editoriale

Mondiali di calcio in Qatar, diritti umani e logica del profitto

27 novembre 2022

Cuneo

Sebbene l’Italia di Roberto Mancini sia assente ingiustificata, con la partita Qatar-Ecuador del 20 novembre la Coppa del mondo 2022 ha avuto il suo fischio d’inizio. Così, da quella data fino al 18 dicembre, palinsesti televisivi e menabò dei media cartacei di tutto il mondo saranno rivoluzionati per poter seguire via via l’evento fino alla partita destinata a incoronare la squadra vincitrice di questa edizione dei Mondiali. Ora, pur trattandosi di un evento sportivo, è innegabile che ad esso non sia per nulla estranea - e lo è fin dalla prima edizione del 1930 che vide scegliere l’Uruguay come sua sede per festeggiare il centenario della costituzione di quella nazione – una dimensione politica. Dimensione che, del tutto contigua agli affari e al profitto, ha visto assegnare i Mondiali 2022 proprio al Qatar. Che si è aggiudicato questa competizione preliminare battendo 14 a 8 gli Stati Uniti, non prima di aver lasciato piuttosto indietro in classifica Corea del Sud, Giappone e Australia. Nel momento della presentazione delle candidature alla FIFA per i Mondiali 2022, quella del Qatar venne considerata decisamente problematica. Sia per motivi climatici, visto che nel periodo consueto della competizione le temperature raggiungono e superano non di rado i trenta gradi; sia per motivi strutturali, tenuto conto del fatto che al momento dell’assegnazione l’emirato in questione non disponeva di stadi adeguati all’evento; sia ancora per motivi geografici, considerato il suo collocarsi in una delle regioni rese dalla vicinanza con l’Iraq tra le meno stabili del pianeta; sia infine per motivi politici, valutato il suo essere governato da una legge islamica incompatibile con la democrazia e non certo dedita alla tutela dei diritti umani. Tutte perplessità che vennero però liquidate dalla scelta della FIFA, che assegnò l’evento al Qatar affermando che, in questo modo, si sarebbe contribuito alla stabilità, alla sicurezza e alla crescita economico-turistica di tutta la regione. Che le motivazioni effettive della scelta fossero ben altre da quelle addotte dalla FIFA era e resta del tutto evidente. A muovere la governance del calcio internazionale - cosa peraltro del tutto in sintonia con un universo sportivo che da sempre ha nel denaro il suo nemmeno troppo sotterraneo fulcro - è indubbiamente stata, anche in questo caso, la logica del profitto. Logica che ha costretto a inevitabili adattamenti e consapevoli sottovalutazioni, come appare evidente per un verso dallo spostamento della data della competizione sportiva dall’estate all’ultimo mese d’autunno e per l’altro dall’ignorare il reggersi dell’emirato del Qatar su una costituzione che individua nella sharia il proprio esclusivo pilastro legislativo. Senza considerare che, prima o poi, i nodi sarebbero venuti al pettine e che la costante violazione istituzionale dei diritti umani non avrebbe tardato a sollevare il velo di ambiguità con il quale la FIFA stessa aveva cercato di coprire la natura effettiva della propria scelta. Certo va riconosciuto che il Qatar ha fatto fede agli impegni assunti nella fase di accreditamento alla candidatura. Ma a che prezzo? Il Guardian in una sua inchiesta ha indicato in oltre 6.500 i morti, tutti provenienti dall’estremo oriente, legati alla frenetica attività di costruzione di strutture capaci di consentire all’emirato di presentarsi all’appuntamento adempiendo a quanto convenuto con l’ente organizzatore dei mondiali. Sia l’emirato che la FIFA ovviamente hanno contestato il dato. E se il primo non ha certo bisogno di giustificare la violazione a tutto campo dei diritti umani implicito alla sua costituzione, la seconda ha fatto buon viso a cattivo gioco consolandosi col fatto che “la FIFA - come ha detto il suo numero uno, Gianni Infantino - non è la polizia del mondo, né la responsabile di tutto ciò che accade nel mondo”. Meglio dunque far finta di nulla e inseguire il business. O, per dirla con Crozza/Razzi: “Giriamoci dall’altra parte e prendiamoci la grana!”  
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