“Ho imparato che il mondo non si salva con grandi gesti messianici, ma accumulando atti gentili, delicati, quasi invisibili, atti di compassione quotidiana”.
A parlare è Chris Abani, poeta e scrittore nigeriano, classe 1966, finito in carcere a 18 anni perché il suo primo romanzo era troppo allusivo alla dittatura che teneva in pugno la Nigeria. Per aver detto no al regime è stato quattro volte nel braccio della morte. Ha conosciuto l’orrore della tortura e della guerra: durante la guerra del Biafra sua madre fuggì da un campo profughi all’altro con cinque figli piccoli, dovette affrontare uomini che volevano prendersi il figlio più grande, di nove anni, per farne un bambino soldato. La fuga durò un anno, durante il quale sua madre non pianse mai. Arrivata a Lisbona, in aeroporto fu avvicinata da una donna che svuotò la propria valigia di abiti e giocattoli per darli a tutti loro, magri e malconci. Quella fu l’unica volta che sua madre pianse “perché puoi indurire il cuore di fronte a qualsiasi difficoltà, ma un atto di gentilezza riesce a smontarti”.
Da allora Abani colleziona storie in grado di svelare il segreto dell’umano, il meglio dell’essere uomini: in una parola “ubuntu”. Questa espressione contiene l’idea che non esiste un modo per essere umani senza altre persone. L’unico modo che abbiamo è che la nostra umanità ci venga riflessa, nel bene e nel male. La nostra grandezza e i nostri limiti diventano visibili solo attraverso l’interazione con gli altri e attraverso quello che ci ritorna indietro. Non è quasi mai l’immagine ideale di noi a cui ci piace credere; è più l’equivalente di un insetto contro il vetro, di una macchia sul muro. Ma è un prezioso momento di verità: “non siamo mai così belli come quando siamo brutti”, dice Abani, “perché è quello il momento in cui sappiamo davvero come siamo fatti”. E da lì possiamo ripartire, per crescere ancora.
editoriale
“Ho imparato che il mondo non si salva con grandi gesti messianici, ma accumulando atti gentili, delicati, quasi invisibili, atti di compassione quotidiana”.
A parlare è Chris Abani, poeta e scrittore nigeriano, classe 1966, finito in carcere a 18 anni perché il suo primo romanzo era troppo allusivo alla dittatura che teneva in pugno la Nigeria. Per aver detto no al regime è stato quattro volte nel braccio della morte. Ha conosciuto l’orrore della tortura e della guerra: durante la guerra del Biafra sua madre fuggì da un campo profughi all’altro con cinque figli piccoli, dovette affrontare uomini che volevano prendersi il figlio più grande, di nove anni, per farne un bambino soldato. La fuga durò un anno, durante il quale sua madre non pianse mai. Arrivata a Lisbona, in aeroporto fu avvicinata da una donna che svuotò la propria valigia di abiti e giocattoli per darli a tutti loro, magri e malconci. Quella fu l’unica volta che sua madre pianse “perché puoi indurire il cuore di fronte a qualsiasi difficoltà, ma un atto di gentilezza riesce a smontarti”.
Da allora Abani colleziona storie in grado di svelare il segreto dell’umano, il meglio dell’essere uomini: in una parola “ubuntu”. Questa espressione contiene l’idea che non esiste un modo per essere umani senza altre persone. L’unico modo che abbiamo è che la nostra umanità ci venga riflessa, nel bene e nel male. La nostra grandezza e i nostri limiti diventano visibili solo attraverso l’interazione con gli altri e attraverso quello che ci ritorna indietro. Non è quasi mai l’immagine ideale di noi a cui ci piace credere; è più l’equivalente di un insetto contro il vetro, di una macchia sul muro. Ma è un prezioso momento di verità: “non siamo mai così belli come quando siamo brutti”, dice Abani, “perché è quello il momento in cui sappiamo davvero come siamo fatti”. E da lì possiamo ripartire, per crescere ancora.
Umano
08 dicembre 2022
Cuneo
“Ho imparato che il mondo non si salva con grandi gesti messianici, ma accumulando atti gentili, delicati, quasi invisibili, atti di compassione quotidiana”.
A parlare è Chris Abani, poeta e scrittore nigeriano, classe 1966, finito in carcere a 18 anni perché il suo primo romanzo era troppo allusivo alla dittatura che teneva in pugno la Nigeria. Per aver detto no al regime è stato quattro volte nel braccio della morte. Ha conosciuto l’orrore della tortura e della guerra: durante la guerra del Biafra sua madre fuggì da un campo profughi all’altro con cinque figli piccoli, dovette affrontare uomini che volevano prendersi il figlio più grande, di nove anni, per farne un bambino soldato. La fuga durò un anno, durante il quale sua madre non pianse mai. Arrivata a Lisbona, in aeroporto fu avvicinata da una donna che svuotò la propria valigia di abiti e giocattoli per darli a tutti loro, magri e malconci. Quella fu l’unica volta che sua madre pianse “perché puoi indurire il cuore di fronte a qualsiasi difficoltà, ma un atto di gentilezza riesce a smontarti”.
Da allora Abani colleziona storie in grado di svelare il segreto dell’umano, il meglio dell’essere uomini: in una parola “ubuntu”. Questa espressione contiene l’idea che non esiste un modo per essere umani senza altre persone. L’unico modo che abbiamo è che la nostra umanità ci venga riflessa, nel bene e nel male. La nostra grandezza e i nostri limiti diventano visibili solo attraverso l’interazione con gli altri e attraverso quello che ci ritorna indietro. Non è quasi mai l’immagine ideale di noi a cui ci piace credere; è più l’equivalente di un insetto contro il vetro, di una macchia sul muro. Ma è un prezioso momento di verità: “non siamo mai così belli come quando siamo brutti”, dice Abani, “perché è quello il momento in cui sappiamo davvero come siamo fatti”. E da lì possiamo ripartire, per crescere ancora.