editoriale

La montagna che tenta di tornare, storie di sognatori con i piedi per terra

28 gennaio 2023

Cuneo

Appennino tosco emiliano Sapendo che la montagna è tanta parte della realtà della nostra provincia, non sono riuscito ad evitare di confrontarmi con questo libro, che dice - in termini non banali – molte cose interessanti sia sul presente della montagna e in particolare dei “nuovi montanari”, sia sull’autore, il quale, partendo dal suo lavoro di grafico a Roma, dove è nato, si è trasformato in un “nomade digitale” che come afferma nel risvolto di copertina,  “sbarca il lunario lavorando come grafico, web designer, fotografo e all’occorrenza scrittore”; e che grazie a queste molteplici attività si è concesso da alcuni anni un “permesso di soggiorno” nella natura, che sente più congeniale della città. La mia motivazione per confrontarmi con il libro non era di tipo letterario ma riguardava i contenuti, che sono quelli di un’indagine giornalistica su gente che vive in montagna, perché in questa scelta ha visto una possibilità di vita diversa e alternativa rispetto a quella prevalente nelle città. A questo punto si comprende come l’interesse per la vita in montagna sia in realtà anzitutto un interesse per forme di vita alternative, per le quali la montagna potrebbe costituire un laboratorio sperimentale, come avvenuto in passato con diversi Ordini monastici. Come afferma un membro della comunità “Tempo di vivere” sull’Appennino piacentino, “la scuola ci insegna a diventare ingegneri e architetti, ma non a fare i genitori, a vivere, a conoscere noi stessi. Una mancanza che produce insoddisfazione di fronte alla quale tiriamo avanti a compensazioni (oggetti, cibo, vacanze), mentre dovremmo cercare di costruire una soddisfazione permanente” (p. 72). Il sottotitolo  del libro (Un viaggio sull’Appennino che ritorna a vivere) ne descrive correttamente il contenuto; ma in realtà il primo capitolo parla di posti familiari a noi cuneesi, e cioè della Valle Maira dove D’Errico ha abitato per tre anni “nella sperduta frazione di Torello” nel comune di Marmora. Un’esperienza che ricorda quella dello scrittore americano Henri Thoreau, che anch’egli nella prima metà dell’Ottocento aveva condotto per più di due anni un “esperimento di vita nei boschi”. Anche quella di D’Errico non era una scelta definitiva (del resto, cosa c’è di definitivo in questa nostra vita “liquida”?), ma un esperimento su se stesso, sulla possibilità di una vita meno stressante e insoddisfacente di quella che conduceva a Roma. L’esperienza in Val Maira si è conclusa con un libro, Un anno di vita in montagna (2017), che ha avuto un insperato successo di pubblico. In questo secondo libro è toccato all’Appennino, l’altra catena montuosa italiana, minore alle Alpi solo per l’altezza delle vette, perché con le sue varie diramazioni secondarie occupa quasi l’intera penisola. “Sono partito con l’idea di cercare barlumi di vita in terre morenti, ho trovato un mondo vivo e vivace che mi ha contagiato con il suo fervore. Cercavo in Appennino un luogo di rinascita personale e ho trovato uno spazio di aspirazioni condivise che si dispiega oltre i paesi e le valli, in una geografia immateriale di relazioni sorprendentemente capaci di rompere distanze e solitudini, quella atavica del montanaro e quella ben più profonda che affligge l’uomo moderno”(p.422). Certo D’Errico aveva al suo attivo l’apprendistato in val Maira, che gli aveva dato idee molto chiare sullo spopolamento della montagna, al quale il nostro concittadino Nuto Revelli ha dedicato due libri significativi. Lo spopolamento è in sostanza un circolo vizioso per il quale, diminuendo gli abitanti, diminuiscono anche i servizi, e viceversa: un circolo vizioso cui si potrebbe rispondere solo innescando un circolo virtuoso di segno opposto, del quale ci sono solo deboli segnali, che tuttavia val la pena di sottolineare e analizzare. D’Errico si era da tempo lasciato alle spalle l’assai diffusa “visione dicotomica e paradossale, che tratteggiava Alpi e Appennini come un sogno bucolico destinato a rimanere tale o, viceversa, come un incubo da cui fuggire” (p. 15). Da un lato “racconti patinati in stile Vanity Fair”, dall’altra “la visione catastrofica di deserti socio-culturali privi di servizi e di prospettive”: due stereotipi che tutti i telespettatori e anche i lettori di giornali conoscono bene, ma che non aiutano affatto a leggere la realtà della montagna. Confesso di essermi in passato lasciato in parte sedurre dall’idea del ritorno di ampie aree del nostro Paese alla “natura selvaggia”. Un processo che è avvenuto e continua ma con risultati prevalentemente negativi, anche perché, in territori da millenni abitati e trasformati dall’uomo, con il rinselvatichimento si spezzano gli equilibri ecologici, si sfigura il paesaggio, e non si sa neppure bene cosa significhi oggi la “natura selvaggia”. E infatti, il quadro che l’autore delinea attraverso la sua indagine non è per nulla dicotomico, ma molto sfaccettato, variegato e complesso, ricco di incanti naturali e umani, ma anche di difficoltà dovute alla durezza delle circostanze materiali e molto più agli intralci della burocrazia e a problemi di comunicazione con la popolazione locale. C’è un elemento comune delle esperienze raccontate nel libro, che fa bene sperare: queste persone molto diverse tra loro, sono accomunate da uno spirito di fondo: “avevano scelto di andare in montagna (o di restarci) senza esiliarsi dal resto del mondo”(pp. 15-16). Il rimanere in contatto con il mondo, grazie ai moderni mezzi di comunicazione, è oggi infinitamente più facile che in passato; anzi si può dire che isolarsi del tutto, in un pianeta di otto miliardi di abitanti, ogni angolo del quale è continuamente percorso da onde elettromagnetiche e da ispezioni satellitari,  non è materialmente possibile. Gli incontri descritti dall’autore mettono in chiaro che, al di là di ogni retorica bucolica, vivere in montagna oggi è tutt’altro che facile sotto molti aspetti, a cominciare da quello economico. Vivere di sola agricoltura o di sola pastorizia (parliamo sempre di piccole aziende ) è praticamente impossibile, come ha imparato sulla sua pelle un piccolo coltivatore abruzzese intervistato: “Classe 1976, fisico asciutto e pelle scottata dal sole, Ettore mi dice che qui come altrove la piccola agricoltura è sostenibile solo se associata al turismo” (p.200). Ma, anche aggiungendo all’agricoltura e alla pastorizia la vendita al dettaglio, la lavorazione del latte o dei prodotti della terra, l’ospitalità o la ristorazione (per non parlare di attività più avventurose, come l’allevamento di asini o la falconeria), far quadrare i conti rimane comunque assai arduo. Un aiuto viene in molti casi da un reddito guadagnato da uno dei membri della famiglia o della comunità, nel mondo esterno oppure sul posto ma in “smart working”, con il quale il Covid ci ha ormai familiarizzati. Una possibilità che forse il libro avrebbe potuto sottolineare maggiormente per la sua validità sul piano economico, ma che richiede una solidità delle relazioni.  
Montagna Valle Maira Spopolamento vita in montagna appennino D'Errico montanari 2.0