In principio fu il libro. Ma ora il libro, ai tempi del consumismo, si è trasformato in un mero genere di consumo. E, come tale, è divenuto oggetto di strategie promozionali così pervasive da oscurare - come accade negli spot pubblicitari la cui troppo eccellente realizzazione finisce col porre in ombra lo stesso prodotto reclamizzato - proprio il libro in quanto tale. Fino quasi a far smarrire persino al pubblico dei lettori appassionati che un libro nasce, semplicemente e banalmente, per essere letto. Quanto interessa ancora però all’attuale mercato editoriale, allineatosi anch’esso alle leggi di una globalizzazione diffusa e sistemica, che un libro venga davvero letto? Probabilmente assai poco, ad essere benevoli, o forse nulla, ad essere invece realisti. Certo non mancano al riguardo lodevoli eccezioni, ma il grande oceano dell’editoria sembra avere ormai un unico obiettivo: che il libro, una volta pubblicato, venga venduto e faccia possibilmente grandi numeri.
Certo gli editori, tentando così di recuperare quella patina di promotori culturali troppo spesso smarrita sulla strada dell’adeguamento conformistico all’aziendalismo imperante, lamentano ad ogni occasione il basso livello di lettura registrabile in Italia. I rilevamenti statistici al riguardo appaiono del resto piuttosto chiari: appena il 16% degli italiani (dati Istat 2020) può essere ascritto alla categoria dei cosiddetti “lettori forti”, quelli cioè che dichiarano di aver letto nei 12 mesi precedenti l’intervista almeno 12 libri; solo 44,6% può essere annoverato fra i cosiddetti “lettori deboli”, quelli che invece dichiarano di aver letto nello stesso periodo almeno tre libri. E, sebbene le statistiche vadano prese con le molle, ben il 55,4% non appartiene né all’una né all’altra categoria, autoponendosi in una sorta di limbo di “disinteressati alla lettura” il cui unico conforto è di essere in buona compagnia della oltre metà degli italiani.
Sarà forse per contrastare questa situazione non proprio rosea che l’editoria è stata costretta a mettere in atto tutte le possibili strategie promozionali, il cui obiettivo sembra però essere, più che non la lettura di un qualche libro, il loro stesso acquisto. È dunque del tutto in linea con questo obiettivo che gli autori dei libri del momento finiscano col trasformarsi, per promuovere i loro scritti, non solo in reiterati ospiti di talk show televisivi e/o radiofonici, ma addirittura in protagonisti di primo o secondo piano di giochi e quiz programmati dalle diverse reti; che le presentazioni di libri di ogni tipo siano venute moltiplicandosi a dismisura, coinvolgendo librerie e musei, biblioteche e sale pubbliche, non senza che ad accompagnare questi pseudo-vernissage siano talora addirittura buffet volti a incoraggiare una partecipazione altrimenti spesso limitata ai (soliti) amici e parenti; e ancora che le recensioni, che si ritiene possano magicamente aumentare le vendite, proliferino il più possibile.
Al peggio, però, non c’è mai fine. A dimostrarlo è il fatto che anche il libro è stato assurto a protagonista degli ormai sempre più diffusi “festival” (di Sanremo e della Legalità, del Cibo di strada e della Democrazia, della Cosmetica e della Scienza…). E, con tutti questi festival, il libro poteva non avere i suoi? Dalla “Fiera del Libro” di Torino al “Feminim - Festival dell’Editoria delle donne” di Roma, dal “Salerno Letteratura Festival” al pugliese “Salento Book Festival”, fino ai più nostrani “Salone del Libro di Montagna” di Frabosa e “Scrittori in Città” di Cuneo. Tutte occasioni per presentare libri e mettere direttamente in contatto gli autori con i lettori: i primi, purtroppo, non di rado prigionieri di una incontrollata egolatria, i secondi comprensibilmente affascinati dall’incontro coi loro idoli. "L’autore - scriveva Umberto Eco nelle Postille al Nome della Rosa - dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo". Nemmeno Eco però c’è riuscito e i festival dedicati al libro sono venuti moltiplicandosi. Ponendo in secondo piano, col loro inesorabile fermento, proprio il libro e quella sua attenta lettura che - in ultimo - lo rende vivo e attuale.
editoriale
In principio fu il libro. Ma ora il libro, ai tempi del consumismo, si è trasformato in un mero genere di consumo. E, come tale, è divenuto oggetto di strategie promozionali così pervasive da oscurare - come accade negli spot pubblicitari la cui troppo eccellente realizzazione finisce col porre in ombra lo stesso prodotto reclamizzato - proprio il libro in quanto tale. Fino quasi a far smarrire persino al pubblico dei lettori appassionati che un libro nasce, semplicemente e banalmente, per essere letto. Quanto interessa ancora però all’attuale mercato editoriale, allineatosi anch’esso alle leggi di una globalizzazione diffusa e sistemica, che un libro venga davvero letto? Probabilmente assai poco, ad essere benevoli, o forse nulla, ad essere invece realisti. Certo non mancano al riguardo lodevoli eccezioni, ma il grande oceano dell’editoria sembra avere ormai un unico obiettivo: che il libro, una volta pubblicato, venga venduto e faccia possibilmente grandi numeri.
Certo gli editori, tentando così di recuperare quella patina di promotori culturali troppo spesso smarrita sulla strada dell’adeguamento conformistico all’aziendalismo imperante, lamentano ad ogni occasione il basso livello di lettura registrabile in Italia. I rilevamenti statistici al riguardo appaiono del resto piuttosto chiari: appena il 16% degli italiani (dati Istat 2020) può essere ascritto alla categoria dei cosiddetti “lettori forti”, quelli cioè che dichiarano di aver letto nei 12 mesi precedenti l’intervista almeno 12 libri; solo 44,6% può essere annoverato fra i cosiddetti “lettori deboli”, quelli che invece dichiarano di aver letto nello stesso periodo almeno tre libri. E, sebbene le statistiche vadano prese con le molle, ben il 55,4% non appartiene né all’una né all’altra categoria, autoponendosi in una sorta di limbo di “disinteressati alla lettura” il cui unico conforto è di essere in buona compagnia della oltre metà degli italiani.
Sarà forse per contrastare questa situazione non proprio rosea che l’editoria è stata costretta a mettere in atto tutte le possibili strategie promozionali, il cui obiettivo sembra però essere, più che non la lettura di un qualche libro, il loro stesso acquisto. È dunque del tutto in linea con questo obiettivo che gli autori dei libri del momento finiscano col trasformarsi, per promuovere i loro scritti, non solo in reiterati ospiti di talk show televisivi e/o radiofonici, ma addirittura in protagonisti di primo o secondo piano di giochi e quiz programmati dalle diverse reti; che le presentazioni di libri di ogni tipo siano venute moltiplicandosi a dismisura, coinvolgendo librerie e musei, biblioteche e sale pubbliche, non senza che ad accompagnare questi pseudo-vernissage siano talora addirittura buffet volti a incoraggiare una partecipazione altrimenti spesso limitata ai (soliti) amici e parenti; e ancora che le recensioni, che si ritiene possano magicamente aumentare le vendite, proliferino il più possibile.
Al peggio, però, non c’è mai fine. A dimostrarlo è il fatto che anche il libro è stato assurto a protagonista degli ormai sempre più diffusi “festival” (di Sanremo e della Legalità, del Cibo di strada e della Democrazia, della Cosmetica e della Scienza…). E, con tutti questi festival, il libro poteva non avere i suoi? Dalla “Fiera del Libro” di Torino al “Feminim - Festival dell’Editoria delle donne” di Roma, dal “Salerno Letteratura Festival” al pugliese “Salento Book Festival”, fino ai più nostrani “Salone del Libro di Montagna” di Frabosa e “Scrittori in Città” di Cuneo. Tutte occasioni per presentare libri e mettere direttamente in contatto gli autori con i lettori: i primi, purtroppo, non di rado prigionieri di una incontrollata egolatria, i secondi comprensibilmente affascinati dall’incontro coi loro idoli. "L’autore - scriveva Umberto Eco nelle Postille al Nome della Rosa - dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo". Nemmeno Eco però c’è riuscito e i festival dedicati al libro sono venuti moltiplicandosi. Ponendo in secondo piano, col loro inesorabile fermento, proprio il libro e quella sua attenta lettura che - in ultimo - lo rende vivo e attuale.
Dai grandi appuntamenti nazionali a Scrittorincità, quando il libro rischia di ridursi a festival
04 dicembre 2022
Cuneo
In principio fu il libro. Ma ora il libro, ai tempi del consumismo, si è trasformato in un mero genere di consumo. E, come tale, è divenuto oggetto di strategie promozionali così pervasive da oscurare - come accade negli spot pubblicitari la cui troppo eccellente realizzazione finisce col porre in ombra lo stesso prodotto reclamizzato - proprio il libro in quanto tale. Fino quasi a far smarrire persino al pubblico dei lettori appassionati che un libro nasce, semplicemente e banalmente, per essere letto. Quanto interessa ancora però all’attuale mercato editoriale, allineatosi anch’esso alle leggi di una globalizzazione diffusa e sistemica, che un libro venga davvero letto? Probabilmente assai poco, ad essere benevoli, o forse nulla, ad essere invece realisti. Certo non mancano al riguardo lodevoli eccezioni, ma il grande oceano dell’editoria sembra avere ormai un unico obiettivo: che il libro, una volta pubblicato, venga venduto e faccia possibilmente grandi numeri.
Certo gli editori, tentando così di recuperare quella patina di promotori culturali troppo spesso smarrita sulla strada dell’adeguamento conformistico all’aziendalismo imperante, lamentano ad ogni occasione il basso livello di lettura registrabile in Italia. I rilevamenti statistici al riguardo appaiono del resto piuttosto chiari: appena il 16% degli italiani (dati Istat 2020) può essere ascritto alla categoria dei cosiddetti “lettori forti”, quelli cioè che dichiarano di aver letto nei 12 mesi precedenti l’intervista almeno 12 libri; solo 44,6% può essere annoverato fra i cosiddetti “lettori deboli”, quelli che invece dichiarano di aver letto nello stesso periodo almeno tre libri. E, sebbene le statistiche vadano prese con le molle, ben il 55,4% non appartiene né all’una né all’altra categoria, autoponendosi in una sorta di limbo di “disinteressati alla lettura” il cui unico conforto è di essere in buona compagnia della oltre metà degli italiani.
Sarà forse per contrastare questa situazione non proprio rosea che l’editoria è stata costretta a mettere in atto tutte le possibili strategie promozionali, il cui obiettivo sembra però essere, più che non la lettura di un qualche libro, il loro stesso acquisto. È dunque del tutto in linea con questo obiettivo che gli autori dei libri del momento finiscano col trasformarsi, per promuovere i loro scritti, non solo in reiterati ospiti di talk show televisivi e/o radiofonici, ma addirittura in protagonisti di primo o secondo piano di giochi e quiz programmati dalle diverse reti; che le presentazioni di libri di ogni tipo siano venute moltiplicandosi a dismisura, coinvolgendo librerie e musei, biblioteche e sale pubbliche, non senza che ad accompagnare questi pseudo-vernissage siano talora addirittura buffet volti a incoraggiare una partecipazione altrimenti spesso limitata ai (soliti) amici e parenti; e ancora che le recensioni, che si ritiene possano magicamente aumentare le vendite, proliferino il più possibile.
Al peggio, però, non c’è mai fine. A dimostrarlo è il fatto che anche il libro è stato assurto a protagonista degli ormai sempre più diffusi “festival” (di Sanremo e della Legalità, del Cibo di strada e della Democrazia, della Cosmetica e della Scienza…). E, con tutti questi festival, il libro poteva non avere i suoi? Dalla “Fiera del Libro” di Torino al “Feminim - Festival dell’Editoria delle donne” di Roma, dal “Salerno Letteratura Festival” al pugliese “Salento Book Festival”, fino ai più nostrani “Salone del Libro di Montagna” di Frabosa e “Scrittori in Città” di Cuneo. Tutte occasioni per presentare libri e mettere direttamente in contatto gli autori con i lettori: i primi, purtroppo, non di rado prigionieri di una incontrollata egolatria, i secondi comprensibilmente affascinati dall’incontro coi loro idoli. "L’autore - scriveva Umberto Eco nelle Postille al Nome della Rosa - dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo". Nemmeno Eco però c’è riuscito e i festival dedicati al libro sono venuti moltiplicandosi. Ponendo in secondo piano, col loro inesorabile fermento, proprio il libro e quella sua attenta lettura che - in ultimo - lo rende vivo e attuale.