Che virologi e affini abbiano patito una stagione nella quale fortunatamente il Covid-19 e le sue varianti sono risultate meno aggressive di quanto accaduto negli anni precedenti è del tutto evidente. La loro acquisita mediaticità infatti è venuta gradualmente scemando e la loro presenza sulle prime pagine dei quotidiani e nei talk televisivi si è fatta via via più rada. Così non sono mancati, da parte di non pochi di loro, più o meno riusciti tentativi di ricuperare la centralità perduta e di riacquisire quel ruolo di opinionisti accreditati che stava tramontando. Non senza, come nel caso della biologa Antonella Viola, spingersi incautamente in dichiarazioni inquietanti: come quelle che “le persone che bevono da uno a due bicchieri di vino al giorno hanno un volume di cervello inferiore rispetto a chi non beve mai” e che “non solo l’abuso, ma anche un consumo moderato di alcol danneggia il cervello”.
Se l’intento della Viola era quello di tornare in auge indubbiamente ce l’ha fatta: le sue parole hanno infiammato media e social. E ad intervenire sono stati neurologi e nutrizionisti, cardiologi e oncologi, giornalisti e produttori di vino, ristoratori e rappresentanti di organizzazioni agricole. Così, se sul piano imprenditoriale a levarsi è stato un coro di proteste nei confronti di dichiarazioni capaci di compromettere un consumo di vino che gioca un ruolo chiave all’interno della filiera alimentare, dall’altra - e dunque sul piano scientifico - la reazione è diventata puntuale. Smentendo, non di rado in modo preciso e documentato, quelle che in modo fin troppo perentorio la biologa padovana aveva dichiarato essere “non opinioni personali o di una minoranza di ricercatori, ma la posizione ufficiale della comunità scientifica che si occupa di nutrizione umana, di oncologia, di tossicologia e di patologia”.
Al di là però delle puntualizzazioni mediche, non di rado perplesse di fronte alla perentorietà di queste dichiarazioni, a lasciare stupiti resta la demonizzazione del vino fatta dalla Viola senza se e senza ma. Una demonizzazione radicale che si scontra con una tradizione millenaria che ha sempre attribuito al vino una valenza talmente positiva, da farlo considerare addirittura come un dono divino. È singolare, al riguardo, che già nell’Epopea di Gilgameš, risalente al 2000 a.C., si parli di una “donna della vigna, che fa il vino e che siede nel giardino sulla riva del mare con la coppa d’oro e i tini d’oro a lei donati dagli dei”; che nel Libro dei Salmi si leghi l’abbondanza di vino alla benedizione divina e si insista sul fatto che “il vino allieta il cuore dell’uomo”; che il poeta Alceo, nel VII secolo a.C., connoti il vino come “oblio dei mali, donato all’uomo da Zeus”; e infine che Cristo stesso, durante l’ultima cena, assicuri che non berrà più vino, “fino al giorno in cui ne berrò nel regno di Dio”.
Certo questa tradizione non ha pretese scientifiche, ma ha il sapore della vita vera: quella vissuta con la consapevolezza di non potersi comunque sottrarre a quello che Schopenhauer definisce come “lo scoglio contro il quale l’uomo, dopo aver invano cercato di evitarlo, inevitabilmente andrà a infrangersi”. Questa consapevolezza, se evidentemente non va assunta come giustificazione al bere vino in modo irresponsabile, impedisce anche di conformarsi a improbabili posizioni salutiste radicali che sembrerebbero suggerire di “vivere da malati per morire sani”. E allora bevetevi tranquillamente, come accade da millenni e alla faccia della Viola, qualche buon bicchiere di vino. Magari “sogghignando - come scriveva quel Giacomo Bologna che ha trasformato la barbera in un’eccellenza enologica - di quell’uomo senza canti e senza suoni, senza donne e senza vino, che dovrebbe vivere una decina d’anni più di voi”.
editoriale
Che virologi e affini abbiano patito una stagione nella quale fortunatamente il Covid-19 e le sue varianti sono risultate meno aggressive di quanto accaduto negli anni precedenti è del tutto evidente. La loro acquisita mediaticità infatti è venuta gradualmente scemando e la loro presenza sulle prime pagine dei quotidiani e nei talk televisivi si è fatta via via più rada. Così non sono mancati, da parte di non pochi di loro, più o meno riusciti tentativi di ricuperare la centralità perduta e di riacquisire quel ruolo di opinionisti accreditati che stava tramontando. Non senza, come nel caso della biologa Antonella Viola, spingersi incautamente in dichiarazioni inquietanti: come quelle che “le persone che bevono da uno a due bicchieri di vino al giorno hanno un volume di cervello inferiore rispetto a chi non beve mai” e che “non solo l’abuso, ma anche un consumo moderato di alcol danneggia il cervello”.
Se l’intento della Viola era quello di tornare in auge indubbiamente ce l’ha fatta: le sue parole hanno infiammato media e social. E ad intervenire sono stati neurologi e nutrizionisti, cardiologi e oncologi, giornalisti e produttori di vino, ristoratori e rappresentanti di organizzazioni agricole. Così, se sul piano imprenditoriale a levarsi è stato un coro di proteste nei confronti di dichiarazioni capaci di compromettere un consumo di vino che gioca un ruolo chiave all’interno della filiera alimentare, dall’altra - e dunque sul piano scientifico - la reazione è diventata puntuale. Smentendo, non di rado in modo preciso e documentato, quelle che in modo fin troppo perentorio la biologa padovana aveva dichiarato essere “non opinioni personali o di una minoranza di ricercatori, ma la posizione ufficiale della comunità scientifica che si occupa di nutrizione umana, di oncologia, di tossicologia e di patologia”.
Al di là però delle puntualizzazioni mediche, non di rado perplesse di fronte alla perentorietà di queste dichiarazioni, a lasciare stupiti resta la demonizzazione del vino fatta dalla Viola senza se e senza ma. Una demonizzazione radicale che si scontra con una tradizione millenaria che ha sempre attribuito al vino una valenza talmente positiva, da farlo considerare addirittura come un dono divino. È singolare, al riguardo, che già nell’Epopea di Gilgameš, risalente al 2000 a.C., si parli di una “donna della vigna, che fa il vino e che siede nel giardino sulla riva del mare con la coppa d’oro e i tini d’oro a lei donati dagli dei”; che nel Libro dei Salmi si leghi l’abbondanza di vino alla benedizione divina e si insista sul fatto che “il vino allieta il cuore dell’uomo”; che il poeta Alceo, nel VII secolo a.C., connoti il vino come “oblio dei mali, donato all’uomo da Zeus”; e infine che Cristo stesso, durante l’ultima cena, assicuri che non berrà più vino, “fino al giorno in cui ne berrò nel regno di Dio”.
Certo questa tradizione non ha pretese scientifiche, ma ha il sapore della vita vera: quella vissuta con la consapevolezza di non potersi comunque sottrarre a quello che Schopenhauer definisce come “lo scoglio contro il quale l’uomo, dopo aver invano cercato di evitarlo, inevitabilmente andrà a infrangersi”. Questa consapevolezza, se evidentemente non va assunta come giustificazione al bere vino in modo irresponsabile, impedisce anche di conformarsi a improbabili posizioni salutiste radicali che sembrerebbero suggerire di “vivere da malati per morire sani”. E allora bevetevi tranquillamente, come accade da millenni e alla faccia della Viola, qualche buon bicchiere di vino. Magari “sogghignando - come scriveva quel Giacomo Bologna che ha trasformato la barbera in un’eccellenza enologica - di quell’uomo senza canti e senza suoni, senza donne e senza vino, che dovrebbe vivere una decina d’anni più di voi”.
La forza di una tradizione millenaria contro la demonizzazione del vino
04 febbraio 2023
Cuneo
Che virologi e affini abbiano patito una stagione nella quale fortunatamente il Covid-19 e le sue varianti sono risultate meno aggressive di quanto accaduto negli anni precedenti è del tutto evidente. La loro acquisita mediaticità infatti è venuta gradualmente scemando e la loro presenza sulle prime pagine dei quotidiani e nei talk televisivi si è fatta via via più rada. Così non sono mancati, da parte di non pochi di loro, più o meno riusciti tentativi di ricuperare la centralità perduta e di riacquisire quel ruolo di opinionisti accreditati che stava tramontando. Non senza, come nel caso della biologa Antonella Viola, spingersi incautamente in dichiarazioni inquietanti: come quelle che “le persone che bevono da uno a due bicchieri di vino al giorno hanno un volume di cervello inferiore rispetto a chi non beve mai” e che “non solo l’abuso, ma anche un consumo moderato di alcol danneggia il cervello”.
Se l’intento della Viola era quello di tornare in auge indubbiamente ce l’ha fatta: le sue parole hanno infiammato media e social. E ad intervenire sono stati neurologi e nutrizionisti, cardiologi e oncologi, giornalisti e produttori di vino, ristoratori e rappresentanti di organizzazioni agricole. Così, se sul piano imprenditoriale a levarsi è stato un coro di proteste nei confronti di dichiarazioni capaci di compromettere un consumo di vino che gioca un ruolo chiave all’interno della filiera alimentare, dall’altra - e dunque sul piano scientifico - la reazione è diventata puntuale. Smentendo, non di rado in modo preciso e documentato, quelle che in modo fin troppo perentorio la biologa padovana aveva dichiarato essere “non opinioni personali o di una minoranza di ricercatori, ma la posizione ufficiale della comunità scientifica che si occupa di nutrizione umana, di oncologia, di tossicologia e di patologia”.
Al di là però delle puntualizzazioni mediche, non di rado perplesse di fronte alla perentorietà di queste dichiarazioni, a lasciare stupiti resta la demonizzazione del vino fatta dalla Viola senza se e senza ma. Una demonizzazione radicale che si scontra con una tradizione millenaria che ha sempre attribuito al vino una valenza talmente positiva, da farlo considerare addirittura come un dono divino. È singolare, al riguardo, che già nell’Epopea di Gilgameš, risalente al 2000 a.C., si parli di una “donna della vigna, che fa il vino e che siede nel giardino sulla riva del mare con la coppa d’oro e i tini d’oro a lei donati dagli dei”; che nel Libro dei Salmi si leghi l’abbondanza di vino alla benedizione divina e si insista sul fatto che “il vino allieta il cuore dell’uomo”; che il poeta Alceo, nel VII secolo a.C., connoti il vino come “oblio dei mali, donato all’uomo da Zeus”; e infine che Cristo stesso, durante l’ultima cena, assicuri che non berrà più vino, “fino al giorno in cui ne berrò nel regno di Dio”.
Certo questa tradizione non ha pretese scientifiche, ma ha il sapore della vita vera: quella vissuta con la consapevolezza di non potersi comunque sottrarre a quello che Schopenhauer definisce come “lo scoglio contro il quale l’uomo, dopo aver invano cercato di evitarlo, inevitabilmente andrà a infrangersi”. Questa consapevolezza, se evidentemente non va assunta come giustificazione al bere vino in modo irresponsabile, impedisce anche di conformarsi a improbabili posizioni salutiste radicali che sembrerebbero suggerire di “vivere da malati per morire sani”. E allora bevetevi tranquillamente, come accade da millenni e alla faccia della Viola, qualche buon bicchiere di vino. Magari “sogghignando - come scriveva quel Giacomo Bologna che ha trasformato la barbera in un’eccellenza enologica - di quell’uomo senza canti e senza suoni, senza donne e senza vino, che dovrebbe vivere una decina d’anni più di voi”.