In un momento nel quale sono ormai in molti a temere che il mondo sia sull’orlo della terza guerra mondiale e in cui il problema del caro bollette di gas ed energia attanaglia famiglie e imprese, una polemica sul ritratto fotografico di Benito Mussolini collocato di recente su una parete dell’anticamera dell’ufficio del ministro dello sviluppo economico non potevamo certo farcela mancare. In realtà non si tratta di un’immagine isolata, ma di una galleria di immagini nella quale ad essere rappresentati sono tutti coloro che hanno operato da ministri, in quello specifico ufficio. Dopo la CGIL, che per prima ha denunciato il carattere “inquietante e deplorevole” di questo inserimento del duce tra i personaggi evocati dalla succitata galleria, ad intervenire è stato Pierluigi Bersani. Titolare anche lui del ministero in questione tra il 2006 e 2008, finito suo malgrado nella galleria incriminata, ha immediatamente twittato: “Chiedo cortesemente di essere esentato e che la mia foto sia rimossa”. Ad essere rimossa ovviamente non sarà però la foto di Bersani, ma piuttosto - per decisione dell’attuale titolare del Ministero in questione - quella di Mussolini.
I problemi sollevati dalla scoperta della CGIL, però, non sembrano essere affatto finiti qui. Gli occhi ciechi di parlamentari e ministri di destra e di sinistra, che da sempre frequentano le ambite stanze del potere, sembrano aver improvvisamente ritrovato la vista. Non può infatti che avere qualcosa di miracoloso il loro scoprire di colpo che diversi ritratti del duce sono da tempo appesi in più di un ufficio ministeriale: la sua fotografia infatti ha finora trovato serenamente posto - e senza che nessuno se ne accorgesse o sollevasse quantomeno qualche legittima perplessità - non solo al ministero della Difesa (parola del presidente del senato ed ex ministro della difesa), ma addirittura a palazzo Chigi. E dunque negli uffici stessi in cui si sono succeduti presidenti del consiglio sia di destra (come Berlusconi), sia di sinistra (come Letta), sia infine squisitamente “tecnici” (come Draghi). Senza che ovviamente né loro, che queste stanze le frequentavano quotidianamente, né parlamentari e ministri, cui questi luoghi non potevano essere certo estranei, si accorgessero di questo inquietante ritratto.
Ora però che tutti si sono resi conto dell’ingombrante presenza di queste immagini e - nonostante le inevitabili resistenze della destra - c’è da presumere che si procederà ad un “repulisti” generale delle gallerie fotografiche ministeriali, soprattutto per evitare occasioni di polemica in un momento nel quale di queste ultime sembrano già essercene in abbondanza. Nulla di diverso, del resto, da quella cancellazione del passato che, nel sistema politico della Roma antica così cara al duce, era tanto praticata da risultare addirittura normata con il nome di “damnatio memoriae”. Il diritto romano prevedeva infatti la cancellazione di qualsiasi traccia riguardante coloro che si fossero rese colpevoli di opporsi in modo netto ed esplicito al senato romano. E questo sia sul piano degli scritti ufficiali della Repubblica e dell’Impero, che venivano emendati in modo da “far sparire” nomi e imprese di personaggi ritenuti indegni, sia su quello dei monumenti che li celebravano pubblicamente e dai quali le loro figure venivano di fatto rimodulate e sostituite con quelle di consoli o imperatori successivi.
La consuetudine romana della “damnatio memoriae”, che altro non era che la codificazione una prassi millenaria già in uso nelle civiltà del Medio Oriente e della Grecia, altro non era che il tentativo di riscrivere la storia ufficiale di un’entità etnico-politica epurandola da fatti e figure ritenute incompatibili con la grandezza che essa era chiamata ad esprimere e celebrare. Oggi però, in una prospettiva scientifica, la storia è diventata altra cosa, e cioè il tentativo di ricostruire in modo documentato e critico il succedersi di eventi e idee che, pur appartenendo al passato, continuano a riflettersi in forme più o meno dirette sul nostro presente. E proprio questo passato - specie in un oggi in cui ad accingersi a guidare l’Italia è la destra - è quantomeno ingenuo pensare possa essere cancellato dalla memoria provvedendo a togliere da una parete ministeriale l’immagine di un personaggio ormai relegato a un’epoca remota. La storia non per questo cambierà, continuando invece a raccontarci - anche attraverso quello che siamo stati - qualcosa di ciò che oggi siamo.
editoriale
In un momento nel quale sono ormai in molti a temere che il mondo sia sull’orlo della terza guerra mondiale e in cui il problema del caro bollette di gas ed energia attanaglia famiglie e imprese, una polemica sul ritratto fotografico di Benito Mussolini collocato di recente su una parete dell’anticamera dell’ufficio del ministro dello sviluppo economico non potevamo certo farcela mancare. In realtà non si tratta di un’immagine isolata, ma di una galleria di immagini nella quale ad essere rappresentati sono tutti coloro che hanno operato da ministri, in quello specifico ufficio. Dopo la CGIL, che per prima ha denunciato il carattere “inquietante e deplorevole” di questo inserimento del duce tra i personaggi evocati dalla succitata galleria, ad intervenire è stato Pierluigi Bersani. Titolare anche lui del ministero in questione tra il 2006 e 2008, finito suo malgrado nella galleria incriminata, ha immediatamente twittato: “Chiedo cortesemente di essere esentato e che la mia foto sia rimossa”. Ad essere rimossa ovviamente non sarà però la foto di Bersani, ma piuttosto - per decisione dell’attuale titolare del Ministero in questione - quella di Mussolini.
I problemi sollevati dalla scoperta della CGIL, però, non sembrano essere affatto finiti qui. Gli occhi ciechi di parlamentari e ministri di destra e di sinistra, che da sempre frequentano le ambite stanze del potere, sembrano aver improvvisamente ritrovato la vista. Non può infatti che avere qualcosa di miracoloso il loro scoprire di colpo che diversi ritratti del duce sono da tempo appesi in più di un ufficio ministeriale: la sua fotografia infatti ha finora trovato serenamente posto - e senza che nessuno se ne accorgesse o sollevasse quantomeno qualche legittima perplessità - non solo al ministero della Difesa (parola del presidente del senato ed ex ministro della difesa), ma addirittura a palazzo Chigi. E dunque negli uffici stessi in cui si sono succeduti presidenti del consiglio sia di destra (come Berlusconi), sia di sinistra (come Letta), sia infine squisitamente “tecnici” (come Draghi). Senza che ovviamente né loro, che queste stanze le frequentavano quotidianamente, né parlamentari e ministri, cui questi luoghi non potevano essere certo estranei, si accorgessero di questo inquietante ritratto.
Ora però che tutti si sono resi conto dell’ingombrante presenza di queste immagini e - nonostante le inevitabili resistenze della destra - c’è da presumere che si procederà ad un “repulisti” generale delle gallerie fotografiche ministeriali, soprattutto per evitare occasioni di polemica in un momento nel quale di queste ultime sembrano già essercene in abbondanza. Nulla di diverso, del resto, da quella cancellazione del passato che, nel sistema politico della Roma antica così cara al duce, era tanto praticata da risultare addirittura normata con il nome di “damnatio memoriae”. Il diritto romano prevedeva infatti la cancellazione di qualsiasi traccia riguardante coloro che si fossero rese colpevoli di opporsi in modo netto ed esplicito al senato romano. E questo sia sul piano degli scritti ufficiali della Repubblica e dell’Impero, che venivano emendati in modo da “far sparire” nomi e imprese di personaggi ritenuti indegni, sia su quello dei monumenti che li celebravano pubblicamente e dai quali le loro figure venivano di fatto rimodulate e sostituite con quelle di consoli o imperatori successivi.
La consuetudine romana della “damnatio memoriae”, che altro non era che la codificazione una prassi millenaria già in uso nelle civiltà del Medio Oriente e della Grecia, altro non era che il tentativo di riscrivere la storia ufficiale di un’entità etnico-politica epurandola da fatti e figure ritenute incompatibili con la grandezza che essa era chiamata ad esprimere e celebrare. Oggi però, in una prospettiva scientifica, la storia è diventata altra cosa, e cioè il tentativo di ricostruire in modo documentato e critico il succedersi di eventi e idee che, pur appartenendo al passato, continuano a riflettersi in forme più o meno dirette sul nostro presente. E proprio questo passato - specie in un oggi in cui ad accingersi a guidare l’Italia è la destra - è quantomeno ingenuo pensare possa essere cancellato dalla memoria provvedendo a togliere da una parete ministeriale l’immagine di un personaggio ormai relegato a un’epoca remota. La storia non per questo cambierà, continuando invece a raccontarci - anche attraverso quello che siamo stati - qualcosa di ciò che oggi siamo.
Rimuovere un ritratto ingombrante per cancellare una pagina di storia
01 novembre 2022
Cuneo
In un momento nel quale sono ormai in molti a temere che il mondo sia sull’orlo della terza guerra mondiale e in cui il problema del caro bollette di gas ed energia attanaglia famiglie e imprese, una polemica sul ritratto fotografico di Benito Mussolini collocato di recente su una parete dell’anticamera dell’ufficio del ministro dello sviluppo economico non potevamo certo farcela mancare. In realtà non si tratta di un’immagine isolata, ma di una galleria di immagini nella quale ad essere rappresentati sono tutti coloro che hanno operato da ministri, in quello specifico ufficio. Dopo la CGIL, che per prima ha denunciato il carattere “inquietante e deplorevole” di questo inserimento del duce tra i personaggi evocati dalla succitata galleria, ad intervenire è stato Pierluigi Bersani. Titolare anche lui del ministero in questione tra il 2006 e 2008, finito suo malgrado nella galleria incriminata, ha immediatamente twittato: “Chiedo cortesemente di essere esentato e che la mia foto sia rimossa”. Ad essere rimossa ovviamente non sarà però la foto di Bersani, ma piuttosto - per decisione dell’attuale titolare del Ministero in questione - quella di Mussolini.
I problemi sollevati dalla scoperta della CGIL, però, non sembrano essere affatto finiti qui. Gli occhi ciechi di parlamentari e ministri di destra e di sinistra, che da sempre frequentano le ambite stanze del potere, sembrano aver improvvisamente ritrovato la vista. Non può infatti che avere qualcosa di miracoloso il loro scoprire di colpo che diversi ritratti del duce sono da tempo appesi in più di un ufficio ministeriale: la sua fotografia infatti ha finora trovato serenamente posto - e senza che nessuno se ne accorgesse o sollevasse quantomeno qualche legittima perplessità - non solo al ministero della Difesa (parola del presidente del senato ed ex ministro della difesa), ma addirittura a palazzo Chigi. E dunque negli uffici stessi in cui si sono succeduti presidenti del consiglio sia di destra (come Berlusconi), sia di sinistra (come Letta), sia infine squisitamente “tecnici” (come Draghi). Senza che ovviamente né loro, che queste stanze le frequentavano quotidianamente, né parlamentari e ministri, cui questi luoghi non potevano essere certo estranei, si accorgessero di questo inquietante ritratto.
Ora però che tutti si sono resi conto dell’ingombrante presenza di queste immagini e - nonostante le inevitabili resistenze della destra - c’è da presumere che si procederà ad un “repulisti” generale delle gallerie fotografiche ministeriali, soprattutto per evitare occasioni di polemica in un momento nel quale di queste ultime sembrano già essercene in abbondanza. Nulla di diverso, del resto, da quella cancellazione del passato che, nel sistema politico della Roma antica così cara al duce, era tanto praticata da risultare addirittura normata con il nome di “damnatio memoriae”. Il diritto romano prevedeva infatti la cancellazione di qualsiasi traccia riguardante coloro che si fossero rese colpevoli di opporsi in modo netto ed esplicito al senato romano. E questo sia sul piano degli scritti ufficiali della Repubblica e dell’Impero, che venivano emendati in modo da “far sparire” nomi e imprese di personaggi ritenuti indegni, sia su quello dei monumenti che li celebravano pubblicamente e dai quali le loro figure venivano di fatto rimodulate e sostituite con quelle di consoli o imperatori successivi.
La consuetudine romana della “damnatio memoriae”, che altro non era che la codificazione una prassi millenaria già in uso nelle civiltà del Medio Oriente e della Grecia, altro non era che il tentativo di riscrivere la storia ufficiale di un’entità etnico-politica epurandola da fatti e figure ritenute incompatibili con la grandezza che essa era chiamata ad esprimere e celebrare. Oggi però, in una prospettiva scientifica, la storia è diventata altra cosa, e cioè il tentativo di ricostruire in modo documentato e critico il succedersi di eventi e idee che, pur appartenendo al passato, continuano a riflettersi in forme più o meno dirette sul nostro presente. E proprio questo passato - specie in un oggi in cui ad accingersi a guidare l’Italia è la destra - è quantomeno ingenuo pensare possa essere cancellato dalla memoria provvedendo a togliere da una parete ministeriale l’immagine di un personaggio ormai relegato a un’epoca remota. La storia non per questo cambierà, continuando invece a raccontarci - anche attraverso quello che siamo stati - qualcosa di ciò che oggi siamo.