In ritardo
Lo siamo a volte con gli appuntamenti della vita. Nel senso che solo a posteriori riconosciamo la verità di un’affermazione, il dono di una presenza. Non a caso T.W. Adorno scrisse che non si può dire di essere felici, ma solo di essere stati felici. Perché mentre la vita scorreva “abbiamo vissuto l’esperienza, ma perso il significato” (T. S. Eliot). Rimpiangiamo la pace in tempi di guerra, l’abbondanza nella carestia. Il senso di quello che abbiamo sfiorato e perduto lo recuperiamo dopo. Per questo molti amano raccontare: per rendere onore ai momenti significativi non riconosciuti in tempo reale e per allenarsi a riconoscere la vita quando chiama. Perdita e mancanza ci fanno crescere: anche così “Dio matura” (R.M.Rilke).
Accade anche ai discepoli di Emmaus. Camminano e cenano con Gesù. Stanno così bene con lui! Ma lo riconoscono dopo, quando ormai lui è andato. “È in quel momento di luce e contatto, proprio nell’istante del riconoscimento che Gesù - senza proferire parole - si ritira. Questo è ciò che mi piace di più della scena” scrive Pablo d’Ors in Autobiografia della luce. Gesù si fa da parte, lascia spazio, autonomia di riflessione, non si sostituisce, non si sovrappone. “L’andarsene di Gesù sembra un’esperienza crudele, è invece liberante, spinge i discepoli a prendere sul serio il proprio cammino personale”, ad assumersi la responsabilità della propria vita. Dopo la sparizione del Maestro si chiedono “Non ardeva forse il nostro cuore mentre ci spiegava le Scritture e spezzava il pane?” Aggiunge Pablo d’Ors:“Non si riesce a capire un cuore che arde finché arde”. Solo dopo. Tutto si chiarisce retrospettivamente, perché è importante rileggere noi stessi, tornare sui nostri passi, per imparare da distrazioni ed errori.
Potenza della vita e grazia del dono si svelano anche attraverso la ferita provocata dal nostro ritardo a riconoscerli: un promemoria per il qui ed ora.
editoriale
In ritardo
Lo siamo a volte con gli appuntamenti della vita. Nel senso che solo a posteriori riconosciamo la verità di un’affermazione, il dono di una presenza. Non a caso T.W. Adorno scrisse che non si può dire di essere felici, ma solo di essere stati felici. Perché mentre la vita scorreva “abbiamo vissuto l’esperienza, ma perso il significato” (T. S. Eliot). Rimpiangiamo la pace in tempi di guerra, l’abbondanza nella carestia. Il senso di quello che abbiamo sfiorato e perduto lo recuperiamo dopo. Per questo molti amano raccontare: per rendere onore ai momenti significativi non riconosciuti in tempo reale e per allenarsi a riconoscere la vita quando chiama. Perdita e mancanza ci fanno crescere: anche così “Dio matura” (R.M.Rilke).
Accade anche ai discepoli di Emmaus. Camminano e cenano con Gesù. Stanno così bene con lui! Ma lo riconoscono dopo, quando ormai lui è andato. “È in quel momento di luce e contatto, proprio nell’istante del riconoscimento che Gesù - senza proferire parole - si ritira. Questo è ciò che mi piace di più della scena” scrive Pablo d’Ors in Autobiografia della luce. Gesù si fa da parte, lascia spazio, autonomia di riflessione, non si sostituisce, non si sovrappone. “L’andarsene di Gesù sembra un’esperienza crudele, è invece liberante, spinge i discepoli a prendere sul serio il proprio cammino personale”, ad assumersi la responsabilità della propria vita. Dopo la sparizione del Maestro si chiedono “Non ardeva forse il nostro cuore mentre ci spiegava le Scritture e spezzava il pane?” Aggiunge Pablo d’Ors:“Non si riesce a capire un cuore che arde finché arde”. Solo dopo. Tutto si chiarisce retrospettivamente, perché è importante rileggere noi stessi, tornare sui nostri passi, per imparare da distrazioni ed errori.
Potenza della vita e grazia del dono si svelano anche attraverso la ferita provocata dal nostro ritardo a riconoscerli: un promemoria per il qui ed ora.
In ritardo
26 febbraio 2023
Cuneo
In ritardo
Lo siamo a volte con gli appuntamenti della vita. Nel senso che solo a posteriori riconosciamo la verità di un’affermazione, il dono di una presenza. Non a caso T.W. Adorno scrisse che non si può dire di essere felici, ma solo di essere stati felici. Perché mentre la vita scorreva “abbiamo vissuto l’esperienza, ma perso il significato” (T. S. Eliot). Rimpiangiamo la pace in tempi di guerra, l’abbondanza nella carestia. Il senso di quello che abbiamo sfiorato e perduto lo recuperiamo dopo. Per questo molti amano raccontare: per rendere onore ai momenti significativi non riconosciuti in tempo reale e per allenarsi a riconoscere la vita quando chiama. Perdita e mancanza ci fanno crescere: anche così “Dio matura” (R.M.Rilke).
Accade anche ai discepoli di Emmaus. Camminano e cenano con Gesù. Stanno così bene con lui! Ma lo riconoscono dopo, quando ormai lui è andato. “È in quel momento di luce e contatto, proprio nell’istante del riconoscimento che Gesù - senza proferire parole - si ritira. Questo è ciò che mi piace di più della scena” scrive Pablo d’Ors in Autobiografia della luce. Gesù si fa da parte, lascia spazio, autonomia di riflessione, non si sostituisce, non si sovrappone. “L’andarsene di Gesù sembra un’esperienza crudele, è invece liberante, spinge i discepoli a prendere sul serio il proprio cammino personale”, ad assumersi la responsabilità della propria vita. Dopo la sparizione del Maestro si chiedono “Non ardeva forse il nostro cuore mentre ci spiegava le Scritture e spezzava il pane?” Aggiunge Pablo d’Ors:“Non si riesce a capire un cuore che arde finché arde”. Solo dopo. Tutto si chiarisce retrospettivamente, perché è importante rileggere noi stessi, tornare sui nostri passi, per imparare da distrazioni ed errori.
Potenza della vita e grazia del dono si svelano anche attraverso la ferita provocata dal nostro ritardo a riconoscerli: un promemoria per il qui ed ora.