Non sono solo i clamori di una guerra insensata nel cuore dell’Europa a mettere in crisi la nostra beata tranquillità di abitanti del Bengodi consumistico, costringendoci a “ripassare” la storia degli ultimi due secoli per riuscire a capire qualcosa di ciò che sta succedendo nel cortile di casa. È anche la natura, che vedevamo come lo sfondo immobile della tumultuosa storia dell’uomo, a obbligarci a ritornare a questa stessa storia, nel momento in cui i cicli naturali vengono turbati dall’azione dell’uomo, dando origine a due fenomeni epocali quali il riscaldamento globale e il Covid 19.
Eppure, le epidemie non sono certo un fattore inedito nella storia dell’umanità.
E, a questo proposito, potremmo chiederci perché diamo per scontato che il Covid 19 passerà come un evento storico di prima grandezza, mentre l’epidemia dell’influenza “spagnola” del 1918-20 (che ha fatto decine di milioni di morti, probabilmente più della prima guerra mondiale) non ha meritato nei libri di storia un posto di primo piano.
Questa una delle domande dalle quali è partita il 16 dicembre scorso la presentazione del volume di Piergiorgio Ardeni, Il ritorno della storia. La crisi ecologica, la pandemia, l’irruzione della natura (Castelvecchi 2022).
Quanto alla “spagnola”, si può tentare qualche risposta. In primo luogo, la catastrofe della prima guerra mondiale ha in parte “oscurato” l’epidemia (certo con la connivenza delle autorità): da fatto pubblico di prima grandezza, essa veniva così derubricata a “fatto privato”. Ma poi, la “spagnola” probabilmente fu vista dalla borghesia illuminata dell’epoca come un “colpo di coda” del passato, l’ultima delle grandi epidemie ormai sconfitte dalla marcia inarrestabile del progresso. La guerra contro le malattie infettive non era ancora terminata, ma le battaglie decisive erano state vinte già nel corso dell’Ottocento, dagli scopritori del mondo dei microbi quali Pasteur e Koch, che avevano definitivamente affossato la vecchia teoria dei “miasmi”, per non parlare dell’influsso delle stelle con le quali se la prendeva ancora il manzoniano don Ferrante.
Fino alla fine dell’Ottocento, la malattia infettiva epidemica era stata per millenni la principale causa di morte (e proprio per questo di solito non “faceva storia”, venendo considerata parte dei ritmi eterni della natura, come le stagioni, il sole, la pioggia, l’estate e l’inverno; in fondo anche le epidemie di peste si ripresentavano abbastanza regolarmente ogni paio di generazioni). Poi, è arrivata la modernità, con l’idea che la natura fosse ormai domata dalla tecnologia dell’uomo (o che comunque fosse solo questione di tempo).
Dopo la metà del Novecento, in un paio di generazioni siamo passati dalla modernità alla postmodernità: non guardiamo più al futuro perché nel futuro già ci sentiamo di essere. Del resto, anche il passato esce dal nostro immaginario, e ci troviamo a vivere in un eterno presente. In sostanza, la storia è uscita dal nostro orizzonte, ma ora, con il Covid e il riscaldamento globale, “il tempo presente si è fermato e noi, sospesi, siamo tornati a guardare indietro per capire come andare avanti. È come se avesse suonato un campanello, facendoci risvegliare, ricordandoci ciò che pareva dimenticato. Ed è anche stato come un avvertimento, per farci sentire tutta la finitezza del nostro essere umani, viventi tra gli altri viventi. Ma anche l’arroganza del nostro essere ricchi e sentirci al riparo di queste occorrenze che colpiscono per lo più i paesi poveri” (op. cit., p. 11). Forse è proprio per questo che il Covid rimarrà nei libri di storia: se la “spagnola” poteva essere vista come un “colpo di coda”, come un fenomeno del passato destinato ad esaurirsi, il Covid 19 segna piuttosto la fine di un’illusione: l’illusione che l’uomo possa esercitare mediante la tecnologia un controllo totale su una natura che è immensamente più forte di lui, e sulla quale si basa la sua sopravvivenza.
Qualcuno potrebbe obiettare che il Covid e il riscaldamento globale sono una conseguenza inevitabile del dominio dell’uomo sulla natura. Ma non c’è nulla di automatico e fatale nel modo in cui l’umanità si è evoluta negli ultimi secoli. Non tutte le società sono state espansive ed invasive come quelle europee degli ultimi secoli, capaci - grazie alla tecnologia e alla ricerca del profitto ad ogni costo - di uno sfruttamento intensivo delle risorse umane e naturali dell’intero pianeta. Forse più che di “Antropocene” sarebbe giusto parlare - suggerisce Ardeni - di “Capitalocene”.
editoriale
Non sono solo i clamori di una guerra insensata nel cuore dell’Europa a mettere in crisi la nostra beata tranquillità di abitanti del Bengodi consumistico, costringendoci a “ripassare” la storia degli ultimi due secoli per riuscire a capire qualcosa di ciò che sta succedendo nel cortile di casa. È anche la natura, che vedevamo come lo sfondo immobile della tumultuosa storia dell’uomo, a obbligarci a ritornare a questa stessa storia, nel momento in cui i cicli naturali vengono turbati dall’azione dell’uomo, dando origine a due fenomeni epocali quali il riscaldamento globale e il Covid 19.
Eppure, le epidemie non sono certo un fattore inedito nella storia dell’umanità.
E, a questo proposito, potremmo chiederci perché diamo per scontato che il Covid 19 passerà come un evento storico di prima grandezza, mentre l’epidemia dell’influenza “spagnola” del 1918-20 (che ha fatto decine di milioni di morti, probabilmente più della prima guerra mondiale) non ha meritato nei libri di storia un posto di primo piano.
Questa una delle domande dalle quali è partita il 16 dicembre scorso la presentazione del volume di Piergiorgio Ardeni, Il ritorno della storia. La crisi ecologica, la pandemia, l’irruzione della natura (Castelvecchi 2022).
Quanto alla “spagnola”, si può tentare qualche risposta. In primo luogo, la catastrofe della prima guerra mondiale ha in parte “oscurato” l’epidemia (certo con la connivenza delle autorità): da fatto pubblico di prima grandezza, essa veniva così derubricata a “fatto privato”. Ma poi, la “spagnola” probabilmente fu vista dalla borghesia illuminata dell’epoca come un “colpo di coda” del passato, l’ultima delle grandi epidemie ormai sconfitte dalla marcia inarrestabile del progresso. La guerra contro le malattie infettive non era ancora terminata, ma le battaglie decisive erano state vinte già nel corso dell’Ottocento, dagli scopritori del mondo dei microbi quali Pasteur e Koch, che avevano definitivamente affossato la vecchia teoria dei “miasmi”, per non parlare dell’influsso delle stelle con le quali se la prendeva ancora il manzoniano don Ferrante.
Fino alla fine dell’Ottocento, la malattia infettiva epidemica era stata per millenni la principale causa di morte (e proprio per questo di solito non “faceva storia”, venendo considerata parte dei ritmi eterni della natura, come le stagioni, il sole, la pioggia, l’estate e l’inverno; in fondo anche le epidemie di peste si ripresentavano abbastanza regolarmente ogni paio di generazioni). Poi, è arrivata la modernità, con l’idea che la natura fosse ormai domata dalla tecnologia dell’uomo (o che comunque fosse solo questione di tempo).
Dopo la metà del Novecento, in un paio di generazioni siamo passati dalla modernità alla postmodernità: non guardiamo più al futuro perché nel futuro già ci sentiamo di essere. Del resto, anche il passato esce dal nostro immaginario, e ci troviamo a vivere in un eterno presente. In sostanza, la storia è uscita dal nostro orizzonte, ma ora, con il Covid e il riscaldamento globale, “il tempo presente si è fermato e noi, sospesi, siamo tornati a guardare indietro per capire come andare avanti. È come se avesse suonato un campanello, facendoci risvegliare, ricordandoci ciò che pareva dimenticato. Ed è anche stato come un avvertimento, per farci sentire tutta la finitezza del nostro essere umani, viventi tra gli altri viventi. Ma anche l’arroganza del nostro essere ricchi e sentirci al riparo di queste occorrenze che colpiscono per lo più i paesi poveri” (op. cit., p. 11). Forse è proprio per questo che il Covid rimarrà nei libri di storia: se la “spagnola” poteva essere vista come un “colpo di coda”, come un fenomeno del passato destinato ad esaurirsi, il Covid 19 segna piuttosto la fine di un’illusione: l’illusione che l’uomo possa esercitare mediante la tecnologia un controllo totale su una natura che è immensamente più forte di lui, e sulla quale si basa la sua sopravvivenza.
Qualcuno potrebbe obiettare che il Covid e il riscaldamento globale sono una conseguenza inevitabile del dominio dell’uomo sulla natura. Ma non c’è nulla di automatico e fatale nel modo in cui l’umanità si è evoluta negli ultimi secoli. Non tutte le società sono state espansive ed invasive come quelle europee degli ultimi secoli, capaci - grazie alla tecnologia e alla ricerca del profitto ad ogni costo - di uno sfruttamento intensivo delle risorse umane e naturali dell’intero pianeta. Forse più che di “Antropocene” sarebbe giusto parlare - suggerisce Ardeni - di “Capitalocene”.
Sarà la natura a farci tornare alla storia?
15 gennaio 2023
Cuneo
Non sono solo i clamori di una guerra insensata nel cuore dell’Europa a mettere in crisi la nostra beata tranquillità di abitanti del Bengodi consumistico, costringendoci a “ripassare” la storia degli ultimi due secoli per riuscire a capire qualcosa di ciò che sta succedendo nel cortile di casa. È anche la natura, che vedevamo come lo sfondo immobile della tumultuosa storia dell’uomo, a obbligarci a ritornare a questa stessa storia, nel momento in cui i cicli naturali vengono turbati dall’azione dell’uomo, dando origine a due fenomeni epocali quali il riscaldamento globale e il Covid 19.
Eppure, le epidemie non sono certo un fattore inedito nella storia dell’umanità.
E, a questo proposito, potremmo chiederci perché diamo per scontato che il Covid 19 passerà come un evento storico di prima grandezza, mentre l’epidemia dell’influenza “spagnola” del 1918-20 (che ha fatto decine di milioni di morti, probabilmente più della prima guerra mondiale) non ha meritato nei libri di storia un posto di primo piano.
Questa una delle domande dalle quali è partita il 16 dicembre scorso la presentazione del volume di Piergiorgio Ardeni, Il ritorno della storia. La crisi ecologica, la pandemia, l’irruzione della natura (Castelvecchi 2022).
Quanto alla “spagnola”, si può tentare qualche risposta. In primo luogo, la catastrofe della prima guerra mondiale ha in parte “oscurato” l’epidemia (certo con la connivenza delle autorità): da fatto pubblico di prima grandezza, essa veniva così derubricata a “fatto privato”. Ma poi, la “spagnola” probabilmente fu vista dalla borghesia illuminata dell’epoca come un “colpo di coda” del passato, l’ultima delle grandi epidemie ormai sconfitte dalla marcia inarrestabile del progresso. La guerra contro le malattie infettive non era ancora terminata, ma le battaglie decisive erano state vinte già nel corso dell’Ottocento, dagli scopritori del mondo dei microbi quali Pasteur e Koch, che avevano definitivamente affossato la vecchia teoria dei “miasmi”, per non parlare dell’influsso delle stelle con le quali se la prendeva ancora il manzoniano don Ferrante.
Fino alla fine dell’Ottocento, la malattia infettiva epidemica era stata per millenni la principale causa di morte (e proprio per questo di solito non “faceva storia”, venendo considerata parte dei ritmi eterni della natura, come le stagioni, il sole, la pioggia, l’estate e l’inverno; in fondo anche le epidemie di peste si ripresentavano abbastanza regolarmente ogni paio di generazioni). Poi, è arrivata la modernità, con l’idea che la natura fosse ormai domata dalla tecnologia dell’uomo (o che comunque fosse solo questione di tempo).
Dopo la metà del Novecento, in un paio di generazioni siamo passati dalla modernità alla postmodernità: non guardiamo più al futuro perché nel futuro già ci sentiamo di essere. Del resto, anche il passato esce dal nostro immaginario, e ci troviamo a vivere in un eterno presente. In sostanza, la storia è uscita dal nostro orizzonte, ma ora, con il Covid e il riscaldamento globale, “il tempo presente si è fermato e noi, sospesi, siamo tornati a guardare indietro per capire come andare avanti. È come se avesse suonato un campanello, facendoci risvegliare, ricordandoci ciò che pareva dimenticato. Ed è anche stato come un avvertimento, per farci sentire tutta la finitezza del nostro essere umani, viventi tra gli altri viventi. Ma anche l’arroganza del nostro essere ricchi e sentirci al riparo di queste occorrenze che colpiscono per lo più i paesi poveri” (op. cit., p. 11). Forse è proprio per questo che il Covid rimarrà nei libri di storia: se la “spagnola” poteva essere vista come un “colpo di coda”, come un fenomeno del passato destinato ad esaurirsi, il Covid 19 segna piuttosto la fine di un’illusione: l’illusione che l’uomo possa esercitare mediante la tecnologia un controllo totale su una natura che è immensamente più forte di lui, e sulla quale si basa la sua sopravvivenza.
Qualcuno potrebbe obiettare che il Covid e il riscaldamento globale sono una conseguenza inevitabile del dominio dell’uomo sulla natura. Ma non c’è nulla di automatico e fatale nel modo in cui l’umanità si è evoluta negli ultimi secoli. Non tutte le società sono state espansive ed invasive come quelle europee degli ultimi secoli, capaci - grazie alla tecnologia e alla ricerca del profitto ad ogni costo - di uno sfruttamento intensivo delle risorse umane e naturali dell’intero pianeta. Forse più che di “Antropocene” sarebbe giusto parlare - suggerisce Ardeni - di “Capitalocene”.