L’anno 1922, giusto un secolo fa, cambierà la storia d’Italia. In due precedenti puntate abbiamo visto come la situazione sociale italiana si sia gradualmente avvitata, negli anni del primo dopoguerra, in una spirale di crisi e violenze di ogni genere e di ogni colore (dal rosso socialista al nero del nuovo partito fascista). Il quotidiano cattolico cuneese Lo Stendardo, che ha segnato dal 1897 la storia del movimento cattolico, è entrato nel suo 26.mo anno di vita: è diretto dall’avvocato Fantino, esce a 4 pagine tutti i giorni, eccetto la domenica, è venduto a 10 centesimi la copia.
Si è schierato apertamente per il Partito popolare italiano, nato nel 1919, e conduce una vigorosa opposizione, più radicale nei confronti dei socialisti, più variegata verso il fronte liberale (rappresentato nel cuneese soprattutto da Giolitti, e poi Soleri, Galimberti…).
Le tensioni sociali si ripercuotono sul governo: dopo la crisi e la caduta del ministero Facta, a febbraio ’22, si succedono vari tentativi (Orlando, Meda, De Nicola…) finchè si torna alla casella Facta, sempre più debole. Lo Stendardo, da luglio in avanti, scrive che si profila una vera guerra civile: “La colpa maggiore è dei fascisti, che vogliono far tornare il Paese in un’anarchia peggiore di quella degli anni ’19-20 … minoranza violenta e prepotente … che erige a sistema il culto della più cieca violenza”.
Il 5.10 il giornale scrive di voci su “un colpo di stato” fascista: il 16 è atteso d. Sturzo ad Alba e poi a Cuneo, ma le minacce fasciste fanno disdire gli appuntamenti; il 22: “È un’ora grigia, ora torbida e grave, 2-3 anni fa avevamo l’esercito delle guardie rosse che faceva da padrone … oggi abbiamo un altro esercito, quello delle camicie nere che si infischia dello stato”. Intanto Giolitti, Presidente del Consiglio provinciale, avventurandosi in un’infelice profezia, dirà (Il Subalpino, 23.10): “Ho la profonda convinzione che non tarderà a ristabilirsi la pace sociale in tutta Italia”…).
Il 27 le dimissioni di Facta, le camicie nere si incolonnano verso Roma, il re Vittorio Emanuele III si rifiuta di firmare lo “stato di assedio” della capitale, Mussolini riceve il telegramma che lo convoca a Roma al Quirinale, parte da Milano in treno, il 28 riceve l’incarico di formare il governo.
Lo Stendardo scrive il 31 ottobre, piuttosto frastornato: “Noi che abbiamo combattuto il fascismo allorchè esso era illegalità e violenza, ora che è divenuto ordine perché ha acquistato il potere … diciamo che vogliamo la mano energica che sappia guidare l’Italia”.
A Cuneo il primo novembre (festa di Tutti i santi) le camicie nere del fascio locale scorrazzano giubilanti per la città, con gesti violenti, senza che i tutori dell’ordine intervengano.
Negli ultimi due mesi dell’anno Lo Stendardo oscilla tra imbarazzo e una certa attesa più benevola nei riguardi di un fascismo che ha fatto piazza pulita degli “intrighi del liberalismo” e che scaltramente cerca di attirarsi le simpatie dei cattolici.
Si farà sempre più evidente la crisi del quotidiano cattolico cuneese: dopo essere stato per quattro anni vigorosamente “popolare” e antifascista, non è possibile ora accettare con tranquillità di coscienza la legittimazione “dall’alto” di un partito ritenuto responsabile di tante violenze e illegalità.
Anche a livello nazionale i cattolici si disuniscono: i preti sono richiamati dai vescovi, perchè non si impegnino più in prima persona nei partiti e nelle istituzioni politiche.
Il 31 dicembre 1922 Lo Stendardo termina la sua lunga e operosa stagione, dopo 26 anni di vita: nel mondo cattolico cuneese, alla fase del forte impegno sociale-politico succede un tempo di ripiegamento e di sfiducia. Cuneo non avrà mai più un quotidiano di impronta cattolica: dal primo gennaio 1923 sarà la terza pagina del Momento (quotidiano torinese) a portare ancora per un anno l’intestazione Lo Stendardo, con notizie da Cuneo e i 4 “circondari” della provincia.
editoriale
L’anno 1922, giusto un secolo fa, cambierà la storia d’Italia. In due precedenti puntate abbiamo visto come la situazione sociale italiana si sia gradualmente avvitata, negli anni del primo dopoguerra, in una spirale di crisi e violenze di ogni genere e di ogni colore (dal rosso socialista al nero del nuovo partito fascista). Il quotidiano cattolico cuneese Lo Stendardo, che ha segnato dal 1897 la storia del movimento cattolico, è entrato nel suo 26.mo anno di vita: è diretto dall’avvocato Fantino, esce a 4 pagine tutti i giorni, eccetto la domenica, è venduto a 10 centesimi la copia.
Si è schierato apertamente per il Partito popolare italiano, nato nel 1919, e conduce una vigorosa opposizione, più radicale nei confronti dei socialisti, più variegata verso il fronte liberale (rappresentato nel cuneese soprattutto da Giolitti, e poi Soleri, Galimberti…).
Le tensioni sociali si ripercuotono sul governo: dopo la crisi e la caduta del ministero Facta, a febbraio ’22, si succedono vari tentativi (Orlando, Meda, De Nicola…) finchè si torna alla casella Facta, sempre più debole. Lo Stendardo, da luglio in avanti, scrive che si profila una vera guerra civile: “La colpa maggiore è dei fascisti, che vogliono far tornare il Paese in un’anarchia peggiore di quella degli anni ’19-20 … minoranza violenta e prepotente … che erige a sistema il culto della più cieca violenza”.
Il 5.10 il giornale scrive di voci su “un colpo di stato” fascista: il 16 è atteso d. Sturzo ad Alba e poi a Cuneo, ma le minacce fasciste fanno disdire gli appuntamenti; il 22: “È un’ora grigia, ora torbida e grave, 2-3 anni fa avevamo l’esercito delle guardie rosse che faceva da padrone … oggi abbiamo un altro esercito, quello delle camicie nere che si infischia dello stato”. Intanto Giolitti, Presidente del Consiglio provinciale, avventurandosi in un’infelice profezia, dirà (Il Subalpino, 23.10): “Ho la profonda convinzione che non tarderà a ristabilirsi la pace sociale in tutta Italia”…).
Il 27 le dimissioni di Facta, le camicie nere si incolonnano verso Roma, il re Vittorio Emanuele III si rifiuta di firmare lo “stato di assedio” della capitale, Mussolini riceve il telegramma che lo convoca a Roma al Quirinale, parte da Milano in treno, il 28 riceve l’incarico di formare il governo.
Lo Stendardo scrive il 31 ottobre, piuttosto frastornato: “Noi che abbiamo combattuto il fascismo allorchè esso era illegalità e violenza, ora che è divenuto ordine perché ha acquistato il potere … diciamo che vogliamo la mano energica che sappia guidare l’Italia”.
A Cuneo il primo novembre (festa di Tutti i santi) le camicie nere del fascio locale scorrazzano giubilanti per la città, con gesti violenti, senza che i tutori dell’ordine intervengano.
Negli ultimi due mesi dell’anno Lo Stendardo oscilla tra imbarazzo e una certa attesa più benevola nei riguardi di un fascismo che ha fatto piazza pulita degli “intrighi del liberalismo” e che scaltramente cerca di attirarsi le simpatie dei cattolici.
Si farà sempre più evidente la crisi del quotidiano cattolico cuneese: dopo essere stato per quattro anni vigorosamente “popolare” e antifascista, non è possibile ora accettare con tranquillità di coscienza la legittimazione “dall’alto” di un partito ritenuto responsabile di tante violenze e illegalità.
Anche a livello nazionale i cattolici si disuniscono: i preti sono richiamati dai vescovi, perchè non si impegnino più in prima persona nei partiti e nelle istituzioni politiche.
Il 31 dicembre 1922 Lo Stendardo termina la sua lunga e operosa stagione, dopo 26 anni di vita: nel mondo cattolico cuneese, alla fase del forte impegno sociale-politico succede un tempo di ripiegamento e di sfiducia. Cuneo non avrà mai più un quotidiano di impronta cattolica: dal primo gennaio 1923 sarà la terza pagina del Momento (quotidiano torinese) a portare ancora per un anno l’intestazione Lo Stendardo, con notizie da Cuneo e i 4 “circondari” della provincia.
Anno 1922: la “marcia su Roma” e, a Cuneo, la fine dello Stendardo
05 novembre 2022
Cuneo
L’anno 1922, giusto un secolo fa, cambierà la storia d’Italia. In due precedenti puntate abbiamo visto come la situazione sociale italiana si sia gradualmente avvitata, negli anni del primo dopoguerra, in una spirale di crisi e violenze di ogni genere e di ogni colore (dal rosso socialista al nero del nuovo partito fascista). Il quotidiano cattolico cuneese Lo Stendardo, che ha segnato dal 1897 la storia del movimento cattolico, è entrato nel suo 26.mo anno di vita: è diretto dall’avvocato Fantino, esce a 4 pagine tutti i giorni, eccetto la domenica, è venduto a 10 centesimi la copia.
Si è schierato apertamente per il Partito popolare italiano, nato nel 1919, e conduce una vigorosa opposizione, più radicale nei confronti dei socialisti, più variegata verso il fronte liberale (rappresentato nel cuneese soprattutto da Giolitti, e poi Soleri, Galimberti…).
Le tensioni sociali si ripercuotono sul governo: dopo la crisi e la caduta del ministero Facta, a febbraio ’22, si succedono vari tentativi (Orlando, Meda, De Nicola…) finchè si torna alla casella Facta, sempre più debole. Lo Stendardo, da luglio in avanti, scrive che si profila una vera guerra civile: “La colpa maggiore è dei fascisti, che vogliono far tornare il Paese in un’anarchia peggiore di quella degli anni ’19-20 … minoranza violenta e prepotente … che erige a sistema il culto della più cieca violenza”.
Il 5.10 il giornale scrive di voci su “un colpo di stato” fascista: il 16 è atteso d. Sturzo ad Alba e poi a Cuneo, ma le minacce fasciste fanno disdire gli appuntamenti; il 22: “È un’ora grigia, ora torbida e grave, 2-3 anni fa avevamo l’esercito delle guardie rosse che faceva da padrone … oggi abbiamo un altro esercito, quello delle camicie nere che si infischia dello stato”. Intanto Giolitti, Presidente del Consiglio provinciale, avventurandosi in un’infelice profezia, dirà (Il Subalpino, 23.10): “Ho la profonda convinzione che non tarderà a ristabilirsi la pace sociale in tutta Italia”…).
Il 27 le dimissioni di Facta, le camicie nere si incolonnano verso Roma, il re Vittorio Emanuele III si rifiuta di firmare lo “stato di assedio” della capitale, Mussolini riceve il telegramma che lo convoca a Roma al Quirinale, parte da Milano in treno, il 28 riceve l’incarico di formare il governo.
Lo Stendardo scrive il 31 ottobre, piuttosto frastornato: “Noi che abbiamo combattuto il fascismo allorchè esso era illegalità e violenza, ora che è divenuto ordine perché ha acquistato il potere … diciamo che vogliamo la mano energica che sappia guidare l’Italia”.
A Cuneo il primo novembre (festa di Tutti i santi) le camicie nere del fascio locale scorrazzano giubilanti per la città, con gesti violenti, senza che i tutori dell’ordine intervengano.
Negli ultimi due mesi dell’anno Lo Stendardo oscilla tra imbarazzo e una certa attesa più benevola nei riguardi di un fascismo che ha fatto piazza pulita degli “intrighi del liberalismo” e che scaltramente cerca di attirarsi le simpatie dei cattolici.
Si farà sempre più evidente la crisi del quotidiano cattolico cuneese: dopo essere stato per quattro anni vigorosamente “popolare” e antifascista, non è possibile ora accettare con tranquillità di coscienza la legittimazione “dall’alto” di un partito ritenuto responsabile di tante violenze e illegalità.
Anche a livello nazionale i cattolici si disuniscono: i preti sono richiamati dai vescovi, perchè non si impegnino più in prima persona nei partiti e nelle istituzioni politiche.
Il 31 dicembre 1922 Lo Stendardo termina la sua lunga e operosa stagione, dopo 26 anni di vita: nel mondo cattolico cuneese, alla fase del forte impegno sociale-politico succede un tempo di ripiegamento e di sfiducia. Cuneo non avrà mai più un quotidiano di impronta cattolica: dal primo gennaio 1923 sarà la terza pagina del Momento (quotidiano torinese) a portare ancora per un anno l’intestazione Lo Stendardo, con notizie da Cuneo e i 4 “circondari” della provincia.