scritto un messaggio ai suoi alunni, presto rimbalzato nel tam-tam dei social. Ad onor della cronaca, va detto che anche il collegio docenti ed il consiglio d’istituto del liceo Michelangiolo - che ebbe come alunni Piero Calamandrei e i fratelli Rosselli - hanno espresso parole di condanna per l’aggressione squadrista. La lettera della dirigente ha avuto tuttavia un’altra risonanza, tanto da meritare le minacce del Ministro dell’Istruzione Valditara, che l’ha giudicata impropria (“Non compete ad una preside lanciare messaggi di questo tipo”) e ha promesso provvedimenti.
Ma, al di là del contesto che l’ha generata, la lettera è spunto ottimo, soprattutto perché invita a riflettere con equilibrio e lucidità sull’humus su cui nacque il fascismo “ai bordi di un marciapiede qualunque”, nell’indifferenza di chi vedeva e non interveniva.
A distanza di un secolo, nel solco di una democrazia non perfetta ma solida, potremmo (dovremmo) avere il coraggio di fare i conti con il passato, senza negare che la storia del nostro Paese sia stata segnata da una pagina lunga e buia. Guardandola in faccia “sine ira et studio” come avrebbe detto il buon Tacito, e rendendoci conto che, se un ritorno al fascismo è improbabile, ci misuriamo oggi, come cento anni fa, con il senso di incertezza, con la delusione della politica, con il desiderio di cambiamento.
Furono le stesse leve che permisero al fascismo di fare presa facilmente, nonostante la sua inconsistenza teorica. La marcia su Roma fu preceduta, di almeno due anni, da numerosissimi episodi di squadrismo, accolti con sguardi di sottovalutazione e di indifferenza.
Sono le stesse leve su cui vorrebbe agire Azione studentesca che, non mediata dagli equilibri e dai necessari compromessi di chi è in parlamento o si trova a governare, è davvero un rigurgito di fascismo. È sufficiente dare un’occhiata al sito ufficiale: sono trattati temi di stretta attualità, ma con un lessico violento e un uso della violenza non esclusa come metodo, nel nome di patria, razza, confini.
Anche oggi, come ieri, tra chi guarda attonito o divertito, tra chi sussurra “scappa scappa scappa”, tra chi impreca e chi insulta, ci può salvare solo chi ha il coraggio di intervenire. Come quell’insegnante di Firenze, che ha interrotto il pestaggio urlando “Ma cosa fate, ragazzi? basta! chiamate il 113”
Il male è banale, avrebbe detto Hannah Arendt, ma può essere per fortuna banale anche il bene. La scuola può aiutare a capirne la differenza. Se non è questo il suo compito, allora quale dovrebbe essere?