editoriale

Economia, diritto, sport e la mancanza del limite

04 febbraio 2023

Cuneo

calcio Il mondo dello sport italiano sta vivendo giorni non semplici. Da un lato, la vicenda delle plusvalenze e, dall’altro, le denunce di alcune ex-atlete della ginnastica di comportamenti gravi e gravissimi che sarebbero stati tenuti da parte di allenatrici, sono al centro delle cronache. In situazioni come queste non è sufficiente dire che “la giustizia deve fare il suo corso” perché, per certi aspetti, è proprio il tema della giustizia sportiva (e dei rapporti con la giustizia ordinaria) quello sul quale molti stanno riflettendo. Lo sport è una pratica antichissima. Di giochi a sfondo sportivo si parla nell’Iliade e il discobolo di Mirone è noto a tutti. Si può dire che, da sempre, lo sport ha rappresentato una espressione umana tra le più praticate, ritratte e ammirate. Eppure, l’idea di un ordinamento sportivo propriamente detto è decisamente recente: si fa tradizionalmente risalire al 1894, anno di fondazione del Comitato Olimpico Internazionale, nato per l’organizzazione delle Olimpiadi di Atene, che si sarebbero tenute due anni più tardi. Da allora, e con passaggi anche delicati, la dialettica tra mondo sportivo e ordinamento giuridico ordinario è stata oggetto di numerose riflessioni e riforme che, oggi, inducono gli studiosi a dire che lo sport gode di una autonomia “relativa” rispetto all’ordinamento statale. L’attività sportiva vive di regole proprie e ciò, in sé, è giustificato. Autorevoli costituzionalisti hanno confermato la bontà di questa impostazione, evidenziando come lo sport, inteso anche come espressione di sé e di valori educativi e aggregativi, meriti una disciplina speciale con numerose divergenze rispetto all’ordinamento ordinario. È per questo motivo che, ad esempio, sono ammessi gli sport di contatto, dove l’incolumità dei praticanti è consapevolmente esposta a rischi che non sarebbero consentiti nella vita ordinaria. Sulla base di questo principio, sono stati costruiti precari equilibri tra mondo sportivo e ordinamento statale, che vivono momenti di speciale tensione quando le regole del mondo sportivo sono divergenti, o addirittura entrano in conflitto, con quelle ordinarie. A poco sono valse, a questo proposito, le pur articolate disposizioni della legge numero 280 del 2003, con la quale si è tentato (in molti casi con successo) di affrontare e risolvere le possibili criticità. Non tutto, però, è filato liscio dal 2003 in avanti. Le questioni tecniche, quelle disciplinari, economiche o amministrative in ambito sportivo tendono a coinvolgere diritti e interessi legittimi rilevanti anche per l’ordinamento giuridico statale. Oggi, le questioni sono, ulteriormente, salite di livello. Il diritto alla salute, inteso anche come benessere psicologico e quello della regolarità contabile di realtà sportive che hanno assunto una rilevanza economica e finanziaria di primissimo livello stanno portando alla luce nuovi e importantissimi temi di discussione e di riflessione. Al di là dell’esito (tutt’altro che scontato) degli accertamenti in corso presso le varie sedi, ciò che varrebbe la pena di capire una volta per tutte è quanto il sistema sportivo nel suo complesso (e non questa o quella società) possa permettersi di pensare e di agire come un unicum a sé stante, sempre e comunque. È ancora ammissibile che la maggior parte delle società professionistiche di calcio possano accumulare passivi spropositati per alimentare ambizioni di dirigenze e tifosi e appetiti insaziabili di calciatori e procuratori? È accettabile che la pratica dello sport di vertice esiga metodologie di allenamento che, spesso anche se in sé lecite, sottopongono il fisico e la mente degli atleti a un livello di stress destinato a lasciare pesanti tracce di sé per tutta la vita? Allargando lo sguardo: è tollerabile che alcune grandi manifestazioni sportive vengano organizzate in luoghi dove, sfacciatamente, vengono ignorati i più elementari diritti umani? Per lo sport, potrebbe essere giunto il momento di ripensare a se stesso e ai nuovi equilibri da trovare con una dimensione economica e di diritto che pare aver perso ogni ragionevolezza. L’occasione è preziosa, perché sono tanti gli aspetti della nostra vita civile e sociale che potrebbero essere toccati e spinti verso scelte virtuose e sostenibili proprio da ritrovati modelli autenticamente sportivi, dove il senso dell’equilibrio e del limite dovrebbero governare le scelte.  
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