Il cervello ha una larga parte di attività che noi non controlliamo, ma sarebbe troppo semplice rassegnarsi per questo motivo all’idea che tanto non fa quello che gli diciamo e quindi non proviamoci neanche. Invece come dimostrano la neuroplasticità alla base della riabilitazione, la meditazione (i neurologi ne hanno studiato gli effetti sul cervello, su richiesta del Dalai Lama), la psicoterapia, la neuropsicologia e purtroppo, in negativo, il neuromarketing, utilizzato selvaggiamente da social network e piattaforme digitali, il nostro cervello è influenzabile. Ma soprattutto è allenabile, altrimenti non potremmo imparare cose nuove o smettere di farne di vecchie e dannose.
Il cervello cerca nella realtà ciò che si aspetta di trovare (vuole tendenzialmente solo delle conferme). Se quindi lo si stimola ad apprendere un assetto mentale più positivo, allenandosi a scegliere pensieri costruttivi, cercherà nella realtà elementi che confermino questa visione, che quindi verrà rinforzata, e si instaurerà un circolo virtuoso. Si tratta di sviluppare nuove abitudini. Ma ce la possiamo fare? Per secoli la scienza ufficiale ha sostenuto che i circuiti cerebrali fossero immutabili, cablati fin dalla nascita per produrre in ogni persona esiti non modificabili dall’apprendimento. Invece il neuroscienziato Eric Kandel vinse il Nobel per la medicina nel 2000 per aver dimostrato che l’apprendimento può modificare la struttura neurale e lo fece studiando il cervello di una lumaca di mare. L’utilizzo del cervello ne modifica costantemente l’architettura. Tanto vale quindi “scegliere consapevolmente come utilizzarlo” e informarsi sulle condizioni più efficaci per farlo funzionare al meglio. Le difficoltà di apprendimento hanno una componente genetica, ma possono aggravarsi a causa di una stimolazione errata, mentre possono attenuarsi in un ambiente attento a offrire gli stimoli più indicati. Gli stimoli di tipo verbale e la temperatura emotiva del contesto hanno in questo senso un impatto importante. Il cervello modifica la propria struttura in risposta all’esperienza, nel bene e nel male: questa è la neuroplasticità, potenzialmente una risorsa, il nostro superpotere trasformativo.
editoriale
Il cervello ha una larga parte di attività che noi non controlliamo, ma sarebbe troppo semplice rassegnarsi per questo motivo all’idea che tanto non fa quello che gli diciamo e quindi non proviamoci neanche. Invece come dimostrano la neuroplasticità alla base della riabilitazione, la meditazione (i neurologi ne hanno studiato gli effetti sul cervello, su richiesta del Dalai Lama), la psicoterapia, la neuropsicologia e purtroppo, in negativo, il neuromarketing, utilizzato selvaggiamente da social network e piattaforme digitali, il nostro cervello è influenzabile. Ma soprattutto è allenabile, altrimenti non potremmo imparare cose nuove o smettere di farne di vecchie e dannose.
Il cervello cerca nella realtà ciò che si aspetta di trovare (vuole tendenzialmente solo delle conferme). Se quindi lo si stimola ad apprendere un assetto mentale più positivo, allenandosi a scegliere pensieri costruttivi, cercherà nella realtà elementi che confermino questa visione, che quindi verrà rinforzata, e si instaurerà un circolo virtuoso. Si tratta di sviluppare nuove abitudini. Ma ce la possiamo fare? Per secoli la scienza ufficiale ha sostenuto che i circuiti cerebrali fossero immutabili, cablati fin dalla nascita per produrre in ogni persona esiti non modificabili dall’apprendimento. Invece il neuroscienziato Eric Kandel vinse il Nobel per la medicina nel 2000 per aver dimostrato che l’apprendimento può modificare la struttura neurale e lo fece studiando il cervello di una lumaca di mare. L’utilizzo del cervello ne modifica costantemente l’architettura. Tanto vale quindi “scegliere consapevolmente come utilizzarlo” e informarsi sulle condizioni più efficaci per farlo funzionare al meglio. Le difficoltà di apprendimento hanno una componente genetica, ma possono aggravarsi a causa di una stimolazione errata, mentre possono attenuarsi in un ambiente attento a offrire gli stimoli più indicati. Gli stimoli di tipo verbale e la temperatura emotiva del contesto hanno in questo senso un impatto importante. Il cervello modifica la propria struttura in risposta all’esperienza, nel bene e nel male: questa è la neuroplasticità, potenzialmente una risorsa, il nostro superpotere trasformativo.
Superpotere
20 gennaio 2023
Cuneo
Il cervello ha una larga parte di attività che noi non controlliamo, ma sarebbe troppo semplice rassegnarsi per questo motivo all’idea che tanto non fa quello che gli diciamo e quindi non proviamoci neanche. Invece come dimostrano la neuroplasticità alla base della riabilitazione, la meditazione (i neurologi ne hanno studiato gli effetti sul cervello, su richiesta del Dalai Lama), la psicoterapia, la neuropsicologia e purtroppo, in negativo, il neuromarketing, utilizzato selvaggiamente da social network e piattaforme digitali, il nostro cervello è influenzabile. Ma soprattutto è allenabile, altrimenti non potremmo imparare cose nuove o smettere di farne di vecchie e dannose.
Il cervello cerca nella realtà ciò che si aspetta di trovare (vuole tendenzialmente solo delle conferme). Se quindi lo si stimola ad apprendere un assetto mentale più positivo, allenandosi a scegliere pensieri costruttivi, cercherà nella realtà elementi che confermino questa visione, che quindi verrà rinforzata, e si instaurerà un circolo virtuoso. Si tratta di sviluppare nuove abitudini. Ma ce la possiamo fare? Per secoli la scienza ufficiale ha sostenuto che i circuiti cerebrali fossero immutabili, cablati fin dalla nascita per produrre in ogni persona esiti non modificabili dall’apprendimento. Invece il neuroscienziato Eric Kandel vinse il Nobel per la medicina nel 2000 per aver dimostrato che l’apprendimento può modificare la struttura neurale e lo fece studiando il cervello di una lumaca di mare. L’utilizzo del cervello ne modifica costantemente l’architettura. Tanto vale quindi “scegliere consapevolmente come utilizzarlo” e informarsi sulle condizioni più efficaci per farlo funzionare al meglio. Le difficoltà di apprendimento hanno una componente genetica, ma possono aggravarsi a causa di una stimolazione errata, mentre possono attenuarsi in un ambiente attento a offrire gli stimoli più indicati. Gli stimoli di tipo verbale e la temperatura emotiva del contesto hanno in questo senso un impatto importante. Il cervello modifica la propria struttura in risposta all’esperienza, nel bene e nel male: questa è la neuroplasticità, potenzialmente una risorsa, il nostro superpotere trasformativo.