“Neve, insegnami tu come cadere …” È l’attacco della canzone di Giorgia e Marco Mengoni, “Come neve” (2018), che ispira una riflessione non tanto sul “quando” si cade, esperienza umana inevitabile, quanto su “come” lo si può fare. C’entra con la malinconica accettazione, con il dolore non esibito, con il torto subito e non rivendicato, in nome di un più urgente bisogno di raccoglimento e fuga dal clamore.
“Insegnami come sparire senza rumore, scivolare nel corso degli anni, non pesare sul cuore degli altri…”. L’immagine è potente e delicata insieme: accumuliamo rancori come pesi, ricordi che sono zavorre, traumi irrisolti come uncini che agganciano il peggio dentro di noi e gli altri e ce lo ripropongono come se fosse l’unico film proiettabile. La vita diventa un peso, le relazioni anche. Calvino proponeva la leggerezza come antidoto alla pesantezza del mondo e la sintetizzava in un movimento ascensionale, di sopraelevazione, come quello di Cosimo ne “Il barone rampante” che sale sugli alberi per non discenderne più, disgustato dalla realtà deludente. In questa canzone invece non si sale, ma si scende. Come unica possibilità. E proprio perché si sa che la caduta è dolorosa per tutti, la si affronta con l’intenzione di non aggiungere pesi al cuore già provato degli altri. La neve cade leggera, senza il botto. Tant’è vero che ci concentriamo sull’aereo ed elegante fluttuare, sul soffice candore che si accumula sul paesaggio. La neve si posa. Non precipita, copre.
“Neve, imparo da te che sai come fare, a coprire le nostre distanze, a cancellarne anche solo un momento le tracce”. Ecco un’altra immagine che evoca il gesto di mettere il proprio cuore al sicuro, avvolto da qualcosa di soffice, invece di focalizzarsi sul senso di mancanza, sulle cose che non sono come vorremmo.
La neve della canzone ci ricorda la possibilità di accedere al potere di autoriparazione e autoconsolazione dentro di noi, la scoperta di poter essere dimora sicura per noi stessi.
Le cose accadono, le cose cadono, a volte gettando scompiglio, facendo molto rumore, altre volte no. Come la neve.
editoriale
“Neve, insegnami tu come cadere …” È l’attacco della canzone di Giorgia e Marco Mengoni, “Come neve” (2018), che ispira una riflessione non tanto sul “quando” si cade, esperienza umana inevitabile, quanto su “come” lo si può fare. C’entra con la malinconica accettazione, con il dolore non esibito, con il torto subito e non rivendicato, in nome di un più urgente bisogno di raccoglimento e fuga dal clamore.
“Insegnami come sparire senza rumore, scivolare nel corso degli anni, non pesare sul cuore degli altri…”. L’immagine è potente e delicata insieme: accumuliamo rancori come pesi, ricordi che sono zavorre, traumi irrisolti come uncini che agganciano il peggio dentro di noi e gli altri e ce lo ripropongono come se fosse l’unico film proiettabile. La vita diventa un peso, le relazioni anche. Calvino proponeva la leggerezza come antidoto alla pesantezza del mondo e la sintetizzava in un movimento ascensionale, di sopraelevazione, come quello di Cosimo ne “Il barone rampante” che sale sugli alberi per non discenderne più, disgustato dalla realtà deludente. In questa canzone invece non si sale, ma si scende. Come unica possibilità. E proprio perché si sa che la caduta è dolorosa per tutti, la si affronta con l’intenzione di non aggiungere pesi al cuore già provato degli altri. La neve cade leggera, senza il botto. Tant’è vero che ci concentriamo sull’aereo ed elegante fluttuare, sul soffice candore che si accumula sul paesaggio. La neve si posa. Non precipita, copre.
“Neve, imparo da te che sai come fare, a coprire le nostre distanze, a cancellarne anche solo un momento le tracce”. Ecco un’altra immagine che evoca il gesto di mettere il proprio cuore al sicuro, avvolto da qualcosa di soffice, invece di focalizzarsi sul senso di mancanza, sulle cose che non sono come vorremmo.
La neve della canzone ci ricorda la possibilità di accedere al potere di autoriparazione e autoconsolazione dentro di noi, la scoperta di poter essere dimora sicura per noi stessi.
Le cose accadono, le cose cadono, a volte gettando scompiglio, facendo molto rumore, altre volte no. Come la neve.
Come neve
02 febbraio 2023
Cuneo
“Neve, insegnami tu come cadere …” È l’attacco della canzone di Giorgia e Marco Mengoni, “Come neve” (2018), che ispira una riflessione non tanto sul “quando” si cade, esperienza umana inevitabile, quanto su “come” lo si può fare. C’entra con la malinconica accettazione, con il dolore non esibito, con il torto subito e non rivendicato, in nome di un più urgente bisogno di raccoglimento e fuga dal clamore.
“Insegnami come sparire senza rumore, scivolare nel corso degli anni, non pesare sul cuore degli altri…”. L’immagine è potente e delicata insieme: accumuliamo rancori come pesi, ricordi che sono zavorre, traumi irrisolti come uncini che agganciano il peggio dentro di noi e gli altri e ce lo ripropongono come se fosse l’unico film proiettabile. La vita diventa un peso, le relazioni anche. Calvino proponeva la leggerezza come antidoto alla pesantezza del mondo e la sintetizzava in un movimento ascensionale, di sopraelevazione, come quello di Cosimo ne “Il barone rampante” che sale sugli alberi per non discenderne più, disgustato dalla realtà deludente. In questa canzone invece non si sale, ma si scende. Come unica possibilità. E proprio perché si sa che la caduta è dolorosa per tutti, la si affronta con l’intenzione di non aggiungere pesi al cuore già provato degli altri. La neve cade leggera, senza il botto. Tant’è vero che ci concentriamo sull’aereo ed elegante fluttuare, sul soffice candore che si accumula sul paesaggio. La neve si posa. Non precipita, copre.
“Neve, imparo da te che sai come fare, a coprire le nostre distanze, a cancellarne anche solo un momento le tracce”. Ecco un’altra immagine che evoca il gesto di mettere il proprio cuore al sicuro, avvolto da qualcosa di soffice, invece di focalizzarsi sul senso di mancanza, sulle cose che non sono come vorremmo.
La neve della canzone ci ricorda la possibilità di accedere al potere di autoriparazione e autoconsolazione dentro di noi, la scoperta di poter essere dimora sicura per noi stessi.
Le cose accadono, le cose cadono, a volte gettando scompiglio, facendo molto rumore, altre volte no. Come la neve.