Tra le primissime iniziative del nuovo Governo c’è stata quella relativa all’innalzamento a cinquemila euro del tetto massimo delle operazioni in contanti.
A fronte delle perplessità di molti, alcuni si sono affrettati a produrre studi dai quali emergerebbe che l’innalzamento della soglia di utilizzo del contante non inciderebbe sull’evasione fiscale e favorirebbe il commercio.
Lasciando ad altri le riflessioni su questo tipo di argomentazioni, che paiono in realtà piuttosto fragili, c’è da dire che l’incidenza sull’evasione fiscale è solo una delle possibili conseguenze negative che non sembrano adeguatamente prese in considerazione. Da tempo, infatti, le autorità sono impegnate in quella che viene definita “war on cash” (cioè “lotta al contante”) con il fine di combattere i traffici illeciti e i crimini contro la Pubblica Amministrazione come la corruzione che, evidentemente, sono alimentati proprio attraverso il contante.
Pare poi essere passato sotto silenzio il tema dei costi legati alla presenza del contante nel sistema. Eppure, sono anni che, tra gli addetti ai lavori, circolano studi approfonditi che dimostrano come il contante generi costi che non hanno eguali rispetto agli altri strumenti di pagamento.
Tra questi studi si segnala, per la consueta accuratezza, una ricerca condotta da Banca d’Italia e pubblicata nel marzo 2020, dal titolo “Il costo sociale degli strumenti di pagamento in Italia”. Si tratta della seconda indagine condotta in materia dopo quella del 2009. Nelle quarantotto pagine della pubblicazione si analizzano i costi legati all’utilizzo dei principali strumenti di pagamento, vale a dire: contanti, assegni, carte di credito, carte di debito, bonifici e addebiti diretti in conto (in passato detti anche “RID”).
Tra i costi sostenuti dal sistema, ci sono quelli dovuti all’impiego di risorse per l’acquisto e l’utilizzo di beni e servizi da altri fornitori (come le spese per attrezzature informatiche e materiali), quelli relativi all’impiego delle risorse umane o al tempo dedicato per l’espletamento delle diverse attività connesse alla gestione dei pagamenti (come la movimentazione e il trasporto) e, infine, le spese per la sicurezza.
Dalla lettura del documento si ricava una interessantissima fotografia delle abitudini e dei comportamenti di spesa degli italiani ma, soprattutto, si constata come il contante sia di gran lunga lo strumento di pagamento meno efficiente.
I dati parlano chiaro. Dal punto di vista della collettività, i costi per abitante legati all’uso del contante (nel 2016, ovvero l’ultimo anno analizzato) sono stati pari a Euro 122,53, contro i 18,09 per le carte di debito (come il Bancomat), 12,93 per le carte di credito, 11,66 per i bonifici, 17,55 per gli assegni e 6,39 per gli addebiti diretti. Se questo dato è certamente influenzato dal numero delle operazioni per singolo strumento (e quelle in contanti sono le più numerose), il quadro è ancora più chiaro se osservato dal versante di chi percepisce il pagamento.
Dal punto di vista del beneficiario del pagamento, infatti, i costi legati all’accettazione dei pagamenti per singola operazione sono stati, in percentuale, dell’1,00% del valore per il contante, dello 0,65% per le carte di pagamento (di debito o di credito), dello 0,05% per gli assegni, dello 0,06% per i bonifici e dello 0,09% per gli addebiti diretti in conto.
Il contante è, quindi, lo strumento di pagamento più costoso per il sistema, poiché l’incasso in contanti richiede tempo, addetti, apparecchiature (come i registratori di cassa), misure di sicurezza per l’incasso, la custodia e il trasporto.
Per ciò che riguarda, infine, il punto di vista del sistema bancario, solamente gli assegni presentano costi unitari superiori al contante.
Il costo complessivo della gestione degli strumenti di pagamento in Italia è stato stimato dalla Banca d’Italia in 11,9 miliardi di euro nel 2016, pari allo 0,71 per cento del PIL, valore inferiore di 1,2 miliardi rispetto al 2009 (anno di riferimento della precedente indagine), quando era stato calcolato in 12,6 miliardi di euro, pari allo 0,81 per cento del PIL.
La riduzione dei costi è stata registrata grazie alla parziale migrazione dal contante agli altri strumenti di pagamento. Cambiare direzione oggi sarebbe francamente incomprensibile.
Nessuna riforma è davvero a “costo zero” e tornare al contante, anche sotto il profilo economico, sarebbe una pessima idea.
economia
Tra le primissime iniziative del nuovo Governo c’è stata quella relativa all’innalzamento a cinquemila euro del tetto massimo delle operazioni in contanti.
A fronte delle perplessità di molti, alcuni si sono affrettati a produrre studi dai quali emergerebbe che l’innalzamento della soglia di utilizzo del contante non inciderebbe sull’evasione fiscale e favorirebbe il commercio.
Lasciando ad altri le riflessioni su questo tipo di argomentazioni, che paiono in realtà piuttosto fragili, c’è da dire che l’incidenza sull’evasione fiscale è solo una delle possibili conseguenze negative che non sembrano adeguatamente prese in considerazione. Da tempo, infatti, le autorità sono impegnate in quella che viene definita “war on cash” (cioè “lotta al contante”) con il fine di combattere i traffici illeciti e i crimini contro la Pubblica Amministrazione come la corruzione che, evidentemente, sono alimentati proprio attraverso il contante.
Pare poi essere passato sotto silenzio il tema dei costi legati alla presenza del contante nel sistema. Eppure, sono anni che, tra gli addetti ai lavori, circolano studi approfonditi che dimostrano come il contante generi costi che non hanno eguali rispetto agli altri strumenti di pagamento.
Tra questi studi si segnala, per la consueta accuratezza, una ricerca condotta da Banca d’Italia e pubblicata nel marzo 2020, dal titolo “Il costo sociale degli strumenti di pagamento in Italia”. Si tratta della seconda indagine condotta in materia dopo quella del 2009. Nelle quarantotto pagine della pubblicazione si analizzano i costi legati all’utilizzo dei principali strumenti di pagamento, vale a dire: contanti, assegni, carte di credito, carte di debito, bonifici e addebiti diretti in conto (in passato detti anche “RID”).
Tra i costi sostenuti dal sistema, ci sono quelli dovuti all’impiego di risorse per l’acquisto e l’utilizzo di beni e servizi da altri fornitori (come le spese per attrezzature informatiche e materiali), quelli relativi all’impiego delle risorse umane o al tempo dedicato per l’espletamento delle diverse attività connesse alla gestione dei pagamenti (come la movimentazione e il trasporto) e, infine, le spese per la sicurezza.
Dalla lettura del documento si ricava una interessantissima fotografia delle abitudini e dei comportamenti di spesa degli italiani ma, soprattutto, si constata come il contante sia di gran lunga lo strumento di pagamento meno efficiente.
I dati parlano chiaro. Dal punto di vista della collettività, i costi per abitante legati all’uso del contante (nel 2016, ovvero l’ultimo anno analizzato) sono stati pari a Euro 122,53, contro i 18,09 per le carte di debito (come il Bancomat), 12,93 per le carte di credito, 11,66 per i bonifici, 17,55 per gli assegni e 6,39 per gli addebiti diretti. Se questo dato è certamente influenzato dal numero delle operazioni per singolo strumento (e quelle in contanti sono le più numerose), il quadro è ancora più chiaro se osservato dal versante di chi percepisce il pagamento.
Dal punto di vista del beneficiario del pagamento, infatti, i costi legati all’accettazione dei pagamenti per singola operazione sono stati, in percentuale, dell’1,00% del valore per il contante, dello 0,65% per le carte di pagamento (di debito o di credito), dello 0,05% per gli assegni, dello 0,06% per i bonifici e dello 0,09% per gli addebiti diretti in conto.
Il contante è, quindi, lo strumento di pagamento più costoso per il sistema, poiché l’incasso in contanti richiede tempo, addetti, apparecchiature (come i registratori di cassa), misure di sicurezza per l’incasso, la custodia e il trasporto.
Per ciò che riguarda, infine, il punto di vista del sistema bancario, solamente gli assegni presentano costi unitari superiori al contante.
Il costo complessivo della gestione degli strumenti di pagamento in Italia è stato stimato dalla Banca d’Italia in 11,9 miliardi di euro nel 2016, pari allo 0,71 per cento del PIL, valore inferiore di 1,2 miliardi rispetto al 2009 (anno di riferimento della precedente indagine), quando era stato calcolato in 12,6 miliardi di euro, pari allo 0,81 per cento del PIL.
La riduzione dei costi è stata registrata grazie alla parziale migrazione dal contante agli altri strumenti di pagamento. Cambiare direzione oggi sarebbe francamente incomprensibile.
Nessuna riforma è davvero a “costo zero” e tornare al contante, anche sotto il profilo economico, sarebbe una pessima idea.
Il denaro contante è lo strumento di pagamento più costoso per il sistema
12 novembre 2022
Cuneo
Tra le primissime iniziative del nuovo Governo c’è stata quella relativa all’innalzamento a cinquemila euro del tetto massimo delle operazioni in contanti.
A fronte delle perplessità di molti, alcuni si sono affrettati a produrre studi dai quali emergerebbe che l’innalzamento della soglia di utilizzo del contante non inciderebbe sull’evasione fiscale e favorirebbe il commercio.
Lasciando ad altri le riflessioni su questo tipo di argomentazioni, che paiono in realtà piuttosto fragili, c’è da dire che l’incidenza sull’evasione fiscale è solo una delle possibili conseguenze negative che non sembrano adeguatamente prese in considerazione. Da tempo, infatti, le autorità sono impegnate in quella che viene definita “war on cash” (cioè “lotta al contante”) con il fine di combattere i traffici illeciti e i crimini contro la Pubblica Amministrazione come la corruzione che, evidentemente, sono alimentati proprio attraverso il contante.
Pare poi essere passato sotto silenzio il tema dei costi legati alla presenza del contante nel sistema. Eppure, sono anni che, tra gli addetti ai lavori, circolano studi approfonditi che dimostrano come il contante generi costi che non hanno eguali rispetto agli altri strumenti di pagamento.
Tra questi studi si segnala, per la consueta accuratezza, una ricerca condotta da Banca d’Italia e pubblicata nel marzo 2020, dal titolo “Il costo sociale degli strumenti di pagamento in Italia”. Si tratta della seconda indagine condotta in materia dopo quella del 2009. Nelle quarantotto pagine della pubblicazione si analizzano i costi legati all’utilizzo dei principali strumenti di pagamento, vale a dire: contanti, assegni, carte di credito, carte di debito, bonifici e addebiti diretti in conto (in passato detti anche “RID”).
Tra i costi sostenuti dal sistema, ci sono quelli dovuti all’impiego di risorse per l’acquisto e l’utilizzo di beni e servizi da altri fornitori (come le spese per attrezzature informatiche e materiali), quelli relativi all’impiego delle risorse umane o al tempo dedicato per l’espletamento delle diverse attività connesse alla gestione dei pagamenti (come la movimentazione e il trasporto) e, infine, le spese per la sicurezza.
Dalla lettura del documento si ricava una interessantissima fotografia delle abitudini e dei comportamenti di spesa degli italiani ma, soprattutto, si constata come il contante sia di gran lunga lo strumento di pagamento meno efficiente.
I dati parlano chiaro. Dal punto di vista della collettività, i costi per abitante legati all’uso del contante (nel 2016, ovvero l’ultimo anno analizzato) sono stati pari a Euro 122,53, contro i 18,09 per le carte di debito (come il Bancomat), 12,93 per le carte di credito, 11,66 per i bonifici, 17,55 per gli assegni e 6,39 per gli addebiti diretti. Se questo dato è certamente influenzato dal numero delle operazioni per singolo strumento (e quelle in contanti sono le più numerose), il quadro è ancora più chiaro se osservato dal versante di chi percepisce il pagamento.
Dal punto di vista del beneficiario del pagamento, infatti, i costi legati all’accettazione dei pagamenti per singola operazione sono stati, in percentuale, dell’1,00% del valore per il contante, dello 0,65% per le carte di pagamento (di debito o di credito), dello 0,05% per gli assegni, dello 0,06% per i bonifici e dello 0,09% per gli addebiti diretti in conto.
Il contante è, quindi, lo strumento di pagamento più costoso per il sistema, poiché l’incasso in contanti richiede tempo, addetti, apparecchiature (come i registratori di cassa), misure di sicurezza per l’incasso, la custodia e il trasporto.
Per ciò che riguarda, infine, il punto di vista del sistema bancario, solamente gli assegni presentano costi unitari superiori al contante.
Il costo complessivo della gestione degli strumenti di pagamento in Italia è stato stimato dalla Banca d’Italia in 11,9 miliardi di euro nel 2016, pari allo 0,71 per cento del PIL, valore inferiore di 1,2 miliardi rispetto al 2009 (anno di riferimento della precedente indagine), quando era stato calcolato in 12,6 miliardi di euro, pari allo 0,81 per cento del PIL.
La riduzione dei costi è stata registrata grazie alla parziale migrazione dal contante agli altri strumenti di pagamento. Cambiare direzione oggi sarebbe francamente incomprensibile.
Nessuna riforma è davvero a “costo zero” e tornare al contante, anche sotto il profilo economico, sarebbe una pessima idea.